Il Mali: storia di un paese frammentato

Con le ultime notizie della sparatoria avvenuta due giorni fa a Bamako nei pressi di una base militare dell’Unione Europea si riaccendono i riflettori sulla delicata e spinosa questione del Mali. Un paese che da diversi anni affronta profonde difficoltà politiche, sociali ed economiche e in cui tutt’ora fomentano storiche rivendicazioni etniche insieme al crescere della minaccia jihadista. Ma ripercorriamo quello che è stato il tortuoso cammino di questo Stato verso la propria stabilizzazione che, ancora oggi, risulta assai precaria.

La storia del Mali affonda le sue radici ai tempi del colonialismo francese, più precisamente nel 1890. In passato denominato “Sudan francese”, la colonia era considerata la più povera, nonostante in passato il paese fosse il terzo esportatore d’oro in Africa. Con l’indipendenza raggiunta nel 1960 e la successiva separazione dal Senegal, il Mali divenne una Repubblica con una propria Costituzione. Le elezioni democratiche videro la vittoria di Modibo Keita, il quale adottò politiche di stampo socialista che arrestarono lo sviluppo economico. Keita viene, così, deposto nel 1968 con un colpo di stato militare guidato da Moussa Traoré. Tuttavia, le dure repressioni perpetrate dal Neopresidente minarono le basi di una democrazia già molto fragile. Dopo un altro colpo di stato ai danni di Traoré, Konaré venne eletto presidente e, alla fine del suo secondo mandato, viene sostituito dal generale Turé nel 2002.

La ribellione del 2012. Intanto, oltre a questa forte instabilità politica, il paese deve far fronte alle rivendicazioni delle tribù Tuareg che abitano nei territori desertici del Nord e che da anni lottano per l’indipendenza della loro terra, l’Azawad. Di queste profonde rivendicazioni seppero approfittare alcuni gruppi jihadisti appartenenti ad Ansar Dine, Al-Qa’ida nel Maghreb islamico (AQMI) e il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO), i quali offrirono supporto militare ai Tuareg, riunitisi, intanto, nel Movimento Nazionali di Liberazione dell’Azawad (MNLA).

Siamo nel marzo 2012: scoppia la ribellione tuareg nel Nord del Paese e, nel giro di poco tempo, l’Azawad viene dichiarato indipendente con l’occupazione dei principali centri di Kidal, Timbuctù e Gao. Tuttavia, il sogno dei Tuareg si infrange quando i gruppi jihadisti iniziano a prendere il controllo dei territori conquistati. Viene, così, imposta la Legge Islamica e la stessa capitale, Bamako, viene minacciata. Intanto, il Governo centrale, incapace di contrastare la ribellione, viene travolto da un colpo di stato guidato dal generale Sanogo, che sospende la Costituzione e prende il controllo del paese con l’intento di combattere i ribelli.

L’intervento francese. A questo punto la Francia, dopo molti timori, decide di intervenire dando inizio all’ Operazione Serval, istituita con risoluzione ONU nel mese di gennaio 2013. L’intervento francese è sistematico ed efficace, anche grazie al sostegno fornito dalla missione di addestramento promossa dall’Unione Europea (“European Union Training Mission in Mali”) per mezzo della quale viene offerto supporto tecnico e logistico all’esercito maliano. Nel giro di poco tempo, vengono riconquistate le città occupate dai jihadisti e, nel mese di luglio, l’operazione Serval può dirsi conclusa. Tuttavia la situazione in Mali è ancora critica; le truppe francesi, infatti, non hanno completamente lasciato il paese e, nel mese di agosto del 2014, è partita una nuova operazione, denominata “Barkhane”, con l’obiettivo di scongiurare la minaccia jihadista nei territori del Sahel.

