Aiutiamo i giovani a “casa loro”. Il Divario generazionale e il reddito di opportunità

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Di Ugo Lombardo – Alla presenza delle parti sociali Cgil, Cisl e Uil della rappresentante in Italia della Commissione europea e del vicepresidente Confindustria per il Capitale umano, il professore Luciano Monti Condirettore scientifico “Fondazione Bruno Visentini” ha presentato i principali risultati e la proposta del reddito di opportunità contenuti nel III Rapporto 2019 “Divario generazionale e il reddito di opportunità” a cui sono seguiti i commenti da parte di Mario Pisu Head of Greece/Italy Desk Economics Department OCSE.

In particolare oltre a mettere a confronto le misure generazionali della Legge di Bilancio 2019 con quelle varate nella precedente, con il Rapporto 2019 rispetto a quello dell’anno prima, è stato tracciato un primo percorso di rientro dell’Indice del Divario Generazionale (che misura l’incapacità delle nuove generazioni di rendersi economicamente autonome) ai livelli pre-crisi, stimando l’impatto in tal senso dell’introduzione del reddito di opportunità, o la ridefinizione del reddito di cittadinanza e della Garanzia Giovani.

Per la prima volta, inoltre, è stato presentato anche un indice territorializzato per macroregioni, che ha messo in evidenza come vi sia un “divario nel divario” essendo tale problematica più accentuata nei giovani delle regioni del sud d’Italia facendo, inoltre, emergere una sorta di spread tra le opportunità offerte a un giovane del Nord rispetto a quelle offerta a un giovane del Mezzogiorno.

Figura Elaborazione Fondazione Bruno Visentini, Il divario generazionale e il reddito di opportunità,  III Rapporto 2019

Come si può notare dal grafico, infatti, mentre al Nord il divario rimane costante passando solo da 100 nel 2004 a 101 nel 2018, al Centro, pur partendo da un valore più alto, rimane sostanzialmente stabile alla fine del periodo considerato passando da 126 a 125 punti mentre nel Mezzogiorno si passa da un valore di per sé molto alto 145 nel 2004 ad un livello ancora più alto cioè 147 nel 2018. Da qui si può intuire come il problema del divario generazionale presente in Italia sia ancora più rilevante nelle regioni del Centro sud.

Bisogna sottolineare che rispetto al 2008, nelle regioni del Centro-Nord c’è stato un aumento degli occupati pari a 384mila, nel Mezzogiorno il saldo è ancora negativo (-260mila). Gli indicatori che maggiormente indicano un peggioramento delle condizioni dei giovani del Sud rispetto a quelli del Centro-Nord sono quelli relativi all’abitazione (accesso, manutenzione e spese di gestione della casa). Infatti, Il rapporto tra la spesa annuale per i costi della casa (affitto, luce, gas) e il reddito mediano è aumentato dal 2004 al 2018 per tutte le aree del Paese, con un’incidenza maggiore per il Centro e per il Mezzogiorno. Al Nord si è passati dal 19,64% nel 2004 al 21,52% nel 2018, nel Mezzogiorno dal 36,02% nel 2004 al 46,20% nel 2018. Il significato di questo dato è quello per cui un giovane under 35 che ha deciso di crearsi una famiglia deve in media impegnare quasi la metà del suo reddito per le spese della casa. La naturale conseguenza di questa condizione è il prolungamento della permanenza nella casa dei genitori.

Inoltre, altro fattore penalizzante per i giovani del Sud è la minor spesa per ricerca e sviluppo intra muros in rapporto al Pil che nel Mezzogiorno è stata pari ad un aumento di poco più di un terzo rispetto al resto dell’Italia, passando da 0,24% al 2004 allo 0,33% nel 2018. Si è perciò venuto a determinare una sorta di spread sociale che inevitabilmente mette in evidenza come la situazione dei giovani in Italia sia regionalmente differente. Come sottolineato dal professore Monti: «Spread sociale e aspettative dei giovani spiegano il perché la maggioranza dei giovani che attualmente frequenta le scuole superiori nel Mezzogiorno immagina di avere un futuro lavorativo fuori dalla propria regione e talvolta anche fuori dal nostro paese. Solo meno del 13% ritiene che rimarrà nella propria città. Lo stesso Rapporto dimostra come i flussi migratori siano indirizzati verso quei paesi che registrano un indice di equità intergenerazionale  migliore di quello italiano».

Il Rapporto 2019 ha anche presentato meglio lo strumento generazionale del reddito di opportunità che, attraverso la riorganizzazione delle risorse già esistenti a vario titolo dalle ultime leggi di bilancio e dai fondi strutturali europei che porterebbero 4,5 miliardi di euro annui, permetterebbe di contrastare il fenomeno del divario generazionale. Da precisare, come questo strumento non vuole rappresentare un’alternativa al reddito di cittadinanza bensì un ulteriore strumento a favore dei giovani essendo considerato, il reddito di cittadinanza, come una misura non generazionale in quanto si rivolge ad una platea di beneficiari oltre la fascia d’età 16-34 anni. Con il presente rapporto infatti, «non siamo critici con il reddito di cittadinanza. Lo strumento attua uno dei principi del nuovo pilastro europeo dei diritti sociali approvato dai paesi membri dell’UE il 17 novembre a Goteborg, in linea generale è buono e trova esempi analoghi in Europa» sostiene il professore Luciano Monti inoltre aggiungendo che è necessario indirizzare le risorse verso i reali beneficiari cioè i giovani e «date queste condizioni e prospettive non c’è tempo da perdere se non si vuole essere condannati (per chi resta) a vivere in un paese vecchio anagraficamente ed economicamente».


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