Post Macerata: nero sei e nero rimani, colonizzato «per partito preso»

Di Martina Costa – Qualche giorno fa, il 3 febbraio, venti di razzismo e xenofobia, sono tornati a bussare alle nostre porte. A Macerata la scatola dell’odio si è aperta e quello che ne è uscito fuori è il risultato di anni di narrativa velenosa, culminata poi in una strage con l’aggravante del razzismo.

Non è questa la sede per affibbiare colpe e condanne ai carnefici di queste stragi, ma per evidenziare che qualcosa sta effettivamente cambiando e la cosa sta per sfuggirci di mano. Partiamo dal presupposto che, a paragone di gravità, un atto criminale commesso da un nero risulta, all’opinione pubblica, più grave dello stesso commesso da un bianco, mi chiedo: come interpretare quello che sta dietro la strage di Macerata?

I fatti di Macerata hanno un’origine lontana: partono da discorsi disprezzo e di incitamento all’odio, che tramite i social, oggi, è possibile diffondere con molta meno “sensibilità”, raggiungendo un’audience decisamente ampia. E non cadiamo in trabocchetti insolenti di chi confonde l’incitamento all’odio con la libertà di espressione. Il caso di Macerata è emblematico perché è evidente si tratti di un caso di terrorismo, correlato all’istigazione all’odio e alla discriminazione. Questo caso non genera dubbi di interpretazione: è al vertice della piramide del discorso d’odio; tutte le pratiche violente cavalcano questa tesi.

E sebbene ci sia una certa autocensura nel dire che i fatti di Macerata siano espressione di un certo fascismo, quel che è evidente è che in questo caso non si è trattato di un odio volto a colpire una persona per vendetta; in questo caso l’odio indirizzato a un’intera categoria, accumunata da un semplice elemento: l’essere tutti neri.

Visti i risultati che il fascismo ha prodotto in Italia e nel mondo e scongiurata quindi la sua efficacia, tutta l’ideologia che ne stava dietro è stata progressivamente repressa, soprattutto da chi a quella «superiorità della razza bianca» ci credeva veramente.

Passati ormai più di settant’anni dalla fine del Ventennio, ecco però che quel risentimento, mai morto in realtà, torna a vagheggiare nell’aria, vestito ora da svastiche sui muri, ora dal saluto romano, ora da Anna Frank con la maglia della Roma, ora da messaggi di istigazione all’odio e razzismo sui social, ora dalla campagna di partiti e associazioni di estrema destra.

Per quel che riguarda la politica interna, mentre da un lato abbiamo la dichiarazione del leader della Lega, Matteo Salvini, «Colpa di chi ci riempie di clandestini», dall’altro c’è chi lo accusa di essere il mandante morale (Roberto Saviano).

Ma davvero sta tutto qui il problema? Non è la prima volta che succede un fattaccio come quello di Macerata, e probabilmente non sarà neanche l’ultima, nel frattempo però quel che possiamo fare è riportare al presente una storia passata.

Secondo alcuni autori oggi si è ancora alle prese con il processo di decolonizzazione, ma questa volta la lotta si svolge anche all’interno delle ex potenze coloniali. Sebbene il colonialismo del XX secolo che attuava dei meccanismi di sottomissione, mascherati da opere di civilizzazione, sia stato a tutti gli effetti ritenuto illegittimo, ecco che quella schizofrenica mania di superiorità torna a farsi sentire. Non potendo sottomettere l’altro nella sua terra lo poniamo in condizioni di subalternità a «casa nostra». E qui siamo proprio legittimati a farlo, e sì. Siamo infatti noi i garanti della sicurezza, dell’ordine e della legalità. Ostacoliamo tutto ciò che mina la preservazione della nostra purezza bianca, divenendo i garanti della patria, dei buon costumi e della civiltà.

Questo è quello che, probabilmente ha mosso Luca Traini, per legittimare e giustificare le sue azioni. Colpire coloro i quali – gli africani – hanno causato la morte di Pamela Mastropietro, sventrandola e occultandone il cadavere (anche se si sospetta che la giovane sia morta di overdose, facendo escludere la contestazione per omicidio a Innocent Oseghale, il nigeriano arrestato).

Colpevoli di appartenere a una razza inferiore. Colpevoli di poter essere assimilabili in confuse generalizzazioni. Poiché se, da un lato, il mito del buon selvaggio, porta a generalizzazioni errate per cui, tutti gli stranieri sono buoni, cordiali e bisognosi, cadere in altrettante generalizzazioni per cui tutti gli stranieri siano criminali, è una credenza che dobbiamo saper scardinare. Le classi generali infatti sono colpevoli di costruire soggetti “decorporizzati”, facili da colpire.

Più in generale sono colpevoli di essere neri. Di essere neri in una terra che i neri li ha deportati e non li vuole a casa sua. Già, perché l’Italia in Libia ne ha uccise di persone per imporre il suo dominio coloniale, e come lei, anche tante altre potenze europee, animate da un forte senso di civilizzazione.

Nel 1911, Giovanni Pascoli scriveva “La grande proletaria si è mossa”, affermando, con riferimento alla Libia che «occorrerà imporre, mediante la guerra, la pace e contribuire così per la sua parte all’incivilimento dei popoli».

Miguel Mellino dichiara a proposito che «La questione coloniale è una questione ancora irrisolta e terribilmente presente all’interno delle società multirazziali occidentali contemporanee, e anche se è in buona parte rimossa dai dibattiti quotidiani, ogni tanto torna a farsi sentire con forza».


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