Chiedete di Marco, Marco Pantani

Di Francesco Polizzotto – «Io sono un campione, questo lo so. È solo questione di punti di vista. In questo posto dove io sto mi chiamano Marco, Marco il ciclista… Io sono un campione, questo lo so. Un po’ come tutti aspetto il domani. In questo posto dove io sto, chiedete di Marco, Marco Pantani.»

Basta citare alcuni versi della canzone degli Stadio E mi alzo sui pedali, a lui dedicata, per far tornare alla mente la vicenda (sportiva e umana) di Marco Pantani.

Esattamente quindici anni fa la notizia della morte del famoso ciclista romagnolo, il cui corpo viene trovato nella stanza D5 del residence Le Rose di Rimini. L’autopsia rivela le cause della morte: edema polmonare e cerebrale, conseguente a un’overdose di cocaina.

47694928_652411755173290_3795919855258695415_nSecondogenito di Ferdinando Pantani e di Tonina Belletti, Marco trascorre un’infanzia serena in quel di Cesenatico. Una bicicletta regalatagli da Nonno Sotero rappresenta per lui l’inizio di una passione autentica, quella per il ciclismo, che lo accompagnerà per tutta la vita e lo renderà famoso in tutto il mondo.

Fin dagli esordi nelle corse locali dimostra quelle grandi doti da scalatore che saranno poi le caratteristiche della sua carriera. Al Giro d’Italia dilettanti arriva terzo nel 1990, secondo nel 1991 e trionfa nel 1992, passando tra i professionisti. Nel 1994 il trasferimento alla Carrera e l’esplosione al Giro d’Italia: due vittorie di tappa (Merano e Aprica) e secondo posto in classifica generale. Sempre nel 1994 si aggiudica al Tour de France la maglia bianca come miglior giovane e sale sul terzo gradino del podio a Parigi.

Il 1995 è caratterizzato da un infortunio che lo costringe intanto a saltare il Giro d’Italia, quindi a ridimensionare le ambizioni al Tour de France. Conclude comunque la Grande Boucle con due prestigiosi successi di tappa (Alpe d’Huez e Guzet Neige) e la conferma della maglia bianca di miglior giovane. Il finale di stagione per Pantani è agrodolce: medaglia di bronzo nei mondiali disputati in Colombia e terribile infortunio sulla discesa di Pino Torinese durante la Milano-Torino.

La diagnosi dell’infortunio parla chiaro: frattura di tibia e perone e rischio di prematura interruzione dell’attività agonistica; la carriera di Marco Pantani è seriamente compromessa. Tra il 1996 e il 1997 riesce a rimettersi in piedi e grazie a un meticoloso e caparbio lavoro di preparazione fisica, torna in sella alla sua bici. Il passaggio alla Mercatone Uno è uno spartiacque importante per la sua carriera. Con una squadra costruita attorno a lui, Pantani può nuovamente dare l’assalto alle grandi corse a tappe, Giro d’Italia e Tour de France.

Le montagne francesi esaltano nuovamente il pirata e al Tour ’97 arrivano altri due successi di tappa (Alpe d’Huez e Morzine) e il terzo posto nella classifica finale, dietro a Ullrich e Virenque. È il 1998 però l’anno della consacrazione definitiva per Pantani, l’anno della storica accoppiata Giro-Tour. La corsa rosa lo vede trionfare dopo un duello infinito col russo Pavel Tonkov, risolto nella frazione di Plan di Montecampione. Addirittura epica la sfida in Francia col tedesco Ullrich, cui Pantani sfila la maglia gialla nella tappa Grenoble-Les Deux Alpes, vinta grazie all’indimenticabile attacco sul Col du Galibier, sferrato a 50 chilometri dal traguardo.

Marco-Pantani-LaPresse-o3htg8q7vxj8nlk15x7orafxrf7d28fytfrhypou80L’Italia del ciclismo riassapora così il successo al Tour de France dopo trentatré anni (Felice Gimondi aveva vinto nel 1965) e a seguito della vittoria di Pantani, si dovranno attendere altri sedici anni per vedere un italiano sul gradino più alto di Parigi (Vincenzo Nibali nel 2014). La doppia affermazione nelle due maggiori corse a tappe consegna Pantani alla leggenda.

Il pirata infatti entra a far parte di quella ristretta cerchia di ciclisti in grado di vincere nello stesso anno sia il Giro che il Tour. Prima di lui vi erano riusciti Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy  Merckx, Stephen Roche e Miguel Indurain, autentici mostri sacro del ciclismo. Il fatto che nessun altro corridore, dopo quel 1998, abbia provato a centrare l’accoppiata Giro-Tour, rende l’impresa di Pantani ancora più incredibile.

