The Dissident: il racconto degli ultimi giorni di Jamal Khashoggi

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Il documentario “The Dissident”, non presente sulle famose piattaforme di streaming, racconta quanto sia difficile in alcune parti del mondo dire la verità. Racconta quanto è stato difficile essere Jamal Khashoggi.


È un mestiere difficile quello del giornalista: obiettività, imparzialità e l’uso di un vocabolario oculato sono i capisaldi del suo ordine deontologico. Molto spesso, però, l’etica viene “surclassata” da quella che è la vera indole di chi esercita il mestiere: spiattellare una verità che fa storcere il naso, analizzare situazioni criptiche riportando opinioni personali non contemplate, remare contro malsane quanto radicate ideologie. In questo caso la “penna”, simbolo apartitico, diventa scomoda perché trascinatrice di folle, raccoglitrice di consensi così come la mano che la regge, la testa che la fa scorrere.

Un giornalista così rischia: rischia di essere minacciato da chi denigra o denuncia; rischia la censura – che altro non è che la morte della libertà di espressione stessa – di perdere il lavoro. Ma soprattutto rischia di perdere la vita.

Molti giornalisti sono morti per la loro voce, fastidiosa per alcuni, ma salvifica per altri. Una sola voce, infatti, potrebbe cambiare le carte in tavola e chi vi agisce contro è perché ne conosce il potere, così come chi la usa: la parola è un’arma e chi se ne avvale con coscienza può colpire e affondare.

E se fare il giornalista è un mestiere difficile, lo è ancor di più in quei Paesi in cui vi è un controllo spasmodico dei mezzi di stampa, proprio perché non vogliono esser colpiti e affondati.

Chi era Jamal Khashoggi

Era il 2 ottobre 2018 quando fu assassinato Jamal Khashoggi. Era Saudita, era un giornalista. Anzi: è un giornalista (preferiamo declinarlo al presente). Le sue parole riecheggiano ancora oggi, simbolo del fatto che i suoi sforzi non sono stati vani. 

La sua voce, emblema e spirito della Primavera Araba, era diventata scomoda e, da uomo scomodo, ha seguito “l’iter predefinito” che viene riservato a chi come lui subisce la censura: esilio (nel suo caso allontanamento autoimposto) che lo ha portato a lavorare per il Washington Post sino all’infausto epilogo.

Perché tutto questo? Perché pecora nera all’interno del fastoso regno dell’ereditario Principe Saudita Mohammad Bin Salman, di cui denunciava un culto della personalità che vi si stava creando attorno, oltre ad aver aspramente e, soprattutto, apertamente criticato decisioni imposte dallo stesso, andando quindi contro “il potere”.

Khashoggi era scomodo perché conosceva bene le dinamiche di un regime per il quale ha a lungo lavorato, ma che sotto gli occhi di tutti si stava trasformando sempre più in una dittatura, motivo per il quale ancora in relazione al suo omicidio si parla di «presunti assassini» e di supposizioni quando il panorama, oggi più di allora, risulta essere molto più chiaro di ciò che vogliono lasciar credere. Anzi celare.

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The Dissident, un racconto crudo

Jamal Khashoggi non era più un semplice giornalista, era diventato un dissidente. E a raccontare la verità sul suo omicidio con prove scioccanti, ormai desecretate e di dominio pubblico, è il regista premio Oscar Bryan Fogel con il suo docufilm The Dissident – finanziato dalla Human Right Foundation – che troverete in streaming interamente in inglese, ma non di certo nelle piattaforme delle più grandi media company: materiale “scottante” con il quale non vogliono fare i conti, anche per una potenziale perdita in termini di guadagno. Insomma, in un modo o nell’altro, anche lui censurato e aggirato come un ostacolo sintomatico del fatto che la paura e il denaro sono la forza motrice di tutto.

È un docufilm d’impatto, crudo nelle sue testimonianze – forze dell’ordine, pubblici ministeri turchi, la ricercatrice e compagna Hatize Cengiz, il dissidente Omar Abdulaziz – ma anche commovente sul finale, illuminante per chi lo conosceva solo come “il giornalista del Washington Post”, soprattutto in Occidente. 

Il regista, come detto, rende noti pubblicamente gli ultimi istanti di vita di Jamal Kashoggi che non lasciano alcun dubbio: doveva essere ucciso, secondo un piano prestabilito e soprattutto nella maniera più disumana. Ma lascia, anche, notevole spazio al suo vissuto.

