A un anno dall’elezione, tutto su Trump e il Russiagate

A distanza di tredici mesi dal giorno delle presidenziali e quasi un anno dopo il formale insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, per gli Stati Uniti è tempo di tirare le somme. È evidente come, ogni giorno, il chiacchieratissimo presidente americano abbia occupato le pagine e le televisioni di tutto il mondo. Dodici mesi in cui ne abbiamo sentite tante: scivoloni, uscite infelici, frasi ‘shock’, parole risolute, atti, a ben vedere, assolutamente prevedibili. Tutto ha seguito un filo ben preciso, lo stesso delineato in campagna elettorale.

Il platinato e patinato Donald ci ha sempre tenuto a mostrarsi forte, quasi imperturbabile. In questi mesi non ha mai avuto timore di dire la sua, non si è mai preoccupato dei toni, dei contenuti o, tantomeno, degli attacchi in sé e per sé o delle persone da cui provenivano. Non ha mai perso una sola occasione per tirare fuori una frase che rimbombasse adeguatamente, secondo i suoi personalissimi standard.

Di ogni accusa o reazione Trump non si è mai mostrato preoccupato o toccato. Difficile da credere che non lo sia per qualcosa che, però, gli ha dato e gli sta dando parecchio filo da torcere: il Russiagate, ovvero, quella che, da mero sospetto, è diventata una vera e propria indagine.

Secondo le ipotesi, il presidente americano ed il suo staff avrebbero intrattenuto rapporti con la Russia durante il periodo delle elezioni che lo hanno proclamato vincitore e portato dritto alla Casa Bianca. In altre parole, Mosca avrebbe avuto un ruolo di peso nelle scorse elezioni, le avrebbe, cioè, propriamente influenzate. Secondo alcuni, il seme è da rinvenire nella figura di Vladimir Putin, notoriamente accusato di voler destabilizzare le democrazie in Occidente. Note, poi, le sue antipatie nei confronti dei democratici di Obama (e delle sanzioni alla Russia per via dell’Ucraina). Per giungere a tal fine, la Russia si sarebbe servita di abili hacker per compromettere i sistemi informatici dei democratici statunitensi e far emergere contenuti in grado di intaccare e ledere la figura della candidata in corsa.

L’opinione pubblica americana, insieme a quella internazionale è stata travolta da queste ipotesi poi confluite nella nota indagine. Ma cos’è questo Russiagate, perché ha sconvolto tutti e cosa rischiano lo staff e Trump stesso? Al centro dello scandalo, le elezioni che lo scorso Novembre hanno visto vincitore Trump contro la avversaria (favorita) Hillary Clinton. Un risultato a ben vedere non troppo inaspettato e che, sin da subito, ha trainato con sé le prime voci e supposizioni su di un possibile ‘terzo attore sconosciuto’. Si inizia a parlare, così, di sospettoso coinvolgimento della Russia nell’ottenimento del risultato raggiunto dal Tycoon.

Per comprendere meglio le radici di queste accuse su cui oggi l’FBI sta provando a fare luce, occorre partire proprio dalla quella campagna elettorale che ha visto contrapposti la Clinton e Trump.

Nel marzo del 2016, John Podesta, il responsabile della campagna presidenziale della democratica,  riceve una mail che lo avverte di un possibile furto di password dall’Ucraina; la mail, in seguito, verrà confermata essere un phishing, ovvero, un escamotage per gli hacker russi utile per entrare nella casella di posta elettronica, simulando un semplice arrivo di una comunicazione.

Sempre a marzo, dall’altro lato, Trump nomina come manager della sua campagna elettorale Paul Manafort e, come suo consulente, Carter Page. I due, poi, saranno sospettati di vicinanza alla Russia; Manafort, il primo ad essere accusato qualche mese più tardi (ad agosto) per sospetti finanziamenti ricevuti dalla Russia, si dimetterà.

