Rohingya, fantasmi diventati un peso?

Secondo le stime dell’ONU, nelle ultime due settimane, circa mezzo milione di Rohingya sono stati brutalmente cacciati via dal nord dello Stato del Rakhine. Le persecuzioni sono caratterizzate da incendi di case e villaggi, uccisioni indiscriminate nei confronti di anziani e bambini, stupri e torture; tutto ciò non solo per mandare via questo popolo ma per prevenirne il ritorno, perché i Rohingya il Myanmar proprio non li vuole. Lo Stato ha avviato una pulizia etnica nei loro confronti da ormai cinque anni in modo ciclico.

Con tale espressione si intende, secondo il diritto internazionale, l’espulsione forzata di civili di un gruppo etnico da un’area geografica al fine di realizzare un’omogeneità etnica. Le violenze nei loro confronti sono esplose nell’ottobre dello scorso anno, a seguito di un attacco contro una postazione di poliziotti birmani. La reazione del governo fu spietata e l’esodo di milioni di persone non ha avuto fine. Lo scorso 25 agosto un altro attacco a poliziotti e militari birmani ha riacceso in modo ancor più violento la reazione delle forze militari, aumentando così il flusso dei Rohingya verso Bangladesh e Malesia.

Le Nazioni Unite hanno rilasciato un report, in cui sono stati intervistati 65 Rohingya, da cui emerge che le operazioni di pulizia etnica sono cominciate ben prima del 25 agosto, con l’arresto degli uomini sotto i quarant’anni, creando intimidazione e clima di terrore oltre a commettere uccisioni, torture e stupri anche su bambini. Sempre secondo il report, il Myanmar sta mettendo ormai in atto una “campagna ben organizzata, coordinata e sistematica per eliminare l’etnia più perseguitata al mondo”. Inoltre, in base a testimonianze di medici, è molto probabile che le forze di sicurezza birmane abbiano messo mine lungo i confini, in modo tale da non permettere il ritorno dei Rohingya dagli Stati nei quali si sono rifugiati. La meta principale verso cui si scappa è il Bangladesh, attraversando principalmente il confine naturale del fiume Naf. Altro approdo è la Malesia, navigando la Baia del Bengala e il Mare delle Andamane. Questi viaggi spesso si trasformano in tragedie, perché le barche dei profughi, in balia delle acque, non riescono a raggiungere la destinazione della presunta salvezza, o addirittura vengono respinte in mare senza nessun soccorso.

I Rohingya sono un gruppo etnico a maggioranza musulmana e vivono da secoli nel Myanmar (o Birmania), nazione a maggioranza buddista. Sono privi di cittadinanza e non possono lasciare il Paese senza permesso del governo. La loro lingua è il Rohingya, dialetto parlato nello Stato del Rakhine, al nord del Myanmar. La costituzione non li riconosce come minoranza, cosa che invece avviene per altri 135 gruppi. Dando un’occhiata alla storia scopriamo che la Birmania è stata parte dell’Impero britannico, venendo amministrata come provincia dell’India. Da qui e dal Bangladesh ci furono flussi migratori per motivi di lavoro verso lo Stato birmano, ma questi immigrati non sono mai stati visti di buon occhio dai residenti. Nel 1948 lo Stato ottenne l’indipendenza e da allora questi “immigrati” che in realtà vivono ormai da generazioni nel Paese, vengono considerati illegali, non essendo loro riconosciuta alcun tipo di cittadinanza e/o di naturalizzazione, anche perché viene loro resa inaccessibile qualsiasi procedura di richiesta per ottenerla. Per tali motivi i Rohingya non hanno accesso praticamente a nulla: istruzione e sanità limitata, possibilità di concorrere a cariche di governo proibite, spostamenti anche interni ristretti. Le persecuzioni e le violenze nei loro confronti sono all’ordine del giorno. Scacciati dal Myanmar, rimandati indietro dal Bangladesh, non avendo cittadinanza, non sono riconosciuti praticamente da nessuno, ma sopratutto nessuno vuole riconoscerli. La prospettiva che la pulizia etnica dei Rohingya assuma le caratteristiche tipiche del genocidio è sempre più concreta, poiché le violenze birmane determinano “attraverso l’uccisione dei membri di un gruppo, la sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica totale o parziale.