La sua battaglia per la libertà di opinione e di stampa è stata pagata a caro prezzo, e prima della morte terrena ha conosciuto la morte interiore. Il distacco dalla sua terra in cui si è sempre augurato di tornare, il distacco dai figli e un divorzio mai biasimato lo avevano fatto sentire tremendamente solo.

Jamal vive attraverso le parole di chi lo conosceva, attraverso chi vive, a sua volta, di parole ritenute fastidiose come quelle di Omar Abdulaziz, in asilo politico in Canada, con il quale ha lavorato, lottato per contrastare su Twitter la propaganda di regime firmata Mohammad Bin Salman, grazie a una squadra di utenti da loro creata, «The bees», e all’elaborazione di programmi informatici per sviare il controllo saudita dai social network. Il loro status di esiliati li ha sempre resi consapevoli che il loro esser in vita non era poi così scontato.

Tuttavia, nonostante i moniti e le minacce – non tanto velate – del governo Saudita, Khashoggi, intriso di consapevolezza, ha voluto abbassare la guardia: il suo vuoto ero stata colmata dall’incontro con la compagna e futura moglie Hatice Cengiz, anch’essa chiamata a testimonianza da Fogel, così come Abdulaziz, per il suo film. Un angolo di felicità in quell’inferno in terra, che condurrà Khashoggi in Turchia, a Istanbul, presso il consolato dell’Arabia Saudita per la documentazione utile alla loro unione. Tuttavia, proprio quel che ha trovato lì è ciò che li ha separati per sempre.

Spostamenti, quelli del giornalista, che erano stati ben studiati dal governo saudita che aveva hackerato il cellulare di Abdulaziz con il software spia Pegasus: quest’ultimo ha un legame, più che certo, con l’assassinio di Jamal Khashoggi, degno di un film horror. 

«Se non torno tra 4 ore chiama la polizia»

Cinque giorni dopo la prima visita al consolato, il giornalista vi tornerà – «se non torno tra 4 ore chiama la polizia» disse a Hatize Cetiz, giusto per evidenziare quella solida consapevolezza – e lì dentro verrà ucciso da dieci ufficiali dell’intelligence giunti direttamente dal regno (compreso un sosia della vittima). 

Strangolato per circa sette minuti sino all’esalazione dell’ultimo respiro, smembrato affinché i resti potessero entrare in una valigia, bruciato in un forno tandoori e infine mischiato a carne animale per non destare sospetti. Il tutto supportato da file video e audio, agghiaccianti quanto le risate degli assassini lì immortalate, a cui Fogel ha potuto accedere grazie alla concessione della Turchia, l’unica che, così facendo, ha avuto il coraggio di prendere una posizione. 

Sconcertante, infatti, la quantità di prove non più secretate ma sconcertante, altresì, come nessuno, nessun Paese, riesca a prendere una posizione dinanzi a queste. Tale situazione lega le mani anche al Consiglio per i diritti umani dell’ONU che si auspica, a riguardo, l’intervento dell’Assemblea Generale dell’ONU.

«Il resto della vita» di Jamal Khashoggi

Con The Dissident, Fogel riesce a entrare e a farci entrare in un mondo che non conosciamo, coraggioso e pericoloso, in cui gli ideali sono i capisaldi.

Da una parte ciò che viene combattuto: Mohammad Bin Salman, autoproclamatosi riformatore progressista in uno dei paesi più oscurantisti per quanto riguarda i diritti umani, con una voglia maniacale di distruzione per chiunque danneggi la sua reputazione. 

Dall’altra parte chi combatte: Jamal Khashoggi, Omar Abdulaziz e il suo esercito di Bees e tanti ormai non più silenti oppositori per una società più giusta, aperta dove a vigere è la libertà e non la paura di essere liberi.

E poi vi è Hatice Cengiz che ancora, dopo quasi tre anni, lotta per la giustizia, ma è dura: lungo il suo cammino ha trovato muri, silenzi di paura o convenienza. Nonostante tutto, però, ciò non l’ha fermata nel divenire la testimonial internazionale a favore della libertà di stampa del mondo. Hatice sarà la voce terrena degli ideali di Jamal Khashoggi, l’uomo che nonostante tutto «è diventato il resto della sua vita».


Alessia Bonura

Classe 1989, da sempre amante e poi cultrice dell'arte, specialmente contemporanea, amo comunicarla con una buona dose di critica e tanta passione.

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