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Parasite trionfa agli Oscar mostrando l’ineluttabilità del destino

La novantaduesima edizione degli Oscar, tenutasi nella notte tra il 9 ed il 10 febbraio, presso il Dolby Theatre di Los Angeles, ha visto il trionfo indiscusso di “Parasite”, il film del regista sudcoreano Bong Joon-ho, che è riuscito nella storica impresa di conquistare il premio più ambito e di portarsi a casa ben quattro statuette: miglior film, miglior film internazionale, migliore regia e miglior sceneggiatura originale.

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Bong Joon-ho, già Palma d’oro al Festival di Cannes, nonché vincitore di un Golden Globe, ha debuttato nel campo del lungometraggio nel 2000, con la commedia satirica “Barking dogs never bite”, ma il suo primo capolavoro è, senza dubbio, “Memorie di un assassino”, thriller del 2003, che ha, tra l’altro, segnato l’inizio della fruttuosa collaborazione con l’attore di Parasite, il carismatico Kang Ho-Song.

Conosciuto come lo Spielberg sudcoreano, questo regista del grottesco ritrae con crudele ironia l’essere umano e i suoi comportamenti disumani. Attraverso una miscela di generi, amalgamati magnificamente tra loro, dalla commedia nera al dramma sociale, dal thriller con venature horror a un commovente sentimentalismo, ci vengono presentate senza mezzi termini le tinte fosche di una società complessa e in continuo movimento, all’interno della quale, il riscatto individuale sembra essere una meta irraggiungibile.

“Parasite” è l’ultima affascinante creazione di Bong Joon-ho. Il film, uscito nelle sale lo scorso novembre, racconta la storia della famiglia Kim, composta dal padre, Ki-taek, disoccupato e privo di stimoli, dalla madre, Chung-sook, casalinga a tempo pieno e dai due figli, la 25enne Ki-jung e il 20enne Ki-woo. Costretti dalla miseria a vivere in uno squallido scantinato di Seoul, pressati in pochi metri, tra torme di insetti e spazzatura, si trovano improvvisamente di fronte ad un’insperata occasione di rivincita sociale ed economica. Ki-woo, infatti, ottiene, grazie alla raccomandazione di un amico, il posto di insegnante di inglese presso la villa di una famiglia altolocata, i Park. Il ragazzo resta totalmente affascinato da questo nuovo mondo scintillante e decide, di conseguenza, di coinvolgere nelle sue fortune anche i genitori e la sorella, procurando loro nuovi incarichi, attraverso false identità.

Da qui in poi il film si sviluppa in una vorticosa spirale di menzogne ed imprevisti, trasformandosi, ben presto, in una vera e propria guerra di classe, che trascinerà, senza che vi si possano opporre, le due famiglie, verso l’unica, ineluttabile conclusione: «il miglior piano nella vita è quello di non farsi mai dei piani». Impossibile, in altri termini, opporsi al destino o, meglio ancora, alla propria condizione sociale. La vita, all’interno della pellicola, si suddivide, infatti, lungo piani paralleli, ma totalmente incomunicabili, e anche quando sembra che finalmente le differenze sociali si siano appianate sino a scomparire, la realtà prende di colpo il sopravvento su qualunque illusione, ricordando a tutti, pubblico compreso, qual è il proprio posto nel mondo.


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