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Isole di plastica, l’enorme discarica a cielo aperto

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Se non le vediamo non vuol dire che non esistano. Le isole di plastica che infettano i nostri oceani crescono ogni giorno, è nostro dovere fermare questa apocalisse marina.


Ogni volta che buttiamo una bottiglia nel contenitore della plastica lo facciamo a cuor leggero, convinti che quel gesto assicurerà nuova vita all’oggetto che abbiamo finito di utilizzare in quella forma. La sua trasformazione in qualcos’altro non ci riguarda, abbiamo fatto il nostro dovere. Ciò che non sappiamo è che ogni 100 bottiglie gettate in quel contenitore, solo 20 avranno nuova vita. Cosa succede alle altre? Semplice, finiscono in mare.

Sono 5 le isole di plastica che, ad oggi, sono state scoperte nei nostri oceani: due nell’Atlantico, una nell’Oceano Indiano, due nel Pacifico. Sono state censite dall’oceanografo Curtis Ebbesmeyer e avrebbero iniziato la loro formazione negli anni ‘80, ma al loro interno si ritrovano anche plastiche risalenti agli anni ‘50. 

Non sono segnate nelle carte nautiche (per adesso) e non sono visibili dai satelliti perché si mantengono fino a dieci metri sotto il livello del mare, eppure esistono. La loro crescita è difficile da monitorare, proprio per l’impossibilità di analizzarle dai satelliti, ciò che sappiamo è che la più estesa, nel Pacifico, sarebbe grande il doppio degli Stati Uniti e che viene alimentata, ogni giorno, da una tonnellata di rifiuti plastici.

Quest’ultima, la Great Pacific Garbage Patch, o Pacific Trash Vortex, è la più grande discarica del pianeta. Dentro a quest’isola (grande quasi quanto un continente) è possibile trovare di tutto: dai super-santos ai mattoncini lego, dagli immancabili sacchetti di plastica a milioni scarpe, borse, bottiglie e lattine. Le conseguenze di questa apocalisse marina sono tante e molto gravi. Ogni anno muoiono centomila tra tartarughe e mammiferi marini, e circa un milione di uccelli, uccisi, tra le altre cose, da tappi di plastica e spazzolini da denti.

Se parlando degli Oceani la questione può sembrarci lontana dalla nostra quotidianità, dobbiamo capire quanto il Mediterraneo sia in condizioni altrettanto gravi. Il nostro mare, infatti, essendo chiuso, imprigiona la plastica. Ogni estate nuotiamo tra 115.000 pezzetti di plastica per chilometro quadrato, non dimenticando che questi finiscono inevitabilmente nel pesce che mangiamo.

Anche la costa ligure-tirrenica non è in condizioni ottimali. Solo nel nord-ovest del bacino del golfo di Genova si ritrovano 200.000 frammenti per chilometro quadrato. Mentre al largo dell’Isola d’Elba, a causa delle correnti, la concentrazione di microplastica si aggira intorno a 900.000 frammenti per chilometro quadrato.

Continuando su questa china non ci vorrà molto per prenotare le nostre prossime vacanze su una di queste disgustose isole create dalla nostra inciviltà. I paradisi che sogniamo di raggiungere si stanno trasformando in maniera definitiva: sulle spiagge delle Hawaii ci sono 200.000 frammenti di plastica per ogni chilo di sabbia. 

Il Mar dei Caraibi ha raccolto un isolotto di 8 km2 e la sua vista ci fa percepire come le nostre azioni irresponsabili stiano cambiando il volto del mondo. L’orrore delle isole di plastica è stato scoperto alla fine degli anni ‘90, eppure le prime azioni concrete si stanno iniziando a studiare adesso, probabilmente troppo tardi.

È della classe ‘94 l’ingegnere che ha iniziato a concretizzare il salvataggio degli oceani con la sua iniziativa “The Ocean Clean Up”. Boyan Slat, ingegnere croato, ha ideato un mega raccoglitore di plastiche e microplastiche, posizionato, nella sua prima missione, al largo della California. Questa prima raccolta si è conclusa da qualche mese con buoni risultati, adesso la start-up si prepara alla fase due. Per finanziare il suo lavoro, Slat ha annunciato che la spazzatura raccolta sarà riconvertita e messa sul mercato sotto forma di oggetti e gadget ecosostenibili.

Ci possiamo augurare che il suo lavoro basti a liberarci da un futuro senza mare e senza pesci ma non possiamo crederlo possibile senza cambiare le nostre abitudini. Se continuiamo ad alimentare queste isole di spazzatura, il massimo a cui potremo aspirare sarà di vederle crescere più lentamente. Cosa possiamo fare noi? Molto, in realtà.

Preferire una lattina o una bottiglia di vetro a quella di plastica, rifiutare i sacchetti di plastica quando facciamo shopping, acquistare alimenti freschi o con imballi in cartone. Fare la raccolta differenziata non è più abbastanza. Per curare il nostro pianeta è necessario l’impegno di tutti. Subito.


 
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Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.

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