Il brusco risveglio turco

Di Francesco Paolo Marco Leti – Il fenomeno turco, non è per nulla nuovo: si tratta semplicemente della libera circolazione di capitale, collegato agli squilibri della bilancia dei pagamenti. Quello turco è un classico esempio di crisi finanziaria che contagia l’economia reale le cui origini non devono essere cercate nelle politiche economiche di quest’anno, ma nei lunghi anni di trascuratezza dei dati macroeconomici. Tale crisi ha alla propria base i profondi squilibri nella bilancia commerciale, perché la Turchia importa più beni e servizi di quelli che esporta all’estero e questa forbice, a partire dal 2001, si è sempre più allargata, sino “all’esplosione” nel 2017.

In una situazione “normale”, questo squilibrio della bilancia commerciale sarebbe stato compensato dalla fluttuazione al ribasso della moneta nazionale, un deprezzamento naturale che avrebbe favorito le esportazioni a scapito delle importazioni, riequilibrando la bilancia. Questo, purtroppo, non è avvenuto per via del forte afflusso di investimenti, proveniente dall’estero, nel paese. Questi, insieme all’ingresso di valuta estera, hanno mantenuto un tasso di cambio innaturale che ha, solo parzialmente, riequilibrato la componente negativa della bilancia commerciale in quella dei pagamenti.

L’ingresso di capitali stranieri nel paese non ha avuto effetti esclusivamente sul mantenimento di un tasso di cambio innaturale, ma ha anche “surriscaldato” l’economia turca. Per “surriscaldamento” s’intende quel fenomeno di forte sviluppo, trainato da risorse esterne, che ha come effetto visibile l’esplosione dell’inflazione che nel paese è esplosa negli ultimi due anni. La Turchia ha sempre sofferto tassi d’inflazione al di sopra della media europea (intorno al 7%); inflazione, questa, che, negli ultimi due anni, ha superato la doppia cifra, arrivando, nell’ultimo periodo, al 15%.

In questa situazione finanziaria complicata, il Governo turco ha fatto dichiarazioni e scelte che hanno arrestato l’afflusso di capitali verso il paese, quello che in gergo economico viene chiamato “sudden stop”. Le scelte economiche di Erdogan – quali quella di piazzare un parente (poco preparato) al Ministero dell’economia e la possibilità di influenzare le scelte della Banca Centrale, che è stata stoppata nel suo invito a rialzare i tassi di interesse per limitare l’inflazione – sono all’origine della caduta di credibilità del governo e hanno scatenato questa fuga di capitali verso l’estero; elemento, quest’ultimo, che è alla base del crollo della lira turca.

Tale crollo, che normalmente dovrebbe avere effetti positivi sulla bilancia commerciale e sull’economia del paese, rilanciando le esportazioni e limitando le importazioni, potrebbe avere, in questo caso, ulteriori effetti perversi, almeno nel breve periodo. Le ragioni sono sostanzialmente due: la forte dipendenza energetica turca che, dopo la svalutazione, si troverebbe a pagare un conto “salato” per le proprie importazioni energetiche; ma ancora più pericoloso è l’indebitamento del settore finanziario che, secondo fonti del Financial Times, è per oltre il 40% denominato in valuta estera. Una forte svalutazione della moneta potrebbe, quindi, portare al crollo del settore finanziario turco e al collasso economico del paese.

In questa “rosea” situazione, ha contribuito ad agitare ulteriormente le acque la decisione dell’amministrazione americana di applicare dazi del 25% sulle importazioni di acciaio turco.

Gli investitori sono ulteriormente preoccupati dall’assenza di contromisure del governo, che sembra occupato a parlare di complotti internazionali, invece di mettere in atto risposte concrete per stabilizzare l’economia. Lo stallo è tale che anche i residenti del paese hanno cominciato a portare i propri capitali all’estero, sia per cautelarsi dalla svalutazione della lira, sia per il timore dell’immobilità delle autorità.

Una crisi profonda e non gestita dell’economia turca potrebbe avere ripercussioni anche in Europa. Il settore finanziario europeo – in particolare Spagna, Germania, Francia e, in misura minore, il nostro paese – è, infatti, esposto nei confronti di quello turco, il cui crollo del paese potrebbe contagiare le banche europee, scatenando un nuovo panico dalle conseguenze imprevedibili per l’economia del continente, che mostra già i segni di un rallentamento della crescita.


 

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