Anna Politkovskaya, una voce soppressa nella Russia dei misteri

Di Simonetta Viola – Anna Mazepa (Politkovskij è il cognome del marito Alexander, sposato durante gli anni di università, dal quale ha preso il ben più noto Politkovskaya) nasce a New York nel 1958 da genitori ucraini, diplomatici alle Nazioni Unite; cresce a Mosca dove si laurea in giornalismo nel 1980 e comincia la sua carriera come giornalista e attivista per i diritti umani.

Lavora per Izvestia, giornale di punta insieme alla Pravda in Unione Sovietica, prima di collaborare con testate giornalistiche indipendenti come Obshchaja Gazeta e Novaja Gazeta grazie alle quali portò a termine numerose delle inchieste che oggi conosciamo. Novaja Gazeta fu fin dall’inizio critica verso molti esponenti del governo e condusse inchieste su numerosi esponenti dell’economia russa e dei vertici del governo come, ad esempio, Sergej Kirienko che fu primo ministro per sei mesi nel 1998.

La Cecenia e l’Inguscezia. I casi a cui lavorò Anna Politkovskaya, che la portarono alle luci della ribalta, e per cui fu maggiormente conosciuta anche post mortem furono il conflitto in Cecenia e nell’Inguscezia, entrambe repubbliche autonome all’interno del territorio della Federazione Russa. In realtà, il conflitto in Cecenia non fu il motivo scatenante delle sue inchieste in quanto in quel periodo svolgeva indagini su temi sociali, quali i rifugiati all’interno dello stato russo, la situazione pessima degli orfanotrofi, la povertà estrema e la condizione precaria della popolazione anziana. Questo genere di indagini le permisero di approdare al conflitto ceceno, in particolare l’interesse mostrato per i rifugiati.

In un primo momento la giornalista credette nella buona fede del governo russo che proclamava la giusta causa interventista al fine di combattere le forze indipendentiste islamiche presenti nelle repubbliche sopra citate. Tuttavia, fu proprio il suo lavoro sul campo che testimoniò i soprusi e gli abusi del Servizio di Sicurezza Federale (FSB in cui militò per anni l’attuale presidente russo Vladimir Putin) e del GRU, ossia i servizi segreti militari che portavano avanti le operazioni definite di antiterrorismo.

La Russia di Putin. La giornalista scrisse anche un “libro inchiesta” che suonò come una vera e propria denuncia del sistema putiniano di controllo della Federazione Russa. Il libro descrive il modus operandi del presidente, la situazione sociale ed economica del paese e l’ingerenza dei servizi segreti all’interno della gestione dello stato. In Italia è stato pubblicato nel 2009, edizione Adelphi, ed è tuttora disponibile alla vendita. Quello stesso anno il bisettimanale Internazionale, il quale fu uno dei primi a tradurre le inchieste della giornalista in lingua italiana, le dedicò un premio per essersi contraddistinta come giovane reporter per le sue inchieste.

La morte. Anna Politkovskaya venne uccisa con quattro colpi di pistola nell’ascensore del suo condominio nel pomeriggio del 7 ottobre 2006, sabato, giorno del compleanno dell’attuale presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin. La giornalista tornava a casa dopo aver fatto un po’ di spesa. Nel 2014 venne condannato all’ergastolo per l’omicidio della giornalista Rustan Makhmudov e suo zio Lomali Gaitukayev, i suoi fratelli complici dell’omicidio Ibragim e Dzhabrail furono condannati a 12 e 14 anni di carcere e Serghei Khadzhikurbanov membro della polizia che partecipò all’omicidio venne condannato a 20 anni di carcere. Il movente dell’assassinio? È tuttora sconosciuto.

Sono trascorsi 12 anni dalla morte di una tra le voci più scomode della seppur breve storia della Federazione Russa e molti sembrano aver dimenticato l’importanza delle inchieste a cui aveva dedicato tutta la sua passione. Affinché non affievolisca mai il ricordo del lavoro di Anna Politkovskaya potete visionare i suoi articoli.


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