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On the road, again

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On the road: questo titolo è divenuto slogan esistenziale con questo libro, scritto da Jack Kerouac nel 1951 e pubblicato nel 1957. Un libro che sfidò i tabù del maccartismo: strada, bassifondi, club notturni, jazz, sballo, sete di verità, tutto insieme nel frullatore di una nuova poetica. L’autore, Jack Kerouac, esistenza sconnessa sempre in bilico tra droga, alcool e caos sentimentale, condensò in quella storia di polvere, chilometri, bevute e vagabondaggi tra i grandi spazi di una nuova corsa all’ovest gli aneliti libertari dei ragazzi del dopoguerra. 

Il termine “beat” lo inventò lui, cattolico con turbamenti zen, che quella parola la intendeva come beato, santificando gli outsiders che l’America da cartolina metteva ai margini. Sulla strada, il grande sogno americano offuscato dal conformismo rinasceva in una nuova epica del viaggio e dell’avventura; Kerouac ne era il suo Omero, in versione irriverente e sfrontata, rifacendosi a Mark Twain, che con la sua prosa spontanea, senza riguardi per la punteggiatura, sfidava i benpensanti, per arrivare ai giovani e alla loro ricerca di senso. Quando Fernanda Pivano lo intervistò in Italia nel ’66 il Kerouac alcolista era ormai vicino alla fine, ma il suo sogno sporco, ribelle e vero durò molto più a lungo.

Il romanzo è fortemente autobiografico. Pur presentando sostanzialmente una trama molto semplice è stato suddiviso in cinque parti, scritto sotto forma di episodi e ambientato negli anni ’40. I protagonisti Sal Paradise (sotto le cui spoglie si cela l’autore stesso), un ragazzo squattrinato spinto da ambizioni letterarie a viaggiare verso l’Ovest (il West), e l’amico Dean Moriarty (pseudonimo di Neal Cassady) che, uscito dal riformatorio, è animato dalla voglia di vivere esperienze intense, affrontano insieme un “viaggio”. Un viaggio inteso come abbandono e alienazione dalla società di massa, abbracciando quella che è la vita sulla strada e che si concretizza materialmente quando i due affrontano una serie di esperienze insieme, sperimentando cose nuove e proibite e realizzando successivamente la loro insofferenza e incapacità di adattarsi alla società.

I viaggi raccontati nel libro rispecchiano i sette anni passati realmente da Kerouac viaggiando, in compagnia di altri amici. Oltre a lui e a Neal Cassady, sono molti altri i personaggi citati sotto pseudonimo nel libro, come Allen Ginsberg (Carlo Marx) o William Burroughs (Old Bull Lee), altri importanti esponenti della Beat Generation. 

Leggere On the road è come fare un sogno e viaggiare insieme ai protagonisti, osservandoli, scrutandoli e condividendo con loro il viaggio. La trama è semplicissima ma alla fine non è la cosa più importante; non è tanto quel che si è letto, quanto quel che si è provato leggendo ed è questo ciò che rende straordinaria l’opera.

Allora quella della gioventù bruciata era soprattutto una ricerca, una ricerca di ciò che si è perduto e che si sente il bisogno di ritrovare, anche a costo di cercarlo lontano dagli altri e lontano da sé, fuggendo da quella società massificata e borghese creata a tavolino dal boom economico post-bellico. «Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impianti, i passi al piano di sopra e altri rumori tristi e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Ero a metà strada tra una costa e l’altra dell’America, al confine tra l’Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e forse è per questo che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso».

Il messaggio senza tempo di questo grande classico è il seguente: più si cerca di ingabbiare il tempo e più questo scivola tra le mani. In questo libro altamente simbolico, Kerouac presenta la metafora del tempo: Kerouac non contrappone il mondo dei giovani con il mondo degli adulti, non parte da istanze etico-morali per insegnare cosa è giusto, ma insegna ad uscire dal mondo routinario delle abitudini per aprirsi alla vita. 

Anche il ritmo del racconto calza a pennello con questa esortazione a non perdere tempo, ad agire, a fare, senza farsi troppe domande: la vita è un viaggio, tu non sei altro che sulla strada ed è qualcosa che va ben oltre il carpe diem. Questo libro è un inno alla rottura delle regole, alla libertà e alla realizzazione personale. Nel far questo, il libro rompe con gli stereotipi della realizzazione personale classica data dalla società (nasci, studia, lavora e metti su famiglia), e fa dimenticare i problemi inesistenti che essa ci induce, per abbandonarsi al mondo, a prendere solo il meglio da ogni posto e poi andarsene. Sulla strada c’è la vita. Un detto cinese recita che bisogna essere come l’acqua, che scorre sempre nei luoghi più bassi, perché è lì che si trova il formicolio dell’esistenza.

Secondo Fernanda Pivano «questa immagine dell’energia vitale, del flusso di coscienza e della spontaneità nell’arte e nella vita ha cambiato una generazione». Sulla strada i protagonisti cercano nuove avventure, cercano sé stessi, cercano e sfidano il sogno americano che è lì fuori nella grande America. In questo desiderio di vita c’è il rifiuto della nuova America, divenuta nel dopoguerra una massa votata al consumismo più sfrenato.

La poetica di Kerouac influenzò le generazioni successive: William Burroughs, Victor Bockris, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso e Allen Ginsberg; la fotografia di Robert Frank che con un solo libro, The Americans, ha cambiato tutta la fotografia del Novecento, con un modo di vedere il mondo contrario ad ogni retorica. Fino alla musica, Bob Dylan e David Bowie su tutti, e poi i Beatles e i Jefferson Airplane, e nel cinema film celebri come Easy Rider. Tutti ispirati da questo classico senza tempo scritto da Kerouac: il romanzo del cambiamento, dell’evoluzione, ma anche come il romanzo da capire, in cui bisogna entrare negli animi dei personaggi che lo rendono vivo. 

Un omaggio simbolico, artistico e musicale: mettetevi le cuffie ed entrate nel mondo, on the road.


 
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Antonio Di Dio

Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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