Tempo di lettura: 3 minuti

Abortion without borders e il femminismo della resistenza in Polonia

Condividi

 

Quando la lotta per un diritto diventa la lotta di tutte le donne, allora il femminismo oltrepassa tutti i confini a favore di una causa comune.


La storia che caratterizza la Polonia ha da sempre subito una forte influenza delle figure femminili che hanno condizionato, più volte e in modi diversi, i periodi storici che si sono susseguiti, plasmando la natura stessa dell’essenza polacca. Se nel XIX secolo l’immagine diffusa della donna polacca era rappresentata dall’ideale di Matka-Polska, ovvero della figura tradizionale e statica di donna che è moglie e madre, i cui spazi a lei concessi di libertà e azione rimangono circoscritti alle mura domestiche e familiari; oggi, la figura moderna e più contemporanea della donna polacca è figlia del suo tempo e l’immagine della donna del XXI secolo si discosta non poco da un immaginario ormai obsoleto e arcaico, ricco di visioni stereotipate sul genere.

La donna polacca vive in una contemporaneità europea dove sono diffuse l’emancipazione e la tutela dei diritti delle donne, sebbene questa visione è attaccata da un modernismo polacco che è vittima di un forte nazionalismo, ancora legato in qualche modo, purtroppo, ad aspetti non troppo emancipati. La Polonia ha, infatti, un problema; un problema rilevante con la differenza di genere e, ad esso connessa, la questione dell’aborto.

La legge sull’aborto del 1993 continua a rimanere in vigore nonostante sia una delle leggi più restrittive in materia a livello europeo. Essa prevede e ammette le procedure mediche che consentono l’interruzione di gravidanza solo in tre specifici casi: pericolo di vita per la madre, gravissima malformazione del feto e stupro. Queste condizioni sono rigide e strettamente rispettate, ne consegue che per le donne diventa impossibile esercitare il libero arbitrio sulle proprie condizioni di salute. È piuttosto evidente, dunque, una significativa assenza di diritti relativi alla salute riproduttiva delle donne, che vedono mancare il loro personale controllo sulle questioni che riguardano la loro salute sessuale.

Le donne che decidono di sottoporsi a un’interruzione volontaria della gravidanza, per i motivi più disparati, sono costrette a ricorrere a pratiche mediche altrove, fuori dai confini nazionali, in virtù di una legge troppo restrittiva che non tiene conto dei bisogni e diritti delle donne. Secondo l’Abortion Worldwide Report, nell’anno 2019 si sono verificati circa 1.100 casi di aborto “legale” in Polonia tra soggetti rientranti nella fascia di età compresa fra i 15 e 39 anni, mentre molte organizzazioni femministe stimano che sono tra 100mila e 200mila le donne polacche che ogni anno sono costrette a ricorrere all’aborto clandestino o ad andare all’estero per poterne avere accesso (in genere in Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania o Ucraina).

La grave mancanza di tutele sotto l’aspetto dei diritti riproduttivi delle donne ha, tuttavia,  acceso la questione dal punto di vista sociale, in Polonia e non solo. I movimenti femminili e femministi, che sono emersi, hanno incentivato un tipo di femminismo “di natura polacca” che subisce le ascendenze e le influenze di tutti i movimenti femministi sparsi, in particolare, nel resto d’Europa.

Così poco prima che la pandemia da coronavirus dilagasse in tutto il mondo, un movimento femminista nuovo è emerso per fronteggiare quel nazionalismo, troppo conservatore, dell’attuale governo polacco. Il femminismo made in Poland vede protagoniste tutte le donne, senza distinzione di ceto o nazionalità, e confluisce nella campagna Abortion without borders, che tende a contrastare le draconiane leggi anti-aborto della Polonia attraverso un approccio più audace e inclusivo, che supera i confini e le differenze nazionali, rompendo ogni sorta di catena, e che punta all’universalità nella lotta per il raggiungimento dello stesso fine.

Abortion without borders non è solo una campagna in difesa dei diritti delle donne, ma il nuovo «femminismo della resistenza». Questo tipo di femminismo oltrepassa le frontiere ed è spinto dal “comune sentire” una causa che non è percepita come un problema ‘‘tutto’’ polacco, ma una faccenda comune, che riguarda tutte le donne a cui è vietato o limitato il diritto di esercitare la propria scelta in merito alla loro salute riproduttiva. Il femminismo della resistenza, quindi, ha dato luce al movimento Abortion without borders che, a sua volta, ha creato una rete di collegamento fra donne che necessitano di supporto materiale e concreto. 

Il network creato dal movimento mira a fornire un tipo di aiuto comprensivo a tutte le donne, attraverso l’erogazione di informazioni chiave sulle procedure riguardanti l’aborto, finanziamenti, ma anche supporto umano e solidarietà che diventano elementi fondamentali per accompagnare le donne nell’affrontare questa esperienza, a volte dolorosa. Questo movimento, dunque, ha usufruito della cooperazione e della solidarietà fra donne, per rendere equo e accessibile l’esercizio di un diritto che è stato a lungo limitato.

La Polonia risulta, così, spaccata al suo interno perché sussiste, da una parte,  un sistema imperniato su valori patriarcali e poco inclusivi e, dall’altra, un sistema nuovo, tutto femminile, pronto a rivendicare i diritti umani insieme all’ala più progressista del Paese. Questo spartiacque si è riflesso anche nelle passate dichiarazioni dell’attuale governo in merito all’uscita della Polonia dalla Convenzione d’Istanbul, ovvero la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. L’uscita dal Trattato internazionale è stata altamente promossa dal partito polacco di estrema destra Diritto e Giustizia (PiS), che ha interpretato la Convenzione come una reale minaccia per le tradizionali visioni sul genere; contro questa scelta sono state mosse pesanti critiche nazionali e internazionali che hanno marcato le divergenze interne, alimentando le campagne sociali a favore dei diritti delle donne.

Il femminismo senza confini, quindi, che resiste e contrasta le posizioni conservatrici del governo polacco, spaventa e intimidisce perché è sinonimo di rivoluzione, lotta e resistenza che mira a portare il cambiamento in un Paese che vive ancora fortemente la discriminazione di genere. Così le donne, un po’ per necessità, un po’ per vocazione, sono diventate le portavoce di lotte sociali che aspirano al riconoscimento di diritti umani, palesemente violati in un Paese che rimane profondamente diviso al suo interno.


Illustrazione in copertina di Oreofe Morakinyo

 

Condividi

Federica Gargano

Completati gli studi di International Relations, scrivo sui diritti umani e sulle violazioni di questi nel mondo, perché “un diritto violato in un punto della terra è avvertito in tutti i punti” (Kant).

error: Content is protected !!