Tempo di lettura: 2 minuti

Il maggio di fuoco del Parco Cassarà

 

«Lo scirocco è uno dei momenti più belli che possano essere concessi all’uomo» – raccontava, qualche tempo fa, lo scrittore siciliano Andrea Camilleri – «in quanto l’incapacità di movimento in quei giorni ti porta a stare immobile a contemplare una pietra per tre ore, prima che arrivi un venticello. Lo scirocco ti dà questa possibilità di contemplazione, di ragionare sopra alle cose, anche se è un po’ difficile, in quelle circostanze, sviluppare il pensiero, che è un po’ “ammataffato”, colloso, come la pasta quando scuoce».

Contraddittorio per definizione, impetuoso portatore di pioggia mista a spossatezza, questo vento del Mezzogiorno torna ogni anno a sferzare le nostre vite, costringendoci implacabilmente ad adattarci al territorio in cui siamo nati e a far fronte, in maniera positiva, alle difficoltà quotidiane.

Così ad esempio, quando nei mesi più caldi le temperature si alzano e gli alberi “prendono fuoco”, lo scirocco sorvola i boschi e le valli e, avvolgendo ogni cosa di fumo e cenere, ci mostra in tutta la sua crudele evidenza la tracotanza umana, imponendoci una riflessione.

Nell’immobilismo di questo maggio bollente, dove i gradi centigradi sfidano sfacciatamente l’avanzare della pandemia, le fiamme divampano, indisturbate, attraverso la Palermo negata: la città del verde chiuso, sottratto alla vista dei suoi abitanti, ai giochi dei bambini, alle passeggiate dei nonni. La città dei luoghi abbandonati, ignorati e perciò facilmente vandalizzati. Palermo che, se vista da Google Earth, sembra essere una delle località più green d’Italia, ma che qui, oltre lo schermo del Pc, rimane grigia e indifferente davanti a quello che è il suo reale potenziale.

Lo scorso mercoledì, in particolare, il fuoco ha raggiunto anche la zona situata tra la cittadella universitaria del CUS e il Parco “Ninni Cassarà”. Sospinto dalla forza del vento, l’incendio si è poi propagato all’interno del parco stesso, nell’area adiacente via Ernesto Basile. Sul posto sono intervenute cinque squadre dei Vigili del Fuoco, mentre la Polizia e i Vigili Urbani erano impegnati  a gestire il traffico lungo la bretella della circonvallazione.

Realizzato tra il febbraio del 2008 e l’aprile del 2011, all’interno di un’area abbandonata da decenni e situata tra Corso Pisani e via Ernesto Basile, il Parco Cassarà rappresenta, coi suoi 26 ettari, il secondo spazio verde a Palermo, per estensione, dopo “La Favorita”. Inaugurato nel novembre 2011, sotto l’amministrazione di Diego Cammarata e immediatamente accolto con calore dalla cittadinanza, il parco ha tuttavia avuto una vita estremamente breve.

Nel dicembre 2013, infatti, le forti piogge hanno portato alla luce una vera e propria bomba ecologica, composta da scarti industriali, inerti, copertoni, tubi di gomma, sabbie da verniciatura, plastica e altro materiale tossico che ha finito per inquinare anche la falda acquifera (dalle analisi è emersa la presenza di metalli pesanti come il piombo, il ferro e il manganese).

Questa terribile scoperta ha condotto inevitabilmente al sequestro dell’area da parte della magistratura e, una volta posti i sigilli, alla sua chiusura nell’aprile del 2014. Il Parco a seguito degli accertamenti è stato poi suddiviso in tre aree, in base al presunto livello di rischio per la salute dei cittadini: l’area rossa (lato via Basile), l’area verde (lato Corso Pisani) e infine quella gialla, una sorta di cuscinetto collocato tra le prime due.

Circa tre anni più tardi, il Procuratore aggiunto Dino Petralia, che aveva coordinato le indagini, ha chiesto il processo per ben dodici indagati, accusati a vario titolo di falso, omissione di atti d’ufficio e disastro ambientale: Vincenzo Polizzi, responsabile unico del procedimento per la realizzazione del Parco, Luigi Trovato e Francesco Savarino – entrambi direttori dei lavori tra il febbraio del 2008 e l’aprile 2011 – Emanuele Caschetto, legale rappresentante dell’Associazione temporanea di imprese (composta da “Angelo Russello spa”, “Icaro Ecology srl” e “Palagio srl”) che aveva eseguito i lavori, gli imprenditori Gianfranco Caccamo, Filippo e Francesco Chiazzese, Roberto Giaconia e Francesco Fiorino, dirigenti del Comune, Giorgio Parrino, Michelangelo Morreale ed Eugenio Agnello, componenti della commissione di collaudo.

Nel febbraio del 2018 il Pm Fabiola Furnari ha chiesto quattro anni di carcere per Vincenzo Polizzi e due anni e mezzo ciascuno per i Chiazzese. Giaconia e Fiorino sono stati prosciolti, mentre gli altri sette imputati che hanno scelto il rito ordinario sono a processo davanti ai giudici della terza sezione penale del Tribunale di Palermo.

Quanto agli interventi di recupero dell’area, già fra il 2015 ed il 2016 si era intervenuti con una prima pulizia manuale e meccanica di raccolta dei resti di amianto-cemento all’interno della zona verde.

Ulteriormente, lo scorso settembre, in seno alla Giunta Comunale è stata approvata una delibera che disponeva un prelievo di 161mila euro dal Fondo di Riserva 2019. Il 5 maggio è stata poi bandita la gara avente ad oggetto i carotaggi, le indagini ambientali che dovranno dire se la zona del grande prato vicina a Villa Forni è ancora inquinata o se le operazioni di ripulitura effettuate dal Comune hanno azzerato il pericolo. Nel particolare, l’impresa vincitrice, la cui identità si conoscerà entro la fine di giugno, avrà 90 giorni di tempo per effettuare dodici sondaggi geognostici tramite il prelievo di 36 campioni di terreno in profondità, sette dalle falde acquifere e superficiali, e dodici dal terreno di superficie.


 

Beatrice Raffagnino

Il giornalismo, la scrittura e la fotografia sono stati sempre parte del mio modo d'essere proprio per questo motivo. È una forma d'amore e di ribellione il voler conoscere.