Rula Jebreal non sa stare un passo indietro

Il Festival della canzone italiana di questo 2020, nei preamboli della sua prima serata, ha già fatto troppi passi falsi e no, non si tratta dei rituali inciampi sui gradini della scala dell’Ariston, ma lungo tutta la passerella: una sfilata di ipocrisia e una direzione artistica che alla sua settantesima edizione sembrava non riuscisse ancora ad essere in linea con il suo pubblico.

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Le prime polemiche sono iniziate con la precaria e discussa presenza – in seguito confermata durante la prima serata – della giornalista israeliana Rula Jebreal, non solo una donna bellissima ma anche e soprattutto una donna che non sa stare un passo indietro a nessuno.

Rula Jebreal ha un’esistenza travagliata fin dalla sua infanzia vissuta ad Haifa, Israele. È figlia di una donna, Nadia, che tristemente si suicida dandosi fuoco a causa di un trauma terribile che non è riuscita a superare: una storia di stupro e brutalità, che ieri sera è stata portata sul palco dell’Ariston con le parole vere e potenti di Rula, nel sottofondo delle sue e delle nostre lacrime.

La sua infanzia continua con la sorella in orfanotrofio; lì conosce la fondatrice palestinese dell’istituto, Hind al-Husseini, figura femminile che prende ad ispirazione per tutta la vita.

Nel 1997 Rula inizia il suo percorso da giornalista, collaborando con Il Resto del CarlinoIl Giorno e La Nazione; si occupa di cronaca cittadina e di importanti temi sociali per poi spostarsi sulla politica estera, con particolare attenzione ai conflitti mediorientali. Inizia a lavorare anche per la televisione, ricoprendo ruoli di un certo spessore su LA7, dove partecipa alla trasmissione “Diario di guerra” e nel 2003 conduce l’edizione notturna del TG, curando inoltre la rassegna stampa dei quotidiani in lingua araba. Nel frattempo lavora come editorialista di politica estera per Il Messaggero.

La Jebreal non si è fermata alla scrittura giornalistica: ha scritto due libri, La sposa di Assuan e l’autobiografico La strada dei fiori di Miral. Di quest’ultimo è stata anche sceneggiatrice per il film “Miral”, pellicola attaccata da diverse organizzazioni israeliane che contestavano la caratterizzazione, a loro avviso, filo-palestinese.

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Rula Jebreal si definisce una musulmana laica, parla 4 lingue (arabo, ebraico, inglese e italiano) e nonostante la sua identità internazionale che va oltre le barriere territoriali delle sue stesse origini è stata vittima del solito bullismo razzista di stampo leghista: Roberto Calderoli, attuale Vicepresidente del Senato della Repubblica, il quale nel 2006 definì la giornalista una “signora abbronzata”.

Una signora abbronzata che non le manda a dire a nessuno, come quando all’interno di un dibattito sul canale statunitense MSNBC ha affermato che i media americani sono troppo sbilanciati a favore di Israele, portando come esempio il confronto tra il numero e la durata delle interviste a esponenti israeliani rispetto a quelle ad esponenti palestinesi. In seguito ha anche denunciato la cancellazione da parte della stessa MSNBC di tutte le sue apparizioni.

Leggendo questa breve biografia pare quasi che Rula Jebreal abbia vissuto più di una vita, volta per volta. Nonostante questo, la sua presenza è stata “divisiva” all’interno del programma italiano per eccellenza. Politici e giornalisti (o presunti tali) hanno provato con tutte le loro misere forze a umiliare una donna del suo calibro, non rendendosi probabilmente conto di chi hanno di fronte: una persona che, tra le altre cose, sta devolvendo metà del suo compenso a Nadia Murad, giovane yazida violentata dall’Isis (legalmente rappresentata dall’avvocatessa Amal Clooney) e Premio Nobel per la pace 2018. Finito il Festival, Rula Jebreal tornerà al suo ruolo di docente di Diritti Umani negli USA.

In una edizione già fradicia di gaffes, la presenza di Rula Jebreal è fondamentale per unire intere generazioni di ragazze in un mondo che ancora le celebra come donne solo quando sono belle e basta. Se una donna come lei ha scelto di essere lì come ospite nella prima serata del Festival, nonostante il polverone pseudo anti-femminista della direzione, forse tutte quelle male lingue nostre e altrui farebbero bene a placarsi, almeno per quei quindici minuti di monologo che ieri sera ha tenuto il pubblico su di un filo di commozione.

Il percorso di Rula Jebreal e la storia di sua madre non sono opinioni, sono vita vissuta, reale, puramente sporca di tragedia. L’auspicio è che quest’anno inizi con un pubblico finalmente e potenzialmente più sensibile a certe tematiche, pronto ad ammettere che non tutto è ideologia, che non tutto è politica: da qualche parte, c’è la verità.


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