Iran, il conflitto non si arresta

Sono passate due settimane dalla morte di Qassem Soleimani, comandante delle forze Quds delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, ucciso nei pressi dell’aeroporto di Baghdad da un drone americano. I media di tutto il mondo si sono ampiamente occupati della vicenda e dei suoi possibili risvolti per diversi giorni, enfatizzando alcune notizie piuttosto che altre. Proviamo a fare una sintesi.

Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, due fatti hanno monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: l’attacco iraniano alle basi americane di Erbil e al-Asad, in Iraq, e l’incidente nei pressi di Teheran, dove un aereo civile è precipitato in circostanze misteriose causando la morte di 176 persone. I due fatti, al netto dei complottismi e in base alla versione ufficiale del governo dell’Iran, sembravano separati.

Subito dopo l’attacco alle basi americane, il ministro degli esteri iraniano Zarif ha twittato: «L’Iran ha adottato e concluso misure proporzionate di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite contro la base da cui sono stati lanciati attacchi codardi contro i nostri cittadini e alti funzionari. Non cerchiamo l’escalation o la guerra, ma ci difenderemo da qualsiasi aggressione».

Nelle ore successive, l’entità del danno oscillava tra le 80 vittime secondo le fonti iraniane e l’assenza totale di morti e feriti secondo le fonti americane. Oggi sappiamo che il bilancio è di 11 feriti: stanotte il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti, ha affermato che 11 soldati americani sarebbero stati ricoverati per lesioni celebrali in seguito all’attacco. «I sintomi sono emersi alcuni giorni dopo il fatto e sono stati trattati con abbondante cautela». D’altronde era evidente che già dopo l’attacco dell’8 gennaio né l’Iran né gli Stati Uniti avessero intenzione di alimentare un’escalation pericolosa, al netto almeno delle nuove sanzioni annunciate dal Segretario di Stato Mike Pompeo il 9 gennaio.

Diverse invece le conseguenze, soprattutto interne, dell’incidente aereo. Nella mattina del 9 gennaio, sono iniziati a circolare dei video che mettevano in dubbio la versione del guasto e davano adito alla versione opposta di un attacco missilistico.

La veridicità del video, diffuso per primo dal New York Times, è stata immediatamente smentita dal governo iraniano. Nel frattempo, i governi di Stati Uniti, Canada e Regno Unito validavano la tesi dell’attacco missilistico con dichiarazioni ufficiali. Solo sabato 11 gennaio l’esercito iraniano ha ammesso di avere abbattuto l’aereo per errore. Alla notizia è immediatamente seguita un’ondata di proteste in tutto il paese.

Come racconta questo articolo del Post, la causa dell’incidente sarebbe stato un “errore umano”: l’addetto alla gestione del sistema di difesa aereo avrebbe scambiato l’aereo per un missile statunitense e, per problemi di comunicazione con i vertici, avrebbe deciso in piena autonomia di lanciare un missile per intercettare il primo.

Un atto ritenuto ingiustificabile da un’ampia fetta di cittadini iraniani, che per due giorni hanno riempito le piazze del paese e che, secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, avrebbero subito una dura repressione da parte delle forze dell’ordine. Nel report si afferma che «le forze di sicurezza hanno mirato ai manifestanti con fucili ad aria compressa normalmente impiegati per la caccia e usato proiettili di gomma, lacrimogeni e spray al peperoncino per disperdere i manifestanti, prendendoli anche a calci, pugni e manganellate e compiendo arresti arbitrari».

Nei giorni successivi è circolato anche un video che mostra un gruppo di manifestanti che si sottraggono al “rito” di calpestare la bandiera americana e quella israeliana lungo il corteo. Un gesto, quest’ultimo, passibile di varie interpretazioni ma che sicuramente dimostra la persistenza di forti divisioni interne al paese, soprattutto in tema di politica estera.

Che l’Iran si compattasse attorno al nemico comune era uno dei rischi dell’attacco americano contro il generale Soleimani. Tra gli altri rischi c’era anche quello che i soldati americani di stanza in Medio oriente fossero costretti alla fuga, con conseguenze notevoli nella lotta all’ISIS. Tuttavia, dopo che il parlamento iracheno ha votato una mozione che chiedeva al governo di espellere le truppe americane presenti in Iraq, la questione è rimasta in sospeso. Anzi, in base a quanto riportato da un articolo dall’Associated Press, le operazioni anti-ISIS, sospese dopo l’attacco a Soleimani per ragioni di sicurezza, sarebbero riprese.

Per il resto, resta ancora poco chiara la dinamica della decisione che ha spinto Donald Trump a uccidere il principale stratega dell’esercito iraniano, così come restano poco chiare le giustificazioni fornite dal presidente. Il segretario della difesa Mark Esper ha infatti smentito la tesi Trump di un attacco imminente a quattro ambasciate americane come giustificazione dell’omicidio Soleimani. Al momento nessuno ha fornito prove sufficienti.

Più chiaro invece il tenore delle reazioni internazionali ai fatti di questi ultimi giorni. In una dichiarazione congiunta, i governi di Francia, Germania e Regno Unito hanno affermato di aver avviato il meccanismo di risoluzione delle controversie previsto dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Senza addentrarci nei tecnicismi, possiamo dire che il risultato più prevedibile di questa decisione sono nuove sanzioni all’Iran. Una scelta dunque in linea con la posizione degli Stati Uniti e che di certo non aiuta ad allentare le tensioni.

Stamattina, per la prima volta dal 2012, la guida suprema dell’Iran Ali Khamenei ha pronunciato un sermone durante la tradizionale preghiera del venerdì a Teheran in cui ha usato toni durissimi contro gli Stati Uniti. «Questi pagliacci americani che mentono e dicono di essere con il popolo iraniano dovrebbero vedere chi sono gli iraniani». E a proposito degli attacchi dell’8 gennaio, Khamenei ha affermato: «il fatto che l’Iran abbia il potere di dare un tale schiaffo a una potenza mondiale mostra la mano di Dio». Il clima, dunque, resta decisamente teso.

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