Shining di Kubrick: i misteri irrisolti celati dietro questo capolavoro

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Domenica 7 marzo saranno ventidue anni dalla morte di Stanley Kubrick, un genio che continua ad affascinarci e a lasciarci con mille interrogativi che probabilmente non avranno una risposta.


È il 1980 quando esce nella sale cinematografiche uno dei capolavori più riusciti della mente geniale di Stanley Kubrick: stiamo parlando di Shining, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Sin dalla sua uscita Shining ha diviso il pubblico: c’è chi rimase deluso dalla definizione di “film horror” che venne data alla pellicola, riscontrando pochi elementi appartenenti a quel genere, e chi invece ne fu affascinato, osannandola a capolavoro indiscusso.

Fiumi di inchiostro sono stati utilizzati per costruire le teorie più fantasiose attorno all’opera che vede protagonista Jack Nicholson, consacrato a “pazzo perfetto” dopo la sua interpretazione di Jack Torrance. Iconico il suo «Wendy, tesoro, luce della mia vita»: se la follia avesse un volto, sarebbe senza dubbio il suo.

In quanto a follia, però, non sono senz’altro da meno tutti quegli spettatori che hanno visto (e continuano a vedere) dei messaggi subliminali e misteriosi in tutto il film, ponendosi una serie di interrogativi che probabilmente non avranno mai risposta.

Rodney Ascher nel suo documentario Room 237 (2012) ci mostra alcune di queste supposizioni, spiegate con una logica tanto assurda quanto disarmante: andare a rivedere il lavoro kubrickiano, magari per la decima volta, è d’obbligo dopo aver sentito queste teorie.

Shining avrebbe al suo interno un sottotesto incentrato sull’Olocausto: la macchina da scrivere tedesca, marca Adler, che in tedesco significa aquila, simbolo del potere statale, sarebbe metafora dello sterminio degli ebrei avvenuto in modo sistematico e meccanico, proprio come la frase che Jack scrive ripetutamente sul foglio, terrorizzando la povera moglie Wendy.

Il numero 42 che compare sulla manica della felpa del piccolo Danny sarebbe riferito all’anno in cui iniziò effettivamente l’eliminazione del popolo ebraico, il 1942, appunto. Ma il 42 rispecchierebbe anche una certa fissazione del regista per i multipli del numero 7: 42 sono i mezzi parcheggiati all’Overlook Hotel (ebbene sì, qualcuno li ha contati); e nella fotografia in bianco e nero che raffigura Jack Torrance vi appare la data luglio 1921, e luglio è proprio il settimo mese dell’anno.

Kubrick, shining
Scena da “Shining

Sempre nella foto suddetta, la tecnica della dissolvenza sembrerebbe far apparire sul capo di Nicholson, giusto per qualche secondo, i celebri baffetti di Hitler (e il suo volto).

Affascinante anche la teoria del minotauro: all’Overlook hotel sarebbe appeso il poster di uno sciatore che, a ben vedere, rappresenterebbe un minotauro; collegamento facile e scontato col labirinto, punto centrale su cui si snoda l’intero film.

La stessa espressione di Jack Torrance (che altro non è che il tipico “sguardo Kubrick, con mento rivolto verso il basso e occhi che guardano in avanti) sembrerebbe richiamare quella di un minotauro. Ma forse qui si sta esagerando davvero.

E ancora: i riferimenti agli indiani d’America, col barattolo con la scritta “Calumet Baking Powder” che ritorna in più scene nel corso del film; il riferimento all’ipotetico finto allunaggio che Kubrick sarebbe stato chiamato a girare, richiamato in quel “237”, che sarebbe la distanza dalla Terra alla Luna, e la targhetta della stanza che sarebbe una sorta di anagramma di moon room.

Fotogramma dopo fotogramma ci infiliamo in un circolo vizioso senza fine (come i giri di Danny sul triciclo nei corridoi, che in realtà non sono dei cerchi, ma farebbero la forma di una chiave), in un incessante susseguirsi di domande che anziché dare risposte, ne generano altre.

Ammettiamolo, alcune di queste teorie sono davvero fantasiose, al limite tra il complottismo e la paranoia, sebbene curate e studiate nei minimi dettagli e proprio per questo affascinanti e ipnotiche. Ma se è vero che ogni volta che si guarda una cosa, la si vede diversa dalla volta precedente, allora con i film di Kubrick non si finirà mai di scoprire particolari, ombre, specchi, e di costruirci sopra i castelli: e forse era proprio questo ciò che lui voleva.

Perdonaci Stanley perché probabilmente non sappiamo quello che diciamo. Ma tu non ci hai certo facilitato le cose.


Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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