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Aborti impossibili ai tempi del coronavirus

 
 

A causa del Covid-19 in Italia abortire è diventato quasi impossibile. La pandemia ha quasi distrutto la già difficile rete di diritti e possibilità previsti dalla legge n.194 a causa dell’altissima percentuale di medici e infermieri obiettori di coscienza. Adesso i reparti sono stati chiusi, le donne spesso vengono respinte dai nosocomi e i consultori sono purtroppo fermi. Le donne che scelgono di abortire durante la quarantena tra medici obiettori di coscienza, telefoni che squillano a vuoto e aborto farmacologico non garantito, si trovano ad affrontare una vera e propria odissea.

Numerose sono le testimonianze drammatiche raccolte da Repubblica per fare il punto della situazione riguardo alla possibilità di abortire in Italia ai tempi del Covid-19. Maria ha raccontato ai giornalisti che a Milano è stata respinta da ben quattro ospedali. “Ero vicina al termine quando finalmente mi hanno accettato alla Mangiagalli” conclude. Rosaria, da Salerno: “Ho violato le ordinanze e sono andata di nascosto a Campobasso dove il reparto è aperto. L’unico ospedale di Salerno che praticava le interruzioni ha chiuso e a Napoli non c’era posto. Un calvario. Ho viaggiato di notte”.

L’obiezione di coscienza, nel nostro Paese, supera il 70 per cento tra medici, anestesisti e paramedici. Secondo una relazione diffusa dal Ministero della Salute nel 2018, i ginecologi che rifiutano di supportare l’interruzione volontaria di gravidanza sono il 68,4%, gli anestesisti il 45,6% e il personale non medico il 38,9%. È stato sufficiente che alcuni nosocomi chiudessero le porte alle pazienti per riservare numerosi reparti alla cura, più che doverosa, dei malati di covid-19, per gettare nel caos e portare praticamente al collasso il sistema già fragile e minato dell’interruzione volontaria di gravidanza in Italia.

Con una lettera aperta al ministro Speranza, al presidente Conte e all’Aifa, sottoscritta da centinaia di firme, tra cui spiccano quelle di Roberto Saviano, Laura Boldrini, Marco Cappato e Livia Turco, quattro associazioni (Laiga, Pro-Choice, Amica e Vita di Donna) hanno chiesto “misure urgenti” per garantire le interruzioni volontarie di gravidanza, “privilegiando la procedura farmacologica”. Nella stessa lettera è stata avanzata anche la richiesta di allungare i tempi per l’aborto con la Ru486 fino a nove settimane (attualmente sono sette), eliminare i ricoveri e prevedere, in questi giorni difficili, una procedura di aborto “totalmente da remoto” con la telemedicina.

Non sono solo scrittori e politici a richiedere l’uso della Ru486 bensì gli stessi ginecologi. “In questo momento storico – spiega Antonio Chiantera, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia – riteniamo doveroso tutelare la salute e i diritti delle donne, attuando le procedure ritenute giustamente indifferibili, e al contempo ponendo in essere tutte le misure utili a contenere e contrastare il diffondersi della pandemia”. Nicola Colacurci, presidente dell’Associazione Ginecologi Universitari Italiani, dichiara che “il percorso tradizionale dell’aborto chirurgico, che prevede numerosi accessi ambulatoriali, espone la donna a un numero eccessivo di contatti con le strutture sanitarie, che sicuramente” in questo periodo di emergenza covid-19 “non contribuiscono alla riduzione del rischio di contagio”. I ginecologi sottolineano che le maggiori difficoltà che le donne incontrano nell’accedere ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza durante questo periodo emergenziale rischiano di determinare il superamento dei limiti temporali previsti dalla legge sull’Ivg.

De-ospedalizzare l’aborto farmacologico, autorizzando la procedura nei consultori e negli ambulatori attrezzati, spostando il limite per la somministrazione dalle 7 settimane di gravidanza attuali a 9, come nel resto d’Europa e come previsto dalla Agenzia europea del farmaco è la richiesta di Pro-choice. Così si ridurrebbero gli accessi in ospedale e il rischio di contagio da coronavirus, favorendo l’accesso ad una pratica medica ancora sottovalutata nel nostro Paese, se non addirittura ostracizzata: la percentuale di aborti farmacologici rispetto al totale delle interruzioni volontarie è attualmente del 17,8%, contro il 97% in Finlandia, il 93% in Svezia, il 75% in Svizzera, il 67% in Francia.

Siamo in Italia, però, e nel nostro Paese, fin dai primi giorni della diffusione dell’epidemia, vari gruppi pro-life italiani, a cominciare da Provita, hanno chiesto a gran voce al ministro Speranza di “abolire gli aborti”. Cosa che è effettivamente avvenuta oltreoceano, in Ohio e Texas: i due Stati americani hanno incluso l’aborto tra gli interventi medici non essenziali e da rinviare.

In tante altre nazioni il rischio è che il diritto all’aborto non riesca a essere tutelato. Un esempio? La Polonia: in parlamento a Varsavia è approdata una legge che costringerebbe a portare avanti una gravidanza, in ogni caso. Un tentativo simile venne portato avanti già nel 2016 ma una grande mobilitazione delle donne aveva impedito che il governo apportasse modifiche alla legge in vigore. Adesso l’esecutivo ci riprova, sfruttando a proprio favore le misure di distanziamento sociale in vigore. Non ci saranno difatti mobilitazioni di massa per ovvi motivi ma le donne polacche stanno comunque esprimendo il proprio dissenso contro il governo. Come possono, ovviamente, date le restrizioni.

Alcune di loro, il 14 aprile hanno organizzato dei flash mob a Varsavia, tra poster e cartelli, clacson e giri in bicicletta per le vie delle città, al fine di di richiamare l’attenzione sul problema. Le manifestanti sono state prontamente raggiunte dalla polizia e accusate di aver violato i termini della quarantena. Le proteste però non si sono fermate, anzi: si sono semplicemente spostate online e, grazie al supporto di associazioni internazionali come Amnesty International o di alcuni eurodeputati come la tedesca Terry Reintke, la notizia ha iniziato a rimbalzare su Twitter e ad essere ripresa da alcune testate europee.

La situazione nel nostro Paese non è così preoccupante, ovviamente, ma il ricorso all’aborto farmacologico potrebbe in parte risolvere questa annosa problematica.

Annarita Caramico


 

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