Sta davvero tornando l’inflazione?

Condividi

Negli ultimi mesi, si è parlato molto di un ritorno dell’inflazione. Si tratta solo di una fiammata o il trend di crescita dell’inflazione è consolidato?


Uno spettro si aggira per il mondo: l’inflazione. Un analista in particolare, il famoso Michael Burry, uno dei pochi che vide arrivare la crisi dei mutui subprime, ha evocato lo spettro dell’iperinflazione weimariana, salvo poi cancellare il tweet in cui si era espresso in tal senso. Che l’inflazione si sia leggermente schiodata dal suo andamento piatto è vero, ma è davvero una così cattiva notizia? Altra domanda da porsi è: questa è solo una fiammata o il trend di crescita dell’inflazione è consolidato e inarrestabile? Iniziamo col guardare alcuni dati.

Il dato che più di tutti sembrerebbe corroborare la visione del ritorno dell’inflazione proviene dalla Cina. Secondo le prime indiscrezioni sulla relazione del premier Li Keqian, sembrerebbe che il motore economico cinese non solo si sia rimesso in moto, ma che si prepari addirittura a viaggiare a pieno regime. La relazione prevede una crescita per il 2021 di oltre il 6%, un’inflazione che si aggirerebbe intorno al 3%, con un tasso di disoccupazione che si comprimerebbe al solo 5,5%.

Dati in crescita per quel che concerne l’inflazione vengono anche dagli Stati Uniti. Il tasso d’inflazione nel lungo periodo sembra tornare a varcare la soglia del 2%, mentre nei prossimi cinque anni potrebbe raggiungere il 2,5%. A spingere in questa direzione è anche la crescita dei rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, tornati al di sopra della soglia di rendimento dell’1,5%, con profondo timore di un avvitamento inflattivo da parte degli analisti. 

La visione di un’iperinflazione weimariana sembra, però, distante. Anche le dichiarazioni del capo della Federal Reserve hanno provato a spegnere l’incendio sui mercati: Powell ha infatti sottolineato come un rialzo dell’inflazione sia possibile, ma soltanto col riavviarsi dell’economia americana dopo la fine della crisi pandemica. Il principale problema dell’economia resta, però, l’elevato tasso di disoccupazione e, quindi, il principale obiettivo di politica monetaria, al momento, rimane il perseguimento della piena occupazione. 

A gettare una luce sulla situazione in Europa, ci pensano le pubblicazioni rilasciate nell’ultima settimana da Eurostat. L’inflazione nell’Eurozona a febbraio è stabile, rispetto al mese di gennaio, allo 0,9%. La disoccupazione si conferma essere il problema principale del continente, con un notevole 8,1%. Tornando all’inflazione, è possibile notare come i valori divergano fortemente fra i Paesi europei. 

Germania e Olanda si avvicinano fortemente al valore soglia del 2%, rispettivamente all’1,6% e all’1,9%, mentre altri Stati come la Grecia segnano una forte deflazione interna al -1,9%. Ciò che risulta evidente dai dati è, ancora una volta, la divaricazione fra Paesi “core” e “periferia”, con quest’ultima che soffre. Al netto della divaricazione centro-periferia, parte dell’aumento dell’inflazione in Germania è spiegabile con la fine, nel mese di gennaio, degli sconti sull’IVA, applicati in chiave anti-pandemica negli ultimi sei mesi del 2020.

La chiave per capire l’andamento futuro dell’economia e dell’inflazione è lo sviluppo della pandemia a livello globale. Alcuni Paesi hanno ottenuto in questi mesi una buona copertura vaccinale delle proprie popolazioni e mostrano contagi in calo. 

inflazione

Questo è il caso degli Stati Uniti, della Cina e, di recente, anche del Regno Unito. Una maggiore copertura vaccinale della popolazione permette una riduzione della repressione della libertà, volta a contenere il virus e, di conseguenza, a deprimere i consumi e l’economia. Potere riaprire i propri mercati in sicurezza permetterà un’espansione dei consumi e rimetterà in moto l’economia locale e globale. È qualcosa a cui, in parte, stiamo già assistendo in Cina.

Quello a cui assisteremo in futuro sarà, probabilmente, una divaricazione fra le due sponde dell’Atlantico circa i livelli di inflazione. Ben inteso, la divaricazione riguarderà un arco di tempo breve, probabilmente al massimo due anni. In particolare, è prevedibile che l’inflazione ripartirà prima negli Stati Uniti, dove l’abbandono delle politiche di restrizione della circolazione delle persone farà ripartire l’economia. 

