Una cartolina (segnaletica) dell’Italia

Di Maddalena Tomassini Cesare Battisti, Carola Rackete, Gabriel Christian Natale Hjorth non potrebbero essere più diversi: un terrorista italiano, una capitana tedesca che salva persone in mare, un turista americano accusato di omicidio. Ben poco che li accomuni, al di fuori delle immagini dei loro “arresti” sbattute sul web a uso e consumo del cittadino inferocito.

Da Rai News

La gogna mediatica non è un’invenzione della politica di oggi, beninteso. Certo, di recente è di moda. Migranti, contestatori e contestatrici sono un obiettivo comodo verso cui indirizzare la rabbia dell’opinione pubblica – il vicepremier Matteo Salvini lo sa bene, dato che ha contribuito ad aizzarla. Niente di più facile, poi, se il nemico ha un’accusa penale che pende sulla sua testa e che lo identifica come “nemico della Patria”: è il facile bersaglio dell’ira popolare, che in nome di una giustizia sommaria pretende la dismissione dei diritti basilari di cui ognuno di noi gode in quanto meramente parte del genere umano. È così che il popolo italiano – quello piagato dalla mafia, quello del meglio furbo che fesso, dello scontrino fantasma e del lavoro in nero – diventa magicamente inflessibile sulle leggi, quando sono violate dal “nemico”.

Da Dailymotion

Cesare Battisti doveva essere consegnato alla giustizia, e non c’era dubbio che questo governo avrebbe celebrato la sua vittoria con tutta la banda musicale. Con tutta la retorica anti-migranti in corso non è difficile capire perché Carola dovesse essere messa alla berlina: donna, ribelle rispetto agli stereotipi di genere e incurante della voce grossa di Salvini. E veniamo al caso più recente, l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Nessuno si stupisce e molti sono d’accordo quando Salvini tuona che «l’unica vittima da piangere» è il giovane militare, non l’accusato – nota bene: le indagini sono ancora in corso e, al momento, in mano si ha la confessione del secondo turista americano, Elder Finnegan Lee.  Sui social l’intero “dibattito” – se così vogliamo chiamare gli appelli alla pena di morte e le menzioni a Guantanamo – si è fossilizzato sul trattamento che merita una persona capace di tanta violenza.

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La risposta è banale: merita la tutela prevista dalle fonti di diritto internazionale sui diritti umani (non a caso «inalienabili») e dal nostro diritto interno, inclusi il diritto a non subire trattamenti degradanti e alla privacy. Non perché se li sia guadagnati, ma perché è il minimo sindacale richiesto da una democrazia moderna. Non è necessario provare un’implausibile empatia per questi due ragazzi per chiedere che i loro diritti siano tutelati: è per rispetto verso noi stessi e la nostra dignità di società civile che dobbiamo pretendere di assomigliare più alla Norvegia che all’Arabia Saudita (o agli Stati Uniti). La foto di un accusato bendato e ammanettato non misura il peso che lui dà alla vita e alla dignità umana, ma il valore che il paese gli dà attraverso i suoi rappresentati. Ben lo sa l’Arma dei Carabinieri, la cui immagine è ancora macchiata dal caso Cucchi e che non ha lasciato alcun’ombra di dubbio, in termini di garantismo, rispetto ai carabinieri coinvolti.

La gogna mediatica non può e non deve sostituirsi a un giusto ed equo processo. Ha espresso perfettamente la posizione l’ex-presidente del Senato, Pietro Grasso, parlando dell’arresto di Bernardo Provenzano, latitante per 43 anni. «Gli dimostrammo la differenza tra noi e loro: non ci si abbassa mai al livello dei criminali che si combattono, non ci sono e non devono esserci eccezioni. Questo significa essere uomini e donne al servizio dello Stato».

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Chiunque svolga una funzione pubblica sta rappresentando lo Stato. «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge» cita l’articolo 54 della Costituzione. Se un membro delle forze dell’ordine benda in modo gratuito e illegale un indagato, è lo Stato italiano che lo fa. Se un ministro dell’interno sdogana la gogna, lanciando alle folle inferocite il nemico del giorno, è l’Italia intera che legittima una pratica che sarebbe dovuta rimanere lì dov’è nata, nel Medio Evo.


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