Eva Frapiccini: il pensiero che non diventa azione avvelena l’anima

Di Alessia Bonura – Il 2018 è l’anno del capoluogo siciliano: Palermo, infatti, non solo si è affermata come Capitale della Cultura ma è anche sede di una delle più importanti Biennali itineranti di arte contemporanea ovvero Manifesta – arrivata alla sua dodicesima edizione – iniziata il 14 giugno scorso e che terminerà il 4 Novembre del medesimo anno. Dunque, una città artisticamente in fermento, vista anche la ricca programmazione che offre il calendario dell’ “evento tra gli eventi”. Una città, altresì, cosmopolita che ha accolto turisti da ogni dove, generosa come sempre di mostrarsi nella sua bellezza sia naturale che artefatta nel particolare, in modo da lasciare un ricordo vivido nelle menti e nei cuori dei visitatori.

Molte, quindi, le iniziative degne di nota e di attenzione ma tra queste una che potrebbe colpire – secondo il mio parere – in particolar modo è la mostra dell’artista Eva Frapiccini dal titolo Il pensiero che non diventa azione avvelena l’anima a cura di Connecting Cultures e Isole, visitabile dal 30 giugno al 30 agosto di quest’anno. Potrebbe colpire, sì, perché il progetto mostra, attraverso una documentazione fotografica, l’intimità di coloro che hanno fatto grande la nostra Sicilia, di coloro che hanno fatto “fin troppo bene” il proprio lavoro tanto da risultare scomodi, coloro che noi ormai comunemente e con orgoglio chiamiamo eroi, parola di cui oggi si fa un uso smodato ma che in questo contesto è più che pertinente – anche se, ne sono certa, se fossero stati in vita avrebbero provato un’avversione per tale denominazione: in fondo era “solo il loro lavoro”, le loro idee coniugate a coraggio e voglia di legalità, tutt’oggi purtroppo ancora mancante – . Insomma un progetto che tutti noi dovremmo sentire un po’ nostro.

Ed ecco appunti, testimonianze, discorsi, registri, insomma gli strumenti quotidiani di coloro i quali sono conosciuti come i “Grandi che hanno tentato di sconfiggere la mafia” spendendo parte della loro vita contro essa. L’artista, dunque, focalizza la sua attenzione non tanto sulle vittime ma quanto sulle azioni da loro svolte per smuovere le coscienze, sicule e non, quali slogan, inchieste, proposte di legge conservati in archivi privati. Attraverso questo lavoro di ricerca certosino ciò a cui dà vita altro non è che una installazione-archivio “contro la mafia”, mai esistito sino a ora, accessibile, consultabile, percorribile.

https_cdn.evbuc.comimages457735351944809533501originalLa mostra. Sede della mostra è l’Archivio Storico Comunale di Palermo: la struttura-archivio, collocata su di una pedana di legno al centro della sala dedicata ad Almeyda, esternamente presenta le sembianze di un cubo chiuso ma in realtà è composto internamente da vari moduli montati verticalmente, movibili, entro cui saranno poste le fotografie facilmente accessibili e fruibili dal pubblico. L’opera, inoltre, è componibile: infatti le stesse fotografie possono essere estratte dall’installazione in questione e allestite alle pareti.

Per la realizzazione di tutto ciò, prezioso è stato l’aiuto degli studenti del Liceo Artistico Catalano, del liceo Artistico Ragusa – Kyohara e dell’Accademia di belle Arti, quest’ultimi coordinati dalla Prof.ssa Emilia Valenza, i quali hanno apportato il loro contributo per rendere il tutto più facilmente godibile e comprensibile. Ecco quindi approfondimenti e indagini su alcuni protagonisti che hanno lottato contro la mafia e che sono, altresì, i protagonisti della mostra; ecco un aiuto concreto per la costruzione della pedana in legno, che innalza l’installazione, e le cornici che contengono le fotografie, tutto creato secondo le linee guida della stessa artista; un sempre più richiesto compito di mediazione volto a rispondere a ogni domanda e a fugare ogni dubbio, una volta esposto al pubblico il lavoro.

Le impressioni. Con questa installazione l’artista Eva Frapiccini, facendo fede su un forte impatto locale e internazionale,  ha voluto mettere in luce avvenimenti e situazioni che, sì, sono stati sempre alla portata di tutti e di pubblico dominio – per fortuna – ma che probabilmente non sono mai stati capiti sino in fondo. Perché? Probabilmente perché “retorica”… un po’ come quando si festeggia il Natale senza capirne il vero significato. Ed ecco che Eva Frapiccini indaga laddove, artisticamente parlando, non si era mai giunti. Come? Andando oltre ciò che noi sappiamo grazie alla storia così come si è tragicamente compiuta, raccogliendo, in quasi quattro anni di ricerca, indagini, strategie in stretta collaborazione con i parenti delle vittime e le associazioni che si sono sin da subito mostrati disponibili anche al di fuori del territorio siculo.

Una installazione sicuramente “minimal”. È pur vero che per commemorare e al tempo stesso “istruire” senza nessuna pretesa non vi è bisogno di fronzoli: sembra quasi che il cubo, ovvero l’opera, rappresenti quegli uomini che oggi sempre ricordiamo, a cui abbiamo dedicato murales, vie, fiaccolate, articoli di giornali e fiction. Uomini semplici ma al tempo stesso così “ricchi”: ricchi di idee, di coraggio, di rassegnazione e al contempo di forza, come quel cubo che si erge al centro della sala Almeyda, cuore dell’Archivio Storico palermitano, all’apparenza quasi asettico ma che nasconde al suo interno fotografie di una storia che deve essere conosciuta, di personaggi che non devono essere dimenticati.

Un progetto forte, che ha visto le prime formulazioni quattro anni fa ma che non si è concretizzato prima di adesso: quattro anni importanti che si sono conclusi in quel luogo sicuramente in cui ci si aspetterebbe di trovare ciò che l’artista ha creato. Che non c’era ma che adesso è lì, presente. Un archivio di azioni, di motivazioni, di ricordi, di uomini che non ci sono più ma che tuttora sono, che vivono in quelle pagine di giornale, di appunti, di storie, di biografie incorniciati che diventano “arte”, che osserviamo, studiamo, leggiamo e sentiamo. Un archivio di collaborazioni. Insomma, un archivio della Memoria che altro non è che il risultato di un sentito lavoro corale.


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