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Il finanziamento della spesa in Europa ai tempi del Covid-19

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In tempi di pandemia, gli Stati europei stanno mettendo in campo molte misure per sostenere sanità ed economia. Come vengono finanziate?


Tutti gli Stati europei stanno affrontando una tempesta che non ha eguali in termini storici. I dati sul crollo del Prodotto interno lordo hanno superato gli equivalenti della Grande Recessione e della Grande Depressione. Nonostante tutto, il crollo dell’economia non è verticale come dovrebbe essere, e, al contrario, come abbiamo visto dai dati del terzo trimestre italiano ed europeo, il tessuto economico resiste e mantiene una buona vitalità. 

Le ragioni di questa resilienza vanno ricercate nei sostanziosi finanziamenti che ogni Stato sta fortemente iniettando nelle economie, sostenendo, contemporaneamente, sia la domanda, attraverso sussidi, cassa integrazione e sostegno al reddito, sia l’offerta, con finanziamenti a pioggia nei confronti delle attività che stanno andando incontro a chiusure più o meno obbligatorie. Il  “Decreto Ristori” è esemplificativo di questa strategia nazionale ed europea. 

Un piano di azione simile è stato delineato a livello europeo. Al momento, siamo al mero progetto, perché – come è evidente dalle fibrillazioni nelle Istituzioni europee e nel braccio di ferro fra Parlamento e Consiglio – l’approvazione, e quindi la distribuzione, dei fondi promessi dal Next Generation EU è ancora in stallo.

Come stanno procedendo gli Stati a finanziare, quindi, la montagna di spesa effettuata? Il metodo principale concerne l’uso del deficit di bilancio che, come è visibile nelle “Previsioni Economiche d’Autunno” della Commissione europea, mostra un incremento notevole in tutti i Paesi dell’Unione Europea (UE). In particolare, tre quarti degli Stati membri sforeranno il 6% del rapporto deficit/Pil e Spagna, Italia, Belgio, Francia e Romania supereranno il 10%. Questo andamento del deficit ha delle ripercussioni, ovviamente, sul debito pubblico, che è in forte deterioramento per tutti i Paesi UE. 

Il finanziamento attraverso l’emissione di extra-deficit – e quindi di debito – è reso possibile, per gli Stati membri della moneta unica, dal sostegno messo in campo dalla Banca Centrale Europea (BCE), come in parte affrontato in un nostro precedente articolo. I vari programmi della “cassetta degli attrezzi” della presidente Christine Lagarde hanno evidenti effetti a livello macro e uno dei principali è il tasso d’interesse dei vari titoli decennali dei Paesi UE. Sono ben lontani i tempi in cui sui giornali dominava il termine spread: anzi, sembra addirittura che questo problema sia letteralmente evaporato.

Per capire il livello di incisività della politica monetaria, è sufficiente verificare a quanto è “prezzato” dal mercato un titolo decennale greco che offre – decimale più, decimale meno – un interesse di appena lo 0,9% e che, in alcuni momenti, ha sfiorato lo 0,8%. Notizia di venerdì scorso è il nuovo record minimo toccato dal tasso d’interesse del decennale italiano, appena lo 0,6%. Ovviamente, in termini economici, vi è molto di più di un mero 0,2% come differenza fra un decennale italiano e uno greco, ma la potenza degli acquisti della BCE riesce a strangolare sul nascere qualunque fluttuazione che, in questo momento, sarebbe realmente deleteria. La situazione potrebbe ulteriormente accentuarsi quando a dicembre, con buona probabilità, l’Eurotower annuncerà un potenziamento del programma PEPP e, quindi, un’ulteriore maggiore incisività sul mercato secondario dei titoli di Stato.

Date le condizioni di finanziamento, non devono sorprendere alcune evoluzioni in atto a livello europeo. La prima è la quasi totale sparizione del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) dal dibattito pubblico. In parte, esso continua a essere sotto traccia nel nostro Paese, ma ne è esclusa al momento qualsiasi possibilità di richiesta. Tale circostanza non è confinata al solo Belpaese, ma è comune a quelle che erano considerate le economie in difficoltà, ossia quelle dei Paesi periferici dell’Eurozona.