Se il 1998 consegna Pantani alla storia e alla leggenda del ciclismo e dello sport in genere, il 1999 lo riporta bruscamente a terra e non soltanto dal punto di vista sportivo. Iniziato il Giro d’Italia nelle vesti di superfavorito, il pirata si dimostra nettamente più forte della concorrenza, vincendo ben quattro tappe (Gran Sasso, Oropa, Alpe di Pampeago e Madonna di Campiglio) e staccando tutti in classifica generale. Tutto sembra già scritto e la seconda affermazione consecutiva nella corsa rosa per Pantani è a un passo. Invece proprio prima della partenza della tappa Madonna di Campiglio-Aprica, il 5 giugno 1999, Marco Pantani viene sospeso per quindici giorni e di fatto escluso dal Giro a causa del valore di ematocrito al 52%, al di là dei margini consentiti dal regolamento. La notizia fa il giro del mondo in poche ore: Pantani escluso dal Giro per una concentrazione di globuli rossi nel sangue superiore al consentito.

«Mi sono rialzato dopo tanti infortuni e sono tornato a correre. Questa volta però abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile». Con queste parole, braccato dai giornalisti e dalle forze dell’ordine, Pantani abbandona la corsa rosa che stava dominando. La Mercatone Uno in segno di protesta si ritira in blocco dal Giro, poi vinto da Ivan Gotti. Sebbene la sospensione fosse di soli quindici giorni per via precauzionale, Pantani non vuole partecipare nemmeno al Tour de France e nei mesi successivi finisce per abbandonarsi alla depressione e per entrare nella spirale della cocaina.

Sui fatti di Madonna di Campiglio non si è mai riusciti a far emergere la verità. Si è parlato da una parte di un Pantani abituato a far uso di sostanze dopanti ancor prima dei successi del ’98, dall’altra di un Pantani mai trovato positivo nei tanti controlli cui era sottoposto (compresi quelli del Giro ’99). Attorno alle vicende si sono anche fatte delle ricostruzioni extra-sportive, che vedevano Pantani e la sua non-vittoria a quel Giro al centro di un giro di scommesse clandestine con enormi somme di denaro. Quel che è certo è che la carriera di Pantani, almeno ad altissimi livelli, finisce proprio quella mattina del 5 giugno 1999.

Il pirata infatti non riesce più a fare vita da atleta e le sue condizioni psico-fisiche peggiorano costantemente. Dal punto di vista dei risultati sulla strada, Pantani torna al Giro del 2000 e contribuisce da gregario al successo di Stefano Garzelli. Al Tour dello stesso anno è protagonista di due successi di tappa (Mont Ventoux e Courchevel), ma deve ritirarsi a metà corsa per problemi di natura intestinale. Sono questi gli ultimi squilli di una carriera ormai segnata dalla depressione e da vicende poco attinenti alla vita agonistica. Pantani partecipa alla corsa rosa anche nel 2003, ma eccezion fatta per la tappa dello Zoncolan, non trova mai il colpo di pedale dei tempi d’oro.

Il resto della storia di Pantani è legato alla data del 14 febbraio 2004, alla sua triste fine, alla stanza D5 del residence Le Rose di Rimini. Anni di inchieste giudiziarie, di indagini, di interviste e di testimonianze di presunti amici, di ricerca della verità da parte di mamma Tonina, non hanno purtroppo dato i risultati sperati. Anche sulla fine di Pantani si è fatto tanto, forse troppo, clamore, come se la sua morte rappresentasse l’ennesimo capitolo di una vita scandita dagli eccessi, nel bene e nel male.

Marco_Pantani_1La storia di Marco Pantani rappresenta una pagina triste, sulla quale si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Le sue imprese sportive vanno ben oltre le vittorie ottenute sulle strade del Giro e del Tour. Se ci si limitasse soltanto a sfogliare degli almanacchi di ciclismo, il successo e la gloria del pirata verrebbero fortemente sminuiti. Ciò che rende Pantani una leggenda, al di là di tutte le controverse vicende umane, è quella carica di emozioni che ha trasmesso su ogni salita, con i suoi scatti e le sue progressioni tra le ali di folla dei tifosi in delirio, con le sue braccia alzate negli arrivi solitari al traguardo.

«Perché vai così forte in salita?» gli aveva chiesto un noto giornalista durante una corsa a tappe. «Per abbreviare la mia agonia» la risposta del mitico pirata.


 

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