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Il coronavirus negli Stati Uniti è la nuova scusa per negare diritti «non essenziali»

 

Risalgono già al maggio 2019 le leggi speciali che vietano l’aborto approvate da alcuni governatori negli Stati Uniti, e che limitano a tal punto la sua esecuzione da rendere il suo svolgimento praticamente impossibile. In Louisiana, ad esempio, viene negato il diritto ad abortire nel caso in cui venga riscontrato un battito cardiaco del feto. In Georgia, Kentucky, Mississippi, Ohio e nella stessa Louisiana l’aborto viene negato a partire dalla sesta settimana di gravidanza, periodo nel quale molte donne nemmeno si rendono conto di essere incinte. Nello Stato del Missouri il Parlamento ha approvato una norma che vieta l’aborto dopo le otto settimane di gravidanza e dopo che viene riscontrato il battito cardiaco fetale, rispetto alle 21 settimane e sei giorni della legge precedentemente in vigore.

Come ci ricorda Amnesty International, attraverso la sentenza Roe v. Wade, nel 1973 la Corte Suprema Federale stabilì che l’aborto era legale. Da quel giorno si susseguono costantemente manifestazioni da parte di attivisti e politici anti-choice – contrari dunque alla libertà da parte delle donne di scegliere se proseguire o interrompere una gravidanza –, i quali cercano di rovesciare questa sentenza. Questi personaggi, nel corso degli anni, hanno tentato di indebolire con ogni mezzo l’accesso ai servizi di aborto, creando appositamente ostacoli sia economici sia pratici al fine di rendere impossibile un diritto sancito da una sentenza della più alta Corte federale degli Stati Uniti. 

Uno dei casi più eclatanti è quello dello Stato dell’Alabama. Lo scorso anno il governatore aveva approvato quella che è stata definita la legge più restrittiva d’America. Il decreto vieta l’aborto in ogni caso, anche di fronte a gravidanze come conseguenze di stupro, violenza o incesto. L’unica eccezione è quella di un rischio serio e fondato per la vita della futura mamma. A seguito della storica decisione si sono immediatamente mobilitate numerose organizzazioni che si occupano della tutela e difesa dei diritti delle donne e dei diritti umani. In Alabama, inoltre, la nuova legge stabilisce che i medici che non rispettano il decreto rischiano fino a 99 anni di carcere (che implicitamente rappresenta un ergastolo); mentre per coloro che solo tentano di praticare l’aborto è prevista una pena fino a dieci anni di reclusione. La legge è stata approvata dal Senato dell’Alabama nel maggio 2019 con una larga maggioranza (25 voti favorevoli e 6 contrari); mentre era stata approvata già precedentemente dalla Camera con 73 voti favorevoli e 3 contrari. 

Anche laddove l’aborto viene in teoria garantito senza restrizioni o leggi speciali, non è semplice per le donne accedervi e ottenere tutti quei servizi medici e sanitari necessari ad una interruzione di gravidanza legale e sicura. Secondo il rapporto di Amnesty International, sei Stati a stelle e strisce possiedono solamente una clinica specializzata dove poter abortire. Gran parte del territorio statunitense viene definito come “deserto dell’aborto”. Molte donne infatti sono costrette a dover sopportare enormi spese sia economiche che sanitarie. Molte di loro sono costrette a dover percorrere distanze di oltre 150 chilometri per poter raggiungere la clinica disponibile più vicina alla propria residenza.

Secondo le stime degli esperti, ogni anno nel mondo vengono ricoverate 5 milioni di donne (di cui 47 mila perdono la vita) per complicazioni dovute a gravidanze pericolose ed aborti non sicuri. Negli Stati Uniti si riscontra il tasso di mortalità materna più alto tra i Paesi Sviluppati, e gli stati dove sono state adottate queste leggi anti-choice sono proprio quelli i cui tassi di mortalità materna ed infantile sono più alti.

L’aborto è un tema molto centrale all’interno della politica statunitense. Il Presidente Donald Trump, duramente criticato dai suoi rivali politici del Partito Democratico, è stato accusato di aver assecondato le spinte anti-abortiste negli Stati Uniti. Il candidato Dem alla Casa Bianca, Joe Biden, ha affermato che «l’ondata di leggi anti-aborto è incostituzionale». Anche la deputata democratica Alexandra Ocasio Cortez in un tweet ha tuonato: «si costringono le donne a rimanere incinte contro il loro volere».

L’espansione e lo scoppio dell’epidemia di Coronavirus non hanno risparmiato gli Stati Uniti, che ad oggi risultano essere il Paese più colpito e con il maggior numero di morti. Proprio con il pretesto del contenimento della pandemia, lo scorso marzo, altri due Stati, Ohio e Texas, hanno vietato ogni tipo di aborto chirurgico “non essenziale”. Secondo i promotori della misura, gli aborti, non essendo necessari dal punto di vista medico, non devono essere praticati; il tutto, a detta loro, per favorire il contenimento dell’epidemia, e per facilitare l’utilizzo delle cliniche come centri di cura di emergenza contro il Covid-19. Lo speciale decreto dovrebbe scadere proprio in questi giorni. L’evolversi di questa eccezionale situazione è ad oggi sconosciuta. Sicuramente, in seno alla generale tendenza adottata negli Stati Uniti, rischia di protrarsi e costituire il principio di un cambiamento che sancirebbe un enorme passo indietro della democrazia statunitense. 

Intanto, i gruppi anti-aborto sparsi per tutto il territorio statunitense ne stanno approfittando per chiedere a gran voce l’allargamento delle misure a tutta la Nazione. L’idea sembra essere quella di un utilizzo della crisi sanitaria a scopo anti-aborto da parte dell’amministrazione Trump, e da parte di quei governatori filo repubblicani. Katherine Hancock Ragsdale, presidente della National Abortion Federation, ha dichiarato che «l’aborto può essere una vera e propria corsa contro il tempo, e dunque l’assistenza sanitaria è essenziale – e ha aggiunto che – le donne meritano di meglio di uno sfrenato sfruttamento di una crisi sanitaria per promuovere un programma anti-aborto».

Recentemente anche le Nazioni Unite hanno espresso la loro preoccupazione in merito alla vicenda e sugli effetti della crisi sanitaria, specialmente a carico delle donne, le quali potranno ritrovarsi a prendere delle decisioni fondamentali per la propria vita e la propria salute, in condizioni di emergenza globale e senza l’ausilio del sistema sanitario nazionale.


 
Mattia Marino

Mattia Marino

Da sempre dalla parte dei più deboli, in difesa dei diritti umani, parte fondamentale ed integrante dei miei studi. Amo lo sport, il cinema indipendente e la musica.

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