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Tra maltrattamenti e negligenza, il futuro incerto di Julian Assange

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A quasi un anno dal suo arresto, avvenuto l’11 aprile scorso a Londra, sulla base di una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, che lo accusano di cospirazione e intrusione informatica, Julian Assange si trova ancora in prigione, sotto processo ed in condizioni di salute molto precarie.

Dal 2012 fino all’inizio della sua detenzione, Assange è stato ospite presso l’ambasciata dell’Ecuadora Londra come rifugiato politico. Nel 2010 infatti il Tribunale di Stoccolma aveva rilasciato un mandato di arresto per l’attivista australiano, con l’accusa di stupro, molestie e coercizione illegale.

Lenin Moreno, Presidente dell’Ecuador dal 2017, permise di fatto l’arresto di Assange revocandogli la protezione diplomatica. La mossa di Moreno è stata aspramente criticata dai difensori dei diritti umani e del diritto alla libertà d’espressione di tutto il mondo. Il Presidente sudamericano, lo scorso anno, pochi giorni dopo l’arresto di Assange, difese la sua decisione dichiarando: «Non possiamo permettere che la nostra casa, che ha aperto le sue porte, diventi un centro di spionaggio». «Era un ospite a cui era stato offerto un trattamento dignitoso, ma non c’è stato un principio di reciprocità nei confronti del Paese che lo ha accolto, né la disponibilità ad accettarne i protocolli. Il ritiro del suo asilo è avvenuto nel rigoroso rispetto del diritto internazionale».

Secondo le opposizioni interne in Ecuador, la mossa di Moreno è stata una spiacevole sottomissione nei confronti degli Stati Uniti. A questa accusa il Presidente aveva risposto che la decisione era stata presa senza alcuna pressione da parte di Stati terzi.

Il 24 febbraio scorso è iniziato a Londra il processo che deciderà se estradare o meno il fondatore di Wikileaks negli Stati Uniti. La richiesta di estradizione è stata già firmata dal Governo del Regno Unito, ma bisogna comunque attendere l’iter giudiziario per poterla rendere operativa. Il Governo statunitense aveva già formulato l’accusa ad Assange nel marzo del 2018, imputandolo di aver aiutato un ex soldato americano, Chelsea Manning, a decifrare una password utile all’accesso su computer militari contenenti informazioni di altissima sensibilità.

È di qualche giorno fa la notizia che la Manning, incarcerata dal maggio scorso, dal giorno 11 marzo si trova ricoverata in ospedale per aver tentato il suicidio. Qualche giorno dopo, l’ex militare avrebbe dovuto partecipare ad un’udienza in merito al suo rifiuto di testimonianza perché sosteneva di aver già dichiarato tutto quello che sapeva alla Corte Marziale che la giudicò nel 2013. Il giudice federale ha stabilito che l’udienza non è più necessaria e che Chelsea Manning può essere immediatamente rilasciata. Dovrà tuttavia pagare un’ammenda di 256 mila dollari per aver sfidato il mandato di comparizione. Dure le reazioni da parte del padre di Assange, appoggiato dall’ex componente dei Pink Floyd Roger Waters e dall’economista greco Varoufakis. «Se Julian verrà estradato, sarà la fine della libertà d’espressione. Ed anche della vostra professione». Così si pronunciava lo scorso febbraio Jhon Shipton, 78 anni, padre dell’attivista incarcerato.

Legale di punta del team di avvocati chiamati a difendere Assange è sicuramente Baltasar Garzón, celebre per la sua battaglia a favore dell’estradizione in Cile dell’ex dittatore Augusto Pinochet. I legali oltre a difendere l’attivista, ripeteranno l’accusa al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nel 2017 aveva offerto la grazia a Julian Assange in cambio di una sua pubblica ammissione di un non coinvolgimento della Russia nel caso legato al furto delle mail del Partito Democratico Americano l’anno precedente.

Durante il mese di marzo, intanto, 186 medici di diverse nazionalità hanno firmato una petizione per fermare le “torture” e la “negligenza medica” che Assange sta subendo durante la sua detenzione. La dottoressa Lissa Jhonson, una delle principali firmatarie, ha affermato come «la detenzione in una prigione di massima sicurezza, in isolamento e con la negazione di diritti fondamentali siano serviti a torturare psicologicamente Julian Assange; con la volontà da parte degli Stati Uniti di ridefinire il giornalismo come spionaggio».

Il team di avvocati del giornalista australiano, durante la prima serie di audizioni in merito all’estradizione, ha informato il giudice Vanessa Baraitser dei maltrattamenti che il loro assistito stava subendo dalle autorità carcerarie. Nonostante aver appreso che l’imputato fosse stato ammanettato in una sola giornata ben 11 volte, trasportato in 5 carceri diversi e trascinato a terra 2 volte, oltre ad essergli stati requisiti tutti i suoi documenti legali privilegiati, il giudice Baraitser si è rifiutata di intervenire, e si è anche rifiutata di permettere ad Assange di uscire dal gabbiotto del tribunale e raggiungere i suoi avvocati. Il gruppo Doctors for Assange, nell’edizione di questo mese di marzo della rivista scientifica inglese Lancet, ha pubblicato una lettera nella quale si impegna a chiedere la fine delle torture che Julian Assange sta subendo durante il periodo di reclusione e processo.

Assange, negli USA, rischia fino a 175 anni di carcere nel caso in cui venga estradato e messo a processo su territorio statunitense. Contro la sua estradizione si sono mobilitati oltre 1200 giornalisti di tutto il mondo (qui sono reperibili il testo e l’appello), oltre ad Amnesty International ed una commissione di esperti ONU in materia di diritti umani, la quale ne ha denunciato la detenzione protratta come una forma di tortura. Il 25 marzo ed il 7 aprile sono previste due audizioni amministrative, mentre le audizioni per l’estradizione dovrebbero riprendere il 18 maggio. La conclusione del processo arriverà presumibilmente per la fine di quest’anno e terminerà con una sentenza appellabile.


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Mattia Marino

Da sempre dalla parte dei più deboli, in difesa dei diritti umani, parte fondamentale ed integrante dei miei studi. Amo lo sport, il cinema indipendente e la musica.

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