Dogon vs Fulani: il massacro maliano rimasto inosservato

Di Giulia Vicari – Uomini armati appartenenti all’etnia Dogon, hanno massacrato più di 150 persone della tribù Fulani, nel villaggio di Ogossagou, in Mali (regione di Mopti).

Sabato 23 marzo, i criminali hanno fatto irruzione uccidendo donne, bambini e animali e, nonostante questo non sia il primo scontro fra le due etnie, il governo continua ad ignorare l’allarme lanciato sia dalle associazioni per i diritti umani sia dalle Nazioni Unite. La stessa Associazione per i Popoli Minacciati ha accusato il governo del paese africano di essere corresponsabile di quanto accaduto.

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Insediamento Fulani

Ma qual è il motivo di queste lotte? Alcune fonti parlano di scontri legati ai diritti fondiari, alle terre coltivabili o al controllo dei pascoli, ma è impossibile che dietro ad un attacco del genere ci sia una semplice diatriba territoriale. È vero, i Fulani sono popoli tradizionalmente dediti alla pastorizia, mentre i Dogon sono agricoltori, quindi, sebbene potrebbe sembrare facile scontrarsi, per anni hanno convissuto pacificamente. Quindi perché attaccarsi proprio adesso?

Negli ultimi anni, secondo Human Rights Watch gli attacchi dei Dogon ai Fulani sono aumentati e la maggior parte degli scontri vengono attribuiti ai combattenti dell’organizzazione “Dan Na Ambassagou”, “i cacciatori che credono in Dio”, che include rappresentanti della tribù Dogon.

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I ribelli nel nord del Mali

Verrebbe da pensare, pertanto, che ci sia dell’altro: secondo alcune fonti i Fulani sosterrebbero i jihadisti, che a loro volta accuserebbero i Dogon di sostenere l’esercito maliano che sta combattendo il terrorismo. Il Mali infatti già da diversi anni, versa in una situazione drammatica: dal 2012 è travolto da un’interminabile guerra che vede coinvolti il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad che rivendica l’indipendenza della regione di Azawad (a nord del paese) rispetto al governo di Bamako.

629px-Azawad_Tuareg_rebellion_2012_-_2.svgNonostante le varie trattative di pace dirette a ristabilire la sovranità delle autorità maliane sui territori settentrionali, lo stato d’emergenza che era stato decretato a fine luglio 2016, è stato prorogato fino al 31 ottobre 2019.

Ma non è finita qui, il Mali è minacciato dall’Isis e da altri gruppi terroristici come al-Qaeda. L’ONU ha infatti inviato 13.000 uomini di 57 Paesi per cercare di garantire la sicurezza e la stabilizzazione del Paese. Tale missione detta MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) è stata decisa con la Risoluzione 2100 del 25 aprile 2014 del Consiglio di Sicurezza e viene considerata tra le missioni più rischiose del mondo; l’obiettivo è quello di sostenere il dialogo politico per la pace nazionale, di assistere il ristabilimento dell’autorità statale, di promuovere e proteggere i diritti umani nel paese.

Accanto a questa missione spicca anche la Francia, che con le sue truppe ha già compiuto diversi interventi militari per ristabilire l’ordine e supportare (a suo dire) il governo maliano a riconquistare il paese. Già nel 2012, a seguito del colpo di stato del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, la Francia era intervenuta, su mandato ONU, con l’Operazione Serval, per ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali, inviando migliaia di soldati. La Francia non poteva permettere che quella parte dell’Africa si trasformasse in un Califfato, inviò quindi le sue truppe che riuscirono a riconquistare le città occupate.

Ma perché proprio la Francia? Sembrerebbe che dietro gli interventi del paese europeo, ci sia un importante obiettivo: proteggere gli interessi economici e geopolitici che la Francia possiede in Mali e in gran parte dell’Africa.

Si tratterebbe di interessi legati soprattutto allo sfruttamento di materie prime, basti pensare che il 30% dell’uranio che le centrali nucleari francesi utilizzano per fornire energia al Paese, proviene dall’Africa e se lo jihadismo a nord del Mali si imponesse, la  Francia perderebbe una fonte energetica che potrebbe mettere a rischio tutto l’equilibrio energetico del Paese.

Il Mali, pertanto, sta attraversando una delicata fase di stabilizzazione, le stesse autorità maliane e le missioni dell’ONU, trovano difficoltà a ristabilire l’ordine e a reinsediarsi nelle principali città del nord. Il massacro tra Dogon e Fulani, rappresenta una delle tante minacce alla sicurezza del Mali e una delle conseguenze di questa drammatica e vulnerabile situazione in cui versa il Mali, che lotta  da tempo per tornare alla stabilità.

L’impegno dell’ONU appare insufficiente e sembra addirittura che la situazione in Mali si stia aggravando. Secondo l’UNHCR, sono più di 130.000 i rifugiati maliani in Burkina Faso, Mauritania e in Niger e secondo Amnesty International, il Mali sta attraversando una delle peggiori crisi dei diritti umani: oltre ad essere uno dei più poveri dell’Africa, in Mali malnutrizione, intimidazioni, violenza fisica, uccisioni arbitrarie, violenza sulle donne ecc., non riescono ad essere risolte. In questo scenario è evidente che la situazione dei diritti umani e quella umanitaria rimangono precarie e preoccupanti.


 

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