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L’Italia ha ancora bisogno di confessarsi sul sesso

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Gabriella Parca, instancabile giornalista e avanguardia dell’inchiesta femminista, ha indagato dagli anni cinquanta agli anni ottanta la realtà della condizione femminile in Italia, giungendo a conclusioni purtroppo ancora estremamente attuali.

Nasce a Castel di Tora in provincia di Rieti nel 1926. Laureatasi in Lettere all’Università degli studi di Roma, nel 1945 inizia a collaborare con il “Giornale del Mattino”, divenuto poi “Il Messaggero”, che è costretta ad abbandonare dopo soli sei mesi, quando la direzione della testata si rifiuta di riconoscerle una retribuzione a causa del suo genere.

Nel 1959 pubblica il suo primo capolavoro “Le italiane si confessano“, una raccolta epistolare anonima di messaggi giunti alle diverse redazioni con cui collaborava e organizzate grazie ad un importante lavoro di epurazione sintattica e ortografica, per dar voce a tutte quelle donne, considerate reiette dalla società, drammaticamente discriminate e silenziate. La Parca scelse trecento delle ottomila missive giunte alle redazioni in tre anni, coprendo trasversalmente un ventaglio di autrici tra contadine, studentesse, operaie, casalinghe e impiegate, che rese al meglio lo specchio dell’Italia degli anni sessanta.

L’intensissimo lavoro di inchiesta della Parca prosegue con la pubblicazione di “I sultani, mentalità e comportamento del maschio italiano“, uscito nel 1965 a distanza di sei anni dal primo lavoro. La stesura fu preceduta da una meticolosa opera di cooperazione con un’equipe di esperti di psicologia, antropologia e psicoanalisi. In entrambi i casi l’autrice fu dapprima aspramente contestata e accusata di aver infranto “il dovuto silenzio delle donne”, di aver circuito le partecipanti o, addirittura, di aver distrutto l’insindacabile valore della famiglia. Solo molti anni dopo divenne forte l’importanza di quella voce femminile che, per la prima volta in Italia, contestava a chiare lettere i lunghi anni di patriarcato subiti, mettendo in discussione uno status quo fino ad allora considerato immutabile ed insindacabile.

Le parole di Gabriella Parca hanno ancora oggi un eco disarmante. Sono passati ben sessantuno anni dalla pubblicazione di “Le italiane si confessano” eppure la linea di demarcazione tracciabile tra lo status di quelle donne e le storie delle italiane di oggi non è così spessa come dovrebbe e vorremmo che fosse. Ce lo testimonia fra tutti la “Lettera di una ragazza sarda”:

«Io, non che ci sia andata volentieri perché anche se confusamente pensavo a ciò che sarebbe accaduto trovandoci soli; ma fiduciosa delle parole che lui mi ha detto, cioè che non mi avrebbe fatto alcun male, andai. Non lo avessi mai fatto! Dopo la prima volta, altre volte ci andai, e alla quarta volta ho avuto il colpo di “grazia”. Dopo una violenta lotta e una lite, e cioè prima di “cedere”, lui mi ha lasciata libera di scegliere: o cedevo e lui mi avrebbe amata come e più di prima, oppure mi lasciava definitivamente».

In uno dei più recenti racconti nell’archivio pubblicato da Doppia Difesa nel 2019 troviamo anche la storia di Giulia:

«Sono stata in una relazione con un uomo che conoscevo da tanti anni, che rispettavo e di cui mi fidavo come amico e confidente. Gli raccontavo della mia vita, dei miei sentimenti, delle mie preoccupazioni e dei miei dubbi. Con il passare degli anni, ho iniziato a realizzare che usava quelle parti della mia vita per manipolarmi, umiliarmi e isolarmi. Me l’ero sempre immaginata come una persona socialmente cosciente e sensibile, che credeva nei diritti umani e nei valori. Ogni volta che mi faceva del male, guardavo a quell’episodio di abuso come a un’eccezione, aggrappandomi all’immagine che avevo di lui, finché l’eccezione diventò la norma».

Questi, come i centinaia di altri racconti di cui sentiamo ogni giorno forte il grido o di cui si riesce a percepire ancora l’eco dopo sessant’anni, ci impongono riflessione, coscienza e mobilitazione. Ci dimostrano che le istituzioni devono ancora lavorare molto sull’istruzione, l’educazione, la ricerca e la creazioni di programmi dedicati all’educazione sessuale ed al consenso in giovane età. Ci ricordano che anche noi siamo parte di una società civile che ha bisogno del singolo contributo di ognuno affinché le differenze di ciascuno si tramutino in una ricchezza per tutti.

Nella prefazione a “Le italiane si confessano” Cesare Zavattini scrive: «L’Italia è ancora un grande harem, la nostra è ancora una società fatta di quello che si tace e non di quello che si dice. Ma la lotta contro tutto ciò è incominciata». A noi l’obbligo morale di continuarla.


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