Non in nome mio: l’umanità resiste a Castelnuovo di Porto

Di Clara Geraci – «Questo sgombero è persecutorio, stiamo entrando in un regime di violenza, di prepotenza. [..] Si comincia a perseguitare coloro che ormai sono italiani, perfettamente integrati. Questa è una ossessione. Rendetevene conto. Non in nome mio, mi rifiuto di essere un cittadino italiano complice di questa volgarità nazista».

Queste le parole incandescenti di Andrea Camilleri a proposito della faccenda del CARA di Castelnuovo di Porto, il secondo centro per rifugiati e richiedenti asilo più grande d’Italia che, come Riace, era diventato modello dell’accoglienza inclusiva che è possibile e funziona, e che, casualmente, come Riace, finisce smantellato all’improvviso.

aUna disposizione che arriva con sole 24 ore di preavviso. Una decisione politica calata dall’alto. Nessun coordinamento con le autorità locali. Trasferimenti immediati. Destinazioni ignote. 450 militari impiegati nell’azione di forza governativa, 22 famiglie, 24 vittime di tratta, 14 minori. Oblio per i 200 titolari di protezione umanitaria, per effetto del dl Salvini lasciati fuori da ogni tipo di progetto d’accoglienza pur rimanendo al momento regolari sul territorio: abbandonati, invisibili, futuri clandestini.

Sono 500 storie di integrazione virtuosa, fatte di legami reali tessuti con la comunità locale, di progetti di inserimento lavorativo, educativo e culturale ben avviati, di inclusione sociale costruita giorno dopo giorno, cancellate come fossero scritte a matita. «Un’operazione indegna di un paese civile», «una deportazione» – tuonano le associazioni umanitarie, le opposizioni politiche e gli stessi castelnuovesi.

«Non è il fatto in sé, ma le modalità: far vedere l’uso, non dico della violenza, ma della prepotenza nei confronti dei più deboli. Tutte le cose si devono fare nel rispetto della dignità umana. Il fatto che si dica il giorno prima “domani ve ne andate via” è un elemento di crudeltà e disumanità. Ed è accaduto qui. C’è un problema di metodo. Attenti poi: interrompere processi di integrazione mette tutti in una zona grigia» dichiara Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio.

cAi migranti, che a Castelnuovo credevano di aver finalmente trovato una dimensione di normalità, dignità e diritti, è stata strappata da un giorno all’altro la speranza di avercela fatta, di aver trovato il loro posto in pace nel mondo: non una spiegazione, non il tempo per comprendere che la loro vita stava cambiando, ancora e ancora una volta, verso l’ignoto. Nessuna considerazione del loro essere umani, con cicatrici, affetti, ideali e progetti. Pacchi, piuttosto. Da caricare e scaricare con la sconsideratezza che si riserva agli scarti: «è come se mi chiedessero di ricominciare tutto da zero – ripete in lacrime Anszou Cissè, il 19enne senegalese bomber della squadra di calcio locale che continua a chiedersi perché è costretto a lasciare così all’improvviso la vita che a Castelnuovo si è ricostruito pezzo per pezzo – Sentire discutere di migranti generalizzando mi fa male: io sono qui da due anni e non ho mai fatto nulla di male».

«Risparmiamo i soldi dell’affitto, risparmiamo i 5 milioni di euro della gestione annua e andiamo a coprire spazi che si sono liberati in altre strutture [..] Non puoi pretendere di andare a Cortina, di andare qui o lì», questo il commento al proposito del Ministro dell’Interno.

È il principio della contabilità indifferente all’umanità. Quasi a voler punire l’integrazione che funziona nonostante tutto – nonostante una struttura inadeguata, nonostante la vecchia mala gestione, nonostante un sistema limitato che (e su questo nessuno può aver da ridire) va superato – a Castelnuovo di Porto. 

«Qui si sta dicendo no all’integrazione. Non sono un disobbediente. Eravamo d’accordo con il superamento del CARA, ma con un tavolo di concertazione, non con un saccheggio» – chiarisce Riccardo Travaglini, sindaco di Castelnuovo di Porto dal 2017 – «Prima di noi qui di integrazione neanche si parlava. Dal giugno di 2 anni fa abbiamo firmato un accordo con la Prefettura per assicurare lavoro e collaborazione sul territorio con i migranti del CARA. Ha funzionato alla perfezione».