Nella vicenda del popolo Rohingya, diverse critiche sono state indirizzate al Consigliere di Stato birmano Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991 e leader del partito Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), incarcerata più volte dalle forze militari e definitivamente liberata nel 2010. Le critiche le sono state rivolte perché non si è mai espressa sulla questione delle repressione dei militari verso i Rohingya. Il 19 settembre scorso il silenzio è stato rotto da un discorso pubblico nel quale si è detta “profondamente addolorata e preoccupata per i musulmani che fuggono” senza nominare i Rohingya, diventata ormai parola tabù nello Stato birmano. Pur dando la disponibilità ad accogliere gli osservatori Onu per dimostrare che nel Rakhine la situazione sia tranquilla, è stato però negato parzialmente che il gruppo etnico musulmano fosse stato perseguitato e che stesse subendo una pulizia etnica. Occorre tuttavia considerare che i margini di manovra del Consigliere di Stato sono ristretti, dato che il vero potere rimane in mano ai militari; infatti la costituzione limita i poteri del governo ed il 20% dei seggi in parlamento è sempre e comunque riservato ai quadri dell’esercito. Tutte le modifiche costituzionali recenti sono state infatti delle “aperture” decise dai militari. Il giudizio sulla posizione assunta da Aung San Suu Kyi in merito alla questione dei Rohingya deve quindi tenere conto di queste dinamiche decisionali dello Stato birmano. I militari hanno paura di un isolamento internazionale, essendo il Myanmar uno dei Paesi più poveri al mondo. La Consigliera di Stato d’altra parte teme che una mossa azzardata possa provocare un ritorno a quel buio passato (non poi così lontano) in termini di democrazia e stato di diritto in Birmania.

Il governo del Myanmar ha sempre negato le accuse rivoltegli, accusando a sua volta gli stessi Rohingya di terrorismo. In particolare l’ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army), gruppo di ribelli in lotta contro le forze militari birmane, è stato ritenuto responsabile delle uccisioni di poliziotti e di attacchi contro basi militari. Il governo sta attuando inoltre una propaganda mediatica di odio verso la minoranza musulmana, indirizzando i media e l’informazione in genere ed arrivando a manipolare foto ed immagini, dando identità diverse ai soggetti ritratti sulla base dell’interesse da perseguire. Attivisti, medici, giornalisti e osservatori Onu si sono spesso visti impedire l’accesso ad alcune zone di Rakhine. Diversi gruppi di monaci buddisti predicatori (Ma Ba Tha) vengono utilizzati per incolpare i Rohingya dei peggiori crimini e reati, etichettandoli quali invasori musulmani e come persone indegne della cittadinanza birmana.

L’immobilismo della comunità internazionale al cospetto di centinaia di migliaia di vittime ne acuisce la drammaticità e ne amplifica la portata di dolore e di sofferenza. Dal 26 novembre al 2 dicembre il Papa andrà in visita proprio in Myanmar e Bangladesh, dove incontrerà Aung San Suu Kyi, diversi leader politici e religiosi e numerosi giovani. In attesa che si trovi una soluzione alla tragedia dei Rohingya, la testimonianza di un anonimo, tratta da un video di Al Jazeera, esemplifica il grido di disperazione di un intero popolo: “se la comunità internazionale non sarà dalla nostra parte, ci troveremo vittime di genocidio, e voi tutti sarete in parte responsabili di ciòil nostro unico modo di uscire da questa gabbia è scappare o sperare che qualcuno venga ad aiutarci”.

Gjovana Nika


 

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