Julian Assange: eroe o criminale?

Di Francesco Puleo – La notizia dell’arresto di Julian Assange, giornalista e fondatore del sito d’inchiesta Wikileaks, ha suscitato un vasto dibattito a livello internazionale. Numerosi esponenti politici e giornalisti, in patria e all’estero, hanno tirato un sospiro di sollievo: con le sue rivelazioni sulle operazioni segrete dei governi di tutto il mondo, Assange avrebbe messo a repentaglio la sicurezza di milioni di persone, compromettendo l’efficacia della diplomazia internazionale e aprendo la strada ai populisti. Giustizia è stata fatta? Non esattamente.

Assange è stato arrestato l’11 aprile in Inghilterra sulla base di una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti che lo accusano di cospirazione. L’accusa è stata formulata ufficialmente il 6 marzo 2018. I fatti contestati risalgono al 2010, quando Assange avrebbe aiutato un soldato americano a decifrare una password per ottenere l’accesso non autorizzato e anonimo a computer militari altamente sensibili. Stiamo parlando ovviamente di Chelsea Manning, che allora lavorava come analista di intelligence in una base operativa fuori Baghdad.

A lui dobbiamo la rivelazione di un video di 17 minuti, pubblicato allora da Wikileaks, che mostrava l’assassinio di almeno dodici civili iracheni, tra cui due giornalisti della Reuters, in un attacco messo in atto da due elicotteri statunitensi che avevano confuso la videocamera dei giornalisti con un’arma. La vicenda risale al 2007 e l’autenticità del video, chiamato Collateral Murder, è stata confermata. Nel maggio dello stesso anno Manning è stata arrestata con l’accusa di aver divulgato il video e altre centinaia di migliaia di documenti riservati. Ad averla denunciata è un hacker, Adrian Lamo, morto nel 2018 in circostanze non del tutto chiare.

wikileaksIn seguito, WikiLeaks ha svelato il contenuto di altri documenti riservati dai quali sono emersi aspetti nascosti della guerra in Afghanistan: tra gli altri, l’uccisione di civili e l’occultamento dei cadaveri, l’esistenza di un’unità segreta volta a “fermare o uccidere” talebani, anche in assenza di un processo regolare, e i rapporti di collaborazione tra servizi segreti pakistani e talebani per ostacolare gli Stati Uniti. Infine, il sito ha pubblicato 300.000 documenti riservati dell’esercito statunitense che rivelano abusi, torture e violenze perpetrate durante la guerra in Iraq e la morte di oltre 15.000 civili in circostanze sconosciute.

I guai per Assange sono iniziati proprio nel 2010, quando il Tribunale di Stoccolma ha spiccato un mandato d’arresto nei suoi confronti con l’accusa di stupro, molestie e coercizione illegale. Il reato contestatogli sarebbe quello di aver avuto rapporti sessuali non protetti, seppur consenzienti, con due donne. Da lì ha avuto inizio una vicenda giudiziaria che, nel 2012, ha portato Assange a chiedere e ottenere asilo politico nell’ambasciata dell’Ecuador di Londra per sfuggire alla richiesta di estradizione da parte delle autorità svedesi. Sebbene i reati siano caduti in prescrizione, in seguito al ritiro della protezione diplomatica da parte del nuovo presidente ecaudoregno Lenin Moreno, le autorità inglesi hanno potuto procedere all’arresto per ottemperare alla più recente richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti. Moreno ha giustificato la sua decisione parlando di “ripetute violazioni alle convenzioni internazionali e ai protocolli”, senza entrare nello specifico.

5287500523_681277450eNegli ultimi sette anni da rifugiato politico, le attività di Assange e di Wikileaks non si sono fermate: il sito ha continuato a pubblicare informazioni riservate sull’operato di governi e multinazionali, denunciando abusi e garantendo l’anonimato assoluto alle fonti. E la reputazione di Assange è rimasta pressocché intatta almeno fino al 2016, dopo la pubblicazione delle email riservate di Hillary Clinton e del suo partito durante la campagna presidenziale. Un atto che, a detta di molti, avrebbe favorito la vittoria di Donald Trump. A trafugare le mail sarebbero stati degli hacker russi legati al Cremlino: da lì è nata la vicenda del Russiagate, inchiesta volta a dimostrare che Putin avrebbe influenzato il risultato delle elezioni americane in accordo con Trump. Da ciò deriva il mito di Assange “spia di Putin”. Tuttavia, le indagini si sono concluse il mese scorso e le accuse a carico di Trump sono crollate.

Cosa significa allora l’arresto di Julian Assange? L’allarme lanciato da alcuni giornalisti, attivisti ed esponenti dell’opinione pubblica internazionale di un pericolo grave e imminente per la sua incolumità non è del tutto infondato: il rischio è che, se le autorità inglesi dovessero accogliere la richiesta di estradizione negli Stati Uniti, Assange possa ricevere un trattamento simile a quello subito da Chelsea Manning, sottoposta a un regime di detenzione in condizioni di palese violazione dei diritti umani, al limite della tortura.

D’altro canto, se le accuse a suo carico dovessero dimostrarsi fondate, Assange rischierebbe al massimo cinque anni di carcere per il reato di hackeraggio. E in molti dubitano che lo siano: il Dipartimento di Giustizia americano non ha portato altre prove a suo carico oltre a quelle finora conosciute, ovvero le stesse che hanno portato all’archiviazione del primo processo avviato nel 2011 durante la presidenza Obama e, in seguito, alla concessione della grazia a Chelsea Manning. Tutte le attività contestate e legate all’accusa di cospirazione, dalla diffusione di informazioni sensibili alla tutela dell’anonimato delle fonti, sono la base del giornalismo d’inchiesta e sono garantite dal Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Dunque, il sospetto che siamo di fronte a un attacco al principio della libertà di stampa è tutt’altro che infondato.


 

 

 

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