«Un perfetto esempio di integrazione» mandato a monte all’improvviso, come a voler dire che no, non va bene che ci siano luoghi in Italia in cui l’immigrazione sia percepita come un’esperienza positiva, un’opportunità di crescita e una risorsa per tutti. «Il Comune stava dando un segnale forte di accoglienza e integrazione che contrasta con l’idea generale di cacciare i migranti» sostiene il parroco della chiesa di Santa Lucia, padre José Manuel Torres.

eNon poteva gridarsi all’emergenza migranti, non poteva farsi leva su alcun allarme sicurezza in vista delle prossime europee. Nessun pretesto valido per speculare politicamente sulla pelle della gente. «I ragazzi erano parte della nostra comunità» ribadisce il primo cittadino castelnuovese. E forse, come a Riace, è proprio questo a dar fastidio: che a Castelnuovo di Porto il seme dell’ostilità sembra non aver attecchito. Si percepisce piuttosto la brezza leggera dell’umanità.

Nessuno – non i migranti, non l’amministrazione locale, non chi ha ordinato lo scempio a cui abbiamo assistito – si aspettava che la comunità di Castelnuovo tutta si stringesse con tale forza e spontaneità attorno ai ragazzi che aveva accolto e che ha imparato a guardare senza pregiudizio.

bLacrime, abbracci, mille persone in corteo. Tante le offerte di ospitalità. Soluzioni concrete rintracciate dalla società civile, di fronte al disinteresse dello Stato: «Si è appena concluso un tavolo con la Prefettura in cui abbiamo raggiunto un accordo per cui le famiglie con bimbi che erano al CARA rimarranno nella zona di Castelnuovo di Porto, attraverso l’accoglienza diffusa per consentire ai bambini di continuare a frequentare la scuola. È la prima volta che succede in Italia. Siamo molto soddisfatti. [..] Andiamo avanti anche con le protezioni umanitarie. Si tratta di 16 persone, per i quali si sta concludendo lo screening della task force e, attraverso la collaborazione di sindaci di città da cui sono arrivate offerte di ospitalità, verranno accolti anche in altre regioni» – dichiara Travaglini.

Indifferenza. Le vite degli uomini, delle donne e dei bambini del CARA di Castelnuovo di Porto avrebbero potuto restare vittime di quella sacrilega percezione di inesistenza, mai innocente compagna dell’ingiustizia legalizzata. Avrebbero potuto restare senza nome e senza storia. Numeri. Invisibili. E forse era quantomeno questa, la cecità collettiva, la reazione, che chi sta cercando di istituzionalizzare la disumanità si aspettava si scatenasse di fronte alla scrittura di questa brutta pagina di storia tutta italiana.

E invece no. A Castelnuovo di Porto l’umanità resiste. E lo fa con quella straordinaria normalità suggerita dal dovere di obbedienza al sentimento umano, che va oltre ogni appartenenza culturale, religiosa, nazionale, a cui stanno cercando di farci disabituare. «Dai, non ti preoccupare. Vieni a dormire da noi!», è la risposta istintiva e controcorrente che i castelnuovesi danno a chi spaesato e angosciato dice «Non so dove andare». «Una reazione stupefacente, tanto più perché spontanea non avendo noi lanciato appelli o campagne», rimarca il sindaco.

È così, con la nobiltà del rifiuto dell’indifferenza, che la civiltà dell’accoglienza vince silenziosamente sulla cultura chiassosa de «la fine della pacchia» e dell’umorismo su Cortina. A Castelnuovo lo sanno bene che Mouna, Karè, Blessing, Gbona la pacchia non sanno nemmeno cosa sia. Sanno bene che Traore, Stephen, Anszou, Lovett non hanno mai immaginato di andare a Cortina.

A Castelnuovo c’è un’Italia che di fronte alle storie sospese di viaggi disperati, di detenzioni e di torture, di figli e di madri, di paura e di rinascita, non cede alla dialettica generalista del migrante cattivo tipica della retorica propagandistica di una certa politica da tastiera alla ricerca di consenso elettorale, ma resta meravigliosamente umana.

C’è un’Italia che resiste, e la resistenza, come il malanimo purtroppo, è contagiosa. E allora c’è speranza: non vinceranno. Non vincerà chi ci vuole sterili soldatini di carta, non vincerà chi ci vuole odiatori seriali, non vincerà chi ci vuole asserviti alle logiche dell’intolleranza e, peggio, dell’indifferenza. Non vincerà chi vuole riunirci nella silenziosa complicità alla disumanità. Non vinceranno finché ci sarà anche solo un uomo a urlare «Non in nome mio!». E siamo già in tanti, per fortuna.


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3 pensieri riguardo “Non in nome mio: l’umanità resiste a Castelnuovo di Porto

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