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Suicidi sul lavoro: Foxconn, le fabbriche della morte

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Le fabbriche cinesi appartenenti all’azienda Foxconn sono diventate il triste simbolo di un mercato e di un sistema di produzione che calpesta i diritti umani, un sistema in cui siamo (in)direttamente tutti coinvolti.

Ci troviamo a Shenzhen, una città sub-provinciale della Cina continentale meridionale. Nel suo enorme distretto industriale si trovano una serie di complessi appartenenti alla Foxconn, la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici al mondo. Quello di Shenzhen non è il loro unico stabilimento: l’azienda conta più di un milione di lavoratori distribuiti in Asia, Europa, America Latina, USA e Giappone, ma in quel preciso stabilimento le stime parlano di 350-450 mila lavoratori, dediti ogni giorno alla produzione di prodotti per conto di Apple (la maggior azienda all’interno di Foxconn), Dell, HP, Microsoft, Motorola, Nintendo, Nokia, Sony, Blackberry e molti altri marchi rinomati dell’elettronica.

Le già impressionanti stime del numero di lavoratori non sono l’unico motivo per cui le fabbriche Foxconn sono rinomate e sono state al centro dell’attenzione mediatica dell’ultimo decennio; ciò che le ha rese tristemente famose, specialmente lo stabilimento di Shenzhen, è l’alto tasso di suicidi dei lavoratori avvenuti all’interno della fabbrica.

Nel 2009, un lavoratore addetto al dipartimento comunicazione, Sun Danyong, è stato picchiato a casa sua perché accusato di aver perso il prototipo del nuovo modello di iPhone. Successivamente, si è lanciato giù dal dodicesimo piano del suo appartamento. Il 2010, l’anno di lancio dell’iPhone 4, è stato quello più nero per i suicidi in Foxconn: all’interno degli stabilimenti cinesi si sono suicidate 14 persone. Nel 2011 la fabbrica ha deciso di costruire un insieme di reti per evitare il suicidio dagli appartamenti; tuttavia, ben quattro persone si sono uccise. Nel 2012 e nel 2013 si sono suicidate rispettivamente uno e due dipendenti.

L’ultimo caso noto è di pochi giorni fa: il 6 gennaio Li Ming si è gettato dal suo appartamento di Zhengzhou, dove lavorava per Foxconn e dove si produce il nuovissimo iPhone X. L’ultima notizia ha acceso, ancora una volta, forti critiche e condanne sulle condizioni dei lavoratori all’interno delle fabbriche Foxconn.

Negli anni solo in pochi hanno avuto accesso agli stabilimenti dell’azienda, tra cui la FLA (Fair Labor Association) e alcuni giornalisti; ciò che hanno narrato è agghiacciante. Gli impiegati vivono in dormitori che sono sorvegliati da forze di sicurezza armate e la gente lavora per turni fino a 13 ore, senza alcuna retribuzione in più per gli straordinari (particolarmente frequenti al lancio di un nuovo modello di smartphone).

Il management interferisce continuamente nella privacy dei lavoratori (come si può parlare di privacy quando fino a 24 persone dormono in una stanza dei dormitori) e se non si raggiungono gli obiettivi giornalieri viene messa in scena una sorta di gogna pubblica che coinvolge tutti i dipendenti.

Questa cultura del lavoro ad altissimo tasso di stress, ansia e umiliazione crea una depressione diffusa nella maggior parte dei lavoratori. I giorni liberi sono rarissimi e solo una volta all’anno si può visitare la famiglia, cosa che spesso non avviene perché i lavoratori non hanno soldi a sufficienza per affrontare i lunghi viaggi tra le province cinesi. I lavoratori sono inoltre esposti tutto il giorno a emissione di sostanze chimiche dannose e fumi tossici che causano problemi di salute non indifferenti e che non possono permettersi di farsi curare.

L’azienda Foxconn ha un’influenza così forte da non doversi preoccupare dei rapporti con le amministrazioni locali. È l’ennesimo esempio che il profitto, nel mercato capitalistico, è una leva che può prescindere dal rispetto dei diritti umani. I nuovi lavoratori vengono attratti perché spesso non hanno altra scelta che lavorare in quegli enormi stabilimenti, in un mercato mondiale sempre più esigente.

Risulta essenziale parlare e descrivere queste realtà poiché non possiamo più permetterci di ignorare gli effetti che ha la globalizzazione dei mercati. Il problema non risiede solo nella loro progressiva e sempre più rapida espansione ma anche nelle tristi conseguenze di questo mercato, intriso di mille sfaccettature e ramificazioni talmente ampie che un filo può legare le centinaia di migliaia di lavoratori delle fabbriche Foxconn con quello che consideriamo il nostro benessere legato al consumo. Prima ancora di aspirare al cambiamento, occorre quantomeno una presa di coscienza.


 
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Davide Renda

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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