Più tardi, a maggio, il Comitato Nazionale Democratico (DNC) si rivolge alla società americana Crowdstrike, esperta in materia di cybersecurity, per individuare l’origine degli attacchi legati a Podesta: ne vengono fuori i nomi APT 28 e APT 29, presumibilmente hacker legati alla Russia. Dal Comitato arriva la conferma della manipolazione dei server democratici. Ecco che, alla loro esternazione, il Washington Post è il primo a rendere noto al mondo il rapporto di Crowdstrike a sostegno dello scoop sull’entrata nel sistema del DNC da parte di hacker provenienti dall’area russa.

In seguito, compare il nome di Guccifer 2.0, prima riconosciuto come hacker rumeno, poi, secondo gli esperti, l’appellativo dietro cui si nasconderebbero degli hacker russi. Guccifer 2.0 pubblica dei documenti sottratti al DNC e afferma, altresì, di aver dato a Wikileaks altri cocenti file. Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, li rende noti: programmi elettorali, report finanziari e tutto ciò che doveva servire al partito per sconfiggere il candidato repubblicano.

Donald e Hillary, dopo aver vinto le primarie, a luglio vengono nominati candidati in corsa ufficiale per la presidenza. Sempre nello stesso mese, Assange afferma che il suo atto di diffusione era volto a mettere in difficoltà la Clinton. Seguono altri mesi di pubblicazioni, attacchi riportati, informazioni fuoriuscite fino all’8 novembre, data dell’Election Day e della vittoria di Trump.

Donald, appena eletto, procede alla nomina di altri personaggi centrali nella vicenda: Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale, Jeff Sessions come ministro della Giustizia e riconferma James Comey alla guida dell’FBI. Lo stesso Comey che era stato scelto da Barack Obama e che, però, nel bel mezzo della fervente campagna elettorale aveva sparato a zero sulla famiglia Clinton, inimicandosi la candidata democratica.

A gennaio sono rese note le considerazioni scaturite da un’indagine dell’intelligence statunitense sul ruolo della Russia nelle elezioni presidenziali, affidata dall’ex numero uno uscente Barack Obama. L’indagine conferma quanto sostenuto dai Democratici e, cioè, che gli attacchi volevano inizialmente danneggiare la Clinton e poi favorire l’elezione di Trump. Quest’ultimo si trova a dover riconoscere il ruolo della Russia nella campagna elettorale ma esclude qualsiasi influenza sul risultato elettorale.

Ad entrare in scena c’è anche il rapporto di un ex agente britannico che evidenzia l’esistenza di un dossier russo alquanto imbarazzante per il neo eletto Trump. Affari sporchi e giochi sessuali come ricatto.

A marzo, proprio Comey, dinanzi alla Camera statunitense, rende noto che l’FBI sta indagando sui legami tra Russia e Trump confermando l’interferenza della Russia nelle presidenziali con il fine di favorire Trump, indebolire la democrazia americana e la candidatura di Hillary Clinton.

A maggio, Hillary spiega in diverse occasioni che, a farla perdere, sono stati proprio Comey e l’accaduto di Wikileaks. Poco prima del voto, infatti, Comey aveva riaperto l’inchiesta tirando in ballo il marito Bill. Questo, insieme alla divulgazione dei documenti, motivo di imbarazzo per la candidata, avrebbero, secondo la stessa, influito nettamente sulla vittoria di Trump.

Le cose si complicano. In un colloquio con il vice di Trump, Mike Pence, infatti, Michael Flynn si dimentica di precisare un particolare: l’aver parlato con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak relativamente alle sanzioni inflitte a Mosca in diverse occasioni. Un’omissione non di poco conto e che costringe Flynn ad uscire di scena a febbraio. Da qui parte ufficialmente l’indagine dell’FBI e, parallelamente, del Congresso americano con il fine di chiarire i reali rapporti tra il Cremlino e la ciurma di Donald