Perché la Francia non vuole abbandonare il Mali? L’intervento della Francia è stato effettuato principalmente per ragioni economiche, dettate sia dalla necessità di proteggere le industrie francesi situate nell’area intorno a Bamako, sia per assicurasi una buona partnership con la vecchia colonia per lo sfruttamento dei depositi di uranio presenti nel sottosuolo maliano, e di cui recenti studi ne hanno dimostrato l’esistenza. Così, la Francia si trova invischiata in una guerra motivata da interessi strategici ma che provoca ripercussioni significative sul piano internazionale. Quello del Mali era, infatti, un conflitto che aveva in origine ragioni secessionistiche e laiche ma che si è presto trasformato in una lotta contro il jihadismo e il terrorismo islamico.

Poteva essere evitata la degenerazione del Mali? Poteva. Lo dimostra il fatto che i gruppi ribelli e le cellule di AQMI, Ansar Dine e MUJAO erano tornati in Mali dopo aver preso parte al conflitto in Libia, culminato con la caduta di Gheddafi. Questi gruppi hanno portato armi, esperienza e conoscenze militari che hanno poi fornito ai ribelli Tuareg nella loro causa. Ancora una volta la storia dimostra che un’azione non è mai fine a se stessa, ma avrà comunque delle ripercussioni nel breve o nel lungo termine. Quella del Mali è una crisi che ha le sue radici in quella libica e che inevitabilmente produrrà delle conseguenze rilevanti a livello internazionale. Una di queste è il processo migratorio che interessa i territori dell’ Africa subsahariana e che l’Europa, adesso, non più più ignorare.

Il Mali oggi. La situazione attuale del Mali è molto instabile. Nonostante gli accordi raggiunti tra il governo maliano e la rappresentanza tuareg, l’Azawad non è stato riconosciuto come paese autonomo e le incursioni dei ribelli continuano, sebbene in modo incostante. Allo stesso tempo, la minaccia jihadista è ancora in agguato come dimostrano gli attentati perpetrati ai danni dei contingenti militari europei e dei civili. Ne sono un chiaro esempio gli attacchi del 20 novembre 2015 al “Radisson Hotel”, nella capitale maliana, in cui 22 persone hanno perso la vita per mano del gruppo terroristico Al-Morabitun, ex-cellula di AQMI. Nonostante il neopresidente Ibrahim Boubacar Keita, eletto nel settembre 2013, abbia promesso di riunificare il paese, il Mali ha ancora bisogno del supporto europeo. Per questo motivo le Nazioni Unite hanno lanciato nel mese di aprile 2013 un’ importante operazione di peacekeeping, “Minusma”, con l’obiettivo di coadiuvare il ripristino dell’ordine sociale e politico del paese. Tuttavia, oggi questo intervento è diventato uno dei più pericolosi al mondo, registrando 36 caschi blu uccisi, insieme ad altri gravemente feriti. La situazione, quindi, è ancora incerta e i risvolti possono essere molteplici.

Un susseguirsi di colpi di stato e la ribellione Tuareg esplosa nel 2012: il Mali un tempo esemplare modello di democrazia in Africa, oggi è un paese diviso. Uno Stato pieno di sfumature multietniche che ne hanno segnato la storia in modo indelebile. Quando ottenne l’indipendenza, il Mali era una neonata democrazia che doveva fronteggiare molteplici fattori destabilizzanti. Primo fra tutti, la povertà e il mancato sviluppo dovuto allo sfruttamento coloniale. In secondo luogo, ma non meno importante, la questione Tuareg. Combinando questi fattori, insieme alla debole stabilità politica, il Paese diventa facile preda per i gruppi jihadisti che mirano a costruire solidi avamposti nell’Africa occidentale, area in cui si concentrano indiscutibili interessi strategici.

Oggi la Comunità Internazionale affronta problematiche come quella dell’immigrazione, consapevole del fatto di combattere le conseguenze ma non le cause di un problema ancora più grave: il crollo progressivo delle democrazie nei territori dell’Africa sotto i colpi della povertà e della strumentalizzazione. Fino a quando gli interessi predominanti saranno assicurati la vittoria nella corsa allo sfruttamento di questi paesi, non ci sarà da stupirsi se nel futuro le crisi umanitarie, politiche ed economiche si moltiplicheranno e, con esse, anche le minacce fondamentaliste.

Flavia Tambuzzo


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