Accanto alla sparizione del MES, sembra cominciare a escludersi persino il ricorso a parte dei finanziamenti del Recovery Fund. Molti Stati membri, fra i quali spicca la Spagna, cominciano a ventilare l’ipotesi di non richiedere la parte dei finanziamenti basati su prestiti, per accettare i soli contributi a fondo perduto. Da un lato, è possibile rintracciare in questa mossa il timore per lo stigma che il Paese possa soffrire, da parte degli operatori sui mercati finanziari, nel mostrare la necessità di avere bisogno dei prestiti; dall’altro lato è presente sempre il timore ad indebitarsi con le Istituzioni europee, per paura di un ritorno a regole fiscali stringenti e a programmi di rientro. Inoltre, da ultimo, si torna alla mancanza della necessità di fare ricorso a questi fondi, grazie all’ombrello protettivo della BCE

Una parte del finanziamento della maggiore spesa si prospetta possa essere coperto attraverso riforme fiscali nei Paesi membri. Al riguardo, una riforma importante è stata messa in campo in Spagna, dove per la prossima finanziaria è stata inserita – fra le coperture per la maggiore spesa sanitaria e il sostegno al lavoro – una riforma fiscale che prevede l’introduzione di un’aliquota al 47% per i redditi superiori ai 300.000 euro. Si tratta di un pugno di contribuenti, probabilmente meno dell’1% della popolazione, ma tale strategia va incontro a principi di progressività fiscale che sono fra i cardini dei due partiti di governo. La riforma prevede, inoltre, l’aumento dell’imposta sulle rendite di capitale sopra i 200.000 euro dal 23% al 27% e l’aumento dell’1% della tassazione sui patrimoni sopra i 10 milioni di euro. Altre forme di copertura sono previste attraverso un inasprimento della tassazione nel settore delle bevande zuccherate, delle fonti energetiche non rinnovabili, una “tassa Google” che colpirebbe le aziende di grandi dimensioni inserite nel settore pubblicitario o nella vendita dei dati e, infine, anche un’aliquota ex-novo del 15% che colpirebbe le società del settore immobiliare.

Un altro Paese europeo ha allo studio una riforma fiscale che intaccherebbe i settori della popolazione a più alto reddito: il Belgio. A Bruxelles, il Governo valuta l’introduzione, attraverso un progetto di legge, di un prelievo dello 0,15% su tutti i cosiddetti conti-titoli, siano essi di persone fisiche o giuridiche, il cui valore supera un milione di euro. Onde evitare confusione, i conti-titoli altro non sono che dei conti correnti cui sono “appoggiati” i titoli di investimento, nulla a che vedere con i normali conti di risparmio.

Anche nel nostro Paese sembra si stia studiando una riforma dell’IRPEF, i cui contorni sono ancora sfumati e le modifiche delle aliquote poco chiare, anche se sembrerebbe fondarsi più su una riduzione della tassazione, o sua una rimodulazione, che su un inasprimento.

Quello che è chiaro, concludendo, è come per tutti gli Stati europei siano necessari sforzi anti-ciclici che solo la spesa pubblica può essere in grado di portare avanti in questo momento. Le fonti di finanziamento per questo sforzo, date le loro dimensioni, non possono che fondarsi su un extra-deficit e, quindi, sulla crescita del debito pubblico, coperto grazie alla forza della BCE. Il modo di finanziare questa spesa extra, e il debito pubblico che ne deriva, non può che essere il rilancio della crescita e l’aumento del gettito che ne conseguirà. Per crescere dopo, tuttavia, bisogna salvare il tessuto economico in questi tempi difficili: nel prossimo futuro, gli Stati membri e l’Unione Europea hanno lunghi mesi di finanziamenti e contributi da fronteggiare.


 
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Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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