Naturalmente, si dovranno valutare l’effetto della fine delle politiche di sostegno alla domanda, il piano Biden sul rilancio economico una volta terminato il lockdown duro e le ripercussioni sul mercato del lavoro e sui consumi. Potrebbe accadere che, alla fine del lockdown e delle politiche di sostegno alla domanda, segua un nuovo calo dell’occupazione, una decrescita del Pil e una nuova deflazione. 

Diversamente dagli USA, l’Europa mostra molti più problemi: la pandemia è ben lontana dall’essere sotto controllo, le politiche di stimolo tengono in piedi un mercato che in realtà è già sparito. Si pensi agli effetti della fine del blocco dei licenziamenti e al suo impatto sul mercato del lavoro o, ancor più gravemente, sui consumi. Semplicemente assisteremo a un crollo della domanda. Attendersi, in condizioni di sostenuta disoccupazione e in calo di domanda, una crescita dell’inflazione è una chimera. 

La divaricazione fra le due sponde dell’oceano è evidente nel mercato dei titoli di Stato, dove i rendimenti per il decennale americano sembrano in rampa di lancio, mentre quelli delle controparti europee, al contrario, rimangono inchiodati.

L’aspetto su cui bisogna fare chiarezza è cosa spinge l’inflazione. Molti analisti ed economisti continuano a sostenere che essa dipenda, innanzitutto, dall’enorme massa di liquidità creata dalle Banche Centrali. Se così fosse, dati i pacchetti di stimolo messi in campo negli ultimi dieci anni, dovremmo affogare in un livello di inflazione ben più corposo di quello cui si è assistito durante la parte finale della Repubblica di Weimar. 

In realtà l’inflazione – e su questo la maggior parte degli economisti ormai concorda – dipende dalla forza dell’economia sottostante e dalla domanda di moneta. In presenza di un’economia recessiva, con una domanda aggregata in declino, il livello dei prezzi non può crescere, a meno che non si sia in presenza di una fiammata determinata dall’esplosione dei prezzi di una qualche materia prima. Questo è qualcosa che, in parte, sta avvenendo con la crescita del prezzo del petrolio, grazie anche al blocco messo in campo dall’OPEC, ma anche coi prezzi delle materie prime in particolare nel settore della green economy

Queste fiammate sono però probabilmente destinate ad attenuarsi rientrando in un ciclo economico i cui fondamentali restano sempre complicati. Per capire la reale situazione basta tradurre l’ultimo Bollettino Economico della Banca centrale europea, dove «l’Indice Armonizzato dei Prezzi di Consumo al netto del settore alimentare ed energetico rimane invariato per il quarto mese consecutivo al livello storicamente basso dello 0,2% nel mese di dicembre». Questo vuol dire, per intendersi, che l’inflazione sottostante, quella cioè non determinata dalle “fiammate”, non si è mossa di un millimetro.

Uno scenario di aumento dell’inflazione in assenza di un marcato miglioramento delle condizioni dell’economia potrebbe avvenire in presenza di una forte sperequazione della ricchezza nelle economie principali. Dovrebbe accadere, cioè, che la domanda di moneta venisse sostenuta dalla parte minoritaria della popolazione con un patrimonio ingentissimo. 

Uno scenario del genere rimane comunque complicato perché alcuni settori non verrebbero toccati dall’incremento dei prezzi e altri dovrebbero mostrare incrementi dell’inflazione che compensino i settori non investiti. A uno scenario del genere si dovrebbe reagire, più che con una stretta monetaria, con una forte redistribuzione della ricchezza interna. 

In ogni caso, la crescita dei prezzi, più che un generale panico sui mercati, dovrebbe essere letta come una buona notizia. Sarebbe il sintomo di un rilancio economico e il bagliore di una luce in fondo al tunnel nel quale ci dibattiamo, più o meno, dallo scoppio della Grande Recessione. Questo fenomeno di ripresa dopo una recessione, accompagnata da una deflazione, è definito reflazione: esso non è altro che il rilancio dell’attività economica, la ripresa della domanda aggregata che spinge la produzione, creando una pressione inflattiva moderata. 

A opinione di chi scrive, quella cui assistiamo non è neanche il barlume di una reflazione: siamo semplicemente in presenza di un lieve miglioramento dell’aspettativa dei mercati, innaffiati dalla liquidità delle Banche Centrali, che potrebbe svanire di qui a poco con gli effetti del perdurare della pandemia, o col peggioramento della stessa, in Europa. Un aggravamento delle condizioni europee avrà conseguenze anche a livello globale. Ci troviamo probabilmente nella parte centrale di un ennesimo “double deep” o doppia recessione ben esemplificato con la forma a W, un attimo prima di un nuovo peggioramento. Speriamo non sia così.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

Un pensiero su “Sta davvero tornando l’inflazione?

I commenti sono chiusi.

error: Content is protected !!