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Odio di genere: tutti contro le donne, anche in rete

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In rete i discorsi di odio sono sempre più diffusi. Il sessismo fa da padrone e le donne ne pagano le conseguenze.


Più tempo passiamo sui social media e più ci rendiamo conto che i discorsi di odio e discriminazione sono all’ordine del giorno tra gli italiani. Razzismo, omofobia, sessismo e odio fine a se stesso riempiono le bacheche delle nostre notizie. Noi, sentendo lo schermo lontano dalla nostra vita reale, finiamo con l’indignarci, ma senza dare troppo peso a quello che leggiamo.

Si tratta di troll, leoni da tastiera, persone che guardandoti in faccia non aprirebbero bocca: sono tante le scuse che ci diamo per non misurare il valore di certe conversazioni. Eppure, dovremmo fare i conti con una scomoda realtà: in un mondo in cui la società ha il divieto di socializzare, ciò che accade online è forse la più reale delle interazioni.

Sin dal 2018, Amnesty International Italia si è occupata di misurare i livelli di discriminazione e odio all’interno del dibattito virtuale, tramite uno strumento chiamato Barometro dell’odio, concentrandosi, in particolare, sul sessismo da tastiera. 

Gli ultimi dati ci mostrano che un attacco su tre è sessista, mentre gli attacchi diretti alle donne sono un terzo in più rispetto a quelli diretti agli uomini.

Se prendiamo in considerazione un social in particolare, Twitter, negli ultimi due mesi del 2019 il 50 per cento delle persone sceglievano la donna come argomento di conversazione; di questi, il 70 per cento lo faceva con intenti dispregiativi, inviando insulti e frasi aggressive a persone specifiche o alla categoria in generale. Anche da questo punto di vista i social rispecchiano la società: le donne vengono prese di mira come categoria sociale, quando se ne offende una, si mira a offendere tutte.

Come possiamo facilmente immaginare, le donne che più spesso subiscono questa forma di abuso sono quelle che fanno politica, quelle che si espongono mediaticamente cercando di promuovere i propri diritti e che vogliono fare sentire la propria voce.

Si insulta e si odia la donna che mostra la forza delle proprie idee, che si mostra libera e autonoma nel pensiero e nell’azione. La si odia ancora di più se con le sue parole o azioni si mostra a favore di altre categorie fragili e soggette all’odio.

Un report dell’Inter-Parlametary Union, mostra che all’aumentare delle donne in ruoli decisionali, cresce l’odio nei loro confronti. Non appena la donna si ribella allo stereotipo, quando si allontana dagli ideali imposti dalla società, ecco che nascono il disprezzo e la rabbia.

Non è il web in sé a scatenare l’odio, si tratta solo di un amplificatore incontrollato di sentimenti intrinsechi, di posizioni sociali già espresse da altre fonti. Ed è proprio la mancanza di controllo di questo strumento alla portata di tutti che lo rende estremamente rischioso. Il web continua a essere percepito come irreale, come distaccato dalla vita, e questo facilita il diffondersi di opinioni grottesche che pochi sosterrebbero nella pubblica piazza.

I numeri parlano chiaro, ed esprimono odio. Secondo i dati diffusi dall’International Center for Research on Women, il 73 per cento delle donne avrebbe subito violenza di genere facilitata dalla tecnologia. Ma, come già detto, non essendo “reali”, questi abusi vengono minimizzati, fatti passare in secondo piano, senza prendere in considerazione le ripercussioni che possono avere sulle persone che li subiscono. Per contrastare tutto questo, ambendo ad arrivare a vivere in un mondo in cui nessun genere si senta messo in pericolo dall’esistenza degli altri, dovremmo iniziare a responsabilizzare gli individui all’uso del web.

Negli ultimi anni, il problema dell’odio online è stato affrontato anche a livello istituzionale, permettendo alle vittime di denunciare i propri aggressori alla Polizia postale. Solo nel 2019 sono stati 2.426 i casi trattati e 738 le persone indagate per reati quali diffamazione online e incitamento all’odio. Con oltre duemila spazi virtuali monitorati per condotte antisemite, xenofobe e discriminatorie di genere, sembra che ci stiamo avvicinando a una regolamentazione di quella realtà  che fino a poco tempo fa era terra di nessuno.

Senza regole e senza punizioni, infatti, non possiamo illuderci che internet possa essere una realtà parallela ma innocua. Della pericolosità di questo luogo, come sempre, a farne le spese sono i più deboli. Le più deboli.


 

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Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.

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