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Di Vincenzo Mignano – Il 29 maggio scorso – a pochi giorni dall’esito delle elezioni europee che hanno visto la vittoria della Lega del Vicepresidente del Consiglio dei ministri, Matteo Salvini – la Commissione europea ha inviato una lettera al Governo italiano, nella quale ha sottolineato come il Paese non abbia fatto «sufficienti progressi per rispettare i criteri del debito». Si tratta dell’ennesimo capitolo di uno scontro – iniziato il 15 ottobre 2018, con l’invio, da parte dell’esecutivo italiano, della prima bozza della legge di bilancio – che continua a suscitare l’interesse dell’opinione pubblica e a generare incertezze sotto il profilo economico-politico.

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Castro Pretorio – Ministero delle Finanze, Roma

La lettera – indirizzata al Ministro dell’economia e delle finanze, Giovanni Tria – contiene un chiaro riferimento all’art. 126 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), il quale conferisce alla Commissione europea il potere di sorvegliare «l’evoluzione della situazione di bilancio e dell’entità del debito pubblico negli Stati membri, al fine di individuare errori rilevanti». Da questo punto di vista, i commissari di Bruxelles hanno ritenuto che l’Italia non abbia agito, nei mesi precedenti, in maniera idonea ad attenuare l’elevato debito pubblico che porterebbe – proseguendo per tale via – all’apertura della procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, prevista dal Protocollo N°12 allegato al TFUE.

Considerata la violazione dei valori del «60 % per il rapporto fra il debito pubblico e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato» e del «3 % per il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato», il Vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, e il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, hanno chiesto al Governo italiano di mettere in evidenza i “fattori rilevanti” che giustificherebbero tale infrazione, consentendo all’istituzione dell’Ue di stilare un rapporto sul debito, secondo quanto previsto dall’art. 126(3) del TFUE.

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Il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici

La successiva risposta dell’esecutivo italiano – inviata il 31 maggio scorso – è stata corredata da un documento di 58 pagine, attraverso cui si è tentato di fornire una spiegazione circa le ragioni che hanno influenzato – e continuano ad influenzare – l’andamento del debito pubblico italiano. Sulla scorta di tali considerazioni, il Ministro dell’Economia – in linea con le preoccupazioni di Bruxelles – ha posto l’accento sulla «necessità di conseguire un avanzo primario di bilancio più elevato, per riportare il rapporto debito/pil su un percorso chiaramente discendente», rassicurando la Commissione europea circa l’elaborazione, da parte del Governo italiano, di «un programma complessivo di revisione della spesa corrente comprimibile e delle entrate, anche tributarie».

Sebbene, secondo Bruxelles, le previsioni di inizio maggio vedano un aumento del deficit al 3,5% e un incremento del debito dal 133,7% al 135,2% nel 2020, l’esecutivo italiano ha dichiarato, nella sua lettera di risposta, come «il disavanzo dovrebbe attestarsi significativamente al di sotto delle previsioni della commissione e le variazioni del saldo strutturale dovrebbero essere conformi al Patto di stabilità e crescita». Tra gli elementi significativi che sono emersi dal testo del documento, ha suscitato particolare preoccupazione il tema del taglio delle politiche sociali, quali Flat tax, Reddito di cittadinanza e Quota 100. Sotto tale profilo, il Ministro Tria ha precisato come «l’utilizzo delle nuove politiche di welfare» sia «inferiore alle stime sottostanti la legge di bilancio 2019», nonostante i relativi costi risulterebbero – secondo Bruxelles – elevati, con possibile lievitazione a regime nel medio e lungo periodo.

Il dato che, in tale contesto, merita maggior considerazione è rappresentato dalla mancanza di una linea comune all’interno del Governo Lega-M5s. Se da un lato, infatti, il Vicepresidente del Consiglio dei ministri, Matteo Salvini, forte della considerevole vittoria alle elezioni europee, ha deciso di adottare una linea più rigida, sottolineando la necessità di «rivedere le politiche di crescita», dall’altro lato il Ministro Tria, nella sua lettera, ha fatto appello a quello «spirito di collaborazione che ha consentito di raggiungere l’accordo dello scorso dicembre», esaltando l’approccio “prudente e responsabile” adottato dall’esecutivo italiano, nonostante «le condizioni macroeconomiche non abbiano consentito all’Italia di soddisfare gli sfidanti requisiti della Regola di riduzione del debito».

Note critiche alla manovra finanziaria sono arrivate anche dal Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, il quale, nelle sue Considerazioni finali che accompagnano la Relazione annuale dell’istituto per il 2018, ha evidenziato come «la debolezza della crescita dell’Italia negli ultimi vent’anni non è dipesa né dall’Unione europea né dall’euro; quasi tutti gli altri Stati membri hanno fatto meglio di noi. Quelli che oggi sono talvolta percepiti come costi dell’appartenenza all’area dell’euro sono, in realtà, il frutto del ritardo con cui il Paese ha reagito al cambiamento tecnologico e all’apertura dei mercati a livello globale». Con tali affermazioni, il Governatore Visco ha inteso sottolineare l’importanza di un dialogo proficuo con l’Unione Europea e la fondamentale appartenenza al contesto comunitario al fine di «tornare su un sentiero più stabile» e «rispondere alle sfide globali poste dall’integrazione dei mercati, dalla tecnologia, dai cambiamenti geopolitici, dai flussi migratori». Si tratta di un’apertura che trova conferma anche nelle parole del Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, il quale ha precisato che «l”Europa è una comproprietà, ci sono regole che tutti osservano e non possiamo avere nemmeno uno che se ne disinteressi. Ma la mia parola d’ordine è dialogo».

In conclusione, è necessario chiedersi se l’era del rigore economico – che ha portato i sovranisti di determinati Paesi, come Italia e Francia, a solcare il mare del forte malcontento generato da anni di austerità – sia destinata a gettare l’ancora. Secondo Daniel Gros, economista del centro per gli studi politici europei, la guerra promossa dai leader nazionalisti, volta alla revisione delle regole del bilancio europeo previste dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea, è da considerarsi poco auspicabile: «È chiaro che nessuno cambierà i trattati e poi ci sono i tedeschi e la lega anseatica che vogliono rigore. Il problema con Salvini è che è un pessimo esempio di anti-austerità perché il suo governo ha dimostrato che può spendere di più e far peggiorare l’economia». Spetterà, nei prossimi giorni, alla Commissione europea decidere le sorti dell’Italia: maggior flessibilità o rigida applicazione dei Trattati?


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