La guerra non è finita

Di Francesco Puleo – Il 19 dicembre scorso, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la sua decisione di ritirare le truppe americane dalla Siria. La giustificazione di Trump è che l’ISIS è stato sconfitto, sebbene fino a settembre, in base ai report ufficiali dell’ONU e del Pentagono, il numero dei miliziani afferenti allo Stato Islamico si aggirasse ancora attorno alle trentamila unità.

Il giorno seguente, il ministro della Difesa Jim Mattis ha annunciato il suo ritiro dal ministero. Nella sua lettera di dimissioni, che ha spinto Trump ad anticiparle al 1 Gennaio, ci sono almeno due elementi che gettano luce sulle ragioni di entrambi.

«Mentre gli Stati Uniti rimangono la nazione indispensabile nel mondo libero», afferma l’ex ministro nella missiva, «non possiamo proteggere i nostri interessi o servire efficacemente quel ruolo senza mantenere forti alleanze e mostrare rispetto verso quegli alleati». Il riferimento è alla NATO e agli alleati della coalizione internazionale impegnata in Siria, compresi i curdi, la cui resistenza ha contribuito a bloccare l’avanzata dell’ISIS nell’ovest e nel nord del paese.

erdogan80fa9c4caa_54191564La decisione di Trump consegna di fatto i curdi nelle mani della Turchia di Erdogan, che li considera da sempre alla stregua di terroristi. Non a caso in molti hanno parlato di tradimento, compresi gli stessi curdi dell’YPG che il 29 dicembre, pur di salvarsi, hanno chiesto e ottenuto protezione dalle truppe dell’esercito siriano di Assad cedendo la città di Manbij, al confine con la Turchia.

Tuttavia sembra improbabile che Mattis sia stato trattenuto da un senso di responsabilità nei loro confronti. La priorità della Turchia è sempre stata quella di ostacolare la nascita di uno stato curdo al confine con la Siria. E le truppe americane, dal canto loro, non hanno battuto ciglio di fronte alle incursioni turche nel Rojava del gennaio del 2018 e all’assedio di Afrin, che il 17 marzo scorso è caduta nelle mani di Erdogan.

e8daeaf983eaeddeb76435809b11b679La Turchia, al netto di tutte le sue ambiguità, rimane comunque un alleato del blocco atlantico. Non si capisce invece perché consegnare un’area strategica come la Siria alla Russia e all’Iran, che degli Stati Uniti e della NATO sono nemici. Su questo Trump e Mattis sono sempre stati d’accordo. La spiegazione, probabilmente, è nella seconda parte della lettera di dimissioni.

«Credo che dobbiamo essere risoluti e inequivocabili nel nostro approccio a quei paesi i cui interessi strategici sono sempre più in tensione con i nostri» afferma Mattis riferendosi esplicitamente alla Russia e alla Cina. Poi aggiunge: «Ecco perché dobbiamo usare tutti gli strumenti del potere americano per provvedere alla difesa comune», nei confronti sia degli «attori maligni» che dei «concorrenti strategici».

18-james-mattis-donald-trump.w700.h700Dal momento che le spese destinate alla difesa sono aumentate negli ultimi due anni, da poco più dei 600 miliardi del 2017 ai 716 miliardi previsti per il 2019, è improbabile che Mattis si riferisca alla cosiddetta strategia isolazionista di Trump, smentita da questi numeri. Altrettanto dubbia è l’ipotesi che la scelta del presidente sia stata dettata da ragioni elettorali: se da un lato la tempistica è opinabile, dall’altro è risaputo che in America la politica estera ha sempre avuto la precedenza su tutto il resto. Procedendo per esclusione, rimane una sola ipotesi: la Cina.

Il 27 dicembre, una settimana dopo le dimissioni di Mattis, il ministro della difesa cinese ha ufficialmente dichiarato di avere «molto apprezzato» l’operato del suo omologo e i suoi «sforzi positivi nel rendere le relazioni militari uno stabilizzatore nella relazione generale tra Cina e Stati Uniti». Una dichiarazione che di fatto conferma il retroscena pubblicato su Reuters nel novembre del 2018, in base al quale Mattis si sarebbe impegnato per conservare il ruolo degli Stati Uniti come “concorrenti” piuttosto che nemici della Cina. Se infine consideriamo che il nuovo ministro della Difesa Patrick Shanahan, in uno dei primi incontri con i leader dell’esercito americano, li abbia invitati a concentrarsi su «Cina, Cina e Cina», il sospetto che la decisione di Mattis riguardi un cambio imminente nella strategia americana sembra ragionevole.


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