Tempo di lettura: 4 minuti

Le fiamme di Moria divorano l’Europa

Condividi

 

I 13 mila dannati del campo-lager di Moria, condannati al limbo della terra di mezzo, vivono oggi nell’inferno di frontiera.


Vi avevamo già raccontato di Moria e dei suoi invisibili. Oggi è cenere, rovine, e migliaia di vite sospese. Nulla di più resta del campo-lager alle porte dell’Europa, inghiottito dalle fiamme tra il 9 ed il 10 settembre scorso. «La situazione è indescrivibile. Spesso abbiamo detto che Moria sembrava un inferno per gli abusi e i diritti negati. [..] Oggi Moria non sembra un inferno, lo è.» twittava nella notte Giovanna Scaccabarozzi, referente medico MSF sul campo. 

Che quel ghetto di frontiera, figlio delle deplorevoli politiche migratorie europee, fosse una bomba orologeria destinata a esplodere in un devastante disastro, era chiaro a tutti. 13 mila dannati, di cui 4 mila bambini, sopravvivevano da anni in condizioni disumane, confinati in uno spazio concepito per accoglierne meno di 3mila, senza cure, né acqua e cibo a sufficienza, né prospettive. Condannati al limbo della terra di mezzo: in Europa, fuori dall’Europa. Vittime di «una guerra fatta alla dignità, ai diritti umani e alla resilienza di chi fugge per cercare sicurezza», per usare le parole di Marco Sandrone, Capo progetto MSF a Lesbo

La pandemia e una quarantena di massa lunga 179 giorni ha solo peggiorato le cose, in un luogo in cui distanziamento sociale e misure igieniche di base non potevano essere rispettate. 

Negli anni, innumerevoli e inascoltate le denunce da parte delle organizzazioni umanitarie impegnate sul campo, e gli appelli perché si evacuasse con urgenza quella baraccopoli che, di fatto, era ormai un invivibile centro di detenzione, finanche per bambini: “Welcome to Prison” stava scritto su un muro all’ingresso di Moria.

Il corpo senza vita di una bambina di 6 anni era stato recuperato tra il fumo e gli scheletri carbonizzati di quei bivacchi che i prigionieri di Lesbo erano costretti a chiamare casa, solo qualche mese fa. Non era la prima volta. Eppure, nemmeno una tragedia tanto immane quanto annunciata era servita affinché il mondo aprisse gli occhi su quella marea di desolazione umana accalcata ai confini dell’Unione Europea. 

Piuttosto, un nuovo sistema di (non-)asilo «che sembra concepito per “deportare” e “calpestare” i diritti umani dei migranti», come denunciano Oxfam e Greek Council for Refugees (GRC) nel rapporto congiunto pubblicato lo scorso luglio, che fotografa «la precisa scelta politica (di Grecia e Unione Europea) di mettere in pericolo le vite di persone che avrebbero invece dovuto proteggere» sostiene Riccardo Sansone, responsabile dell’ufficio umanitario di Oxfam Italia. 

Il Continente, deliberatamente, guardava altrove. Finché il fuoco, stavolta, non ha distrutto ogni cosa, e portato il campo sulle strade: «Quando ho visto il fuoco, ho preso i bambini e ho gridato a mia moglie di sbrigarsi – racconta un profugo afghano –  ma non abbiamo fatto in tempo a prendere cibo, vestiti o sacchi a pelo. Le fiamme hanno bruciato tutto: i panni, i nostri documenti e la tenda. Tutti odiavamo Moria, era come una “prigione preventiva”. Ma ora siamo per strada, con migliaia di altre persone frastornate, non sappiamo cosa fare, dove andare, come mangiare o dove dormire». 

Famiglie accampate negli uliveti, bambini addormentati su scatole di cartone. Sul ciglio delle strade, qualche coperta salvata dall’incendio a fare da culla per i neonati. La vita custodita dentro a cassette di plastica. Sfollati perfino dall’inferno. «Ora viviamo come animali nella giungla, ma non siamo animali. Per favore aiutateci» è la supplica di una giovane afghana, urlata con la disperazione di chi non ha più nulla. Non un riparo, né assistenza, né libertà. 

Sono l’immagine di un’Europa sconfitta: «Quando ero nel mio Paese, il Congo, e la gente parlava dell’Europa, pensavo ai diritti umani. Ma da quello che vediamo qui, non credo che l’Europa esista più. Guarda le condizioni in cui si trovano i nostri figli. Questo è l’inferno», dice Scotti Kele, uno dei migranti di Moria.

Citando il viceministro greco per l’Immigrazione Koumoutsakos all’indomani dall’incendio, «chiunque pensi di poter raggiungere la terraferma, lo dimentichi». Notti all’addiaccio e giorni di lacrimogeni lanciati sulla folla in protesta dallo schieramento della polizia greca in tenuta antisommossa: «Una bambina di dieci giorni ha inalato gas, dormiva per strada da quattro giorni, ha vomitato tutta la notte. È possibile che bambini, anziani e ammalati vengano abbandonati così?» si chiedono gli operatori MSF

Moria Uccide”, “Portateci via” recitano alcuni cartelli mostrati dai manifestanti a ricordare all’Europa il fallimento delle politiche degli hotspot e della militarizzazione dei confini, e le conseguenze drammatiche della politica che ingabbia le persone. «Se non riescono a occuparsi di noi perché non ci lasciano liberi di andare a chiedere asilo in altri Paesi?» chiede Samira mentre tiene in braccio il suo bambino ed è incinta del suo secondogenito. «Chiediamo aiuto alla comunità europea. Perché non ci ascoltano? […] Qui moriamo ogni giorno» le fa eco Maryam.  

«Tutto questo si poteva prevenire. Adesso si inneschi un’immediata inversione di rotta» ammonisce Spyros Vlad Oikonomou del GCR. E dall’Europa giungono a bizzeffe le parole di solidarietà, come anche le dichiarazioni d’impegno: «Moria è qui per ricordare all’Europa che dobbiamo cambiare» queste le parole pronunciate dal vicepresidente della Commissione Europea Margaritis Schinas

Intanto, però, un nuovo carcere sta risorgendo dalle ceneri di Moria, a pochi chilometri dai suoi resti. Un accampamento, “temporaneo” dicono, nell’ex poligono militare di Kara Tepe, che «è peggiore di quello di prima»: tende di plastica ammassate su una spianata a ridosso del mare, che sarà di fango alle prime piogge, filo spinato a chiuderne i confini, code infinite per il cibo e provviste insufficienti, e servizi igienici inadeguati. È una Moria – secondo atto. «Non è possibile accettare che l’Unione Europea reiteri le stesse politiche di contenimento che hanno ampiamente dimostrato la loro inadeguatezza sulla pelle di migliaia di persone. Non si può continuare a intrappolare esseri umani in condizioni disumane, senza diritti e senza certezze sul proprio futuro» si legge al proposito su una nota diffusa da Intersos.

Il trasferimento sul continente di 400 minori non accompagnati e di alcune centinaia di altri rifugiati ritenuti “più vulnerabili” (che poi a chi è dato di determinare la soglia di vulnerabilità oltre la quale si ha diritto all’Europa? Qual è il grado di sofferenza sufficiente?) è seguito all’annuncio di disponibilità all’accoglienza da parte di alcuni Stati membri, a riprova di quanto in fretta una risposta concreta, coordinata e dignitosa alla questione migranti potrebbe trovarsi in tempi assai rapidi in Europa, se solo se ne avesse la volontà. L’Unione, però, si limita a dichiararsi pronta a «finanziare un nuovo campo più moderno» in Grecia. Davvero il dramma degli “Invisibili di Moria” non sembra essere servito a nulla.

Che fine hanno fatto i valori fondanti di quell’Unione che era nata per unire i popoli, e difendere l’inviolabilità della dignità umana e il rispetto dei diritti umani? «Abbiamo ricreato i campi di concentramento – tuonava qualche mese fa Jean Ziegler, del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite – […] in Europa e, peggio, in nome dell’Europa». A Moria, quell’Europa è bruciata. Sul pannello di un cassone, tra le macerie annerite, si legge ancora “Freedom of Movement”: che si riparta da lì. 


Foto in copertina di “Solidarity for Moria”

 

Condividi
Clara Geraci

Clara Geraci

Quella per i diritti umani è una battaglia culturale, prima ancora che politica e legale. “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente” (Angela Davis).

error: Content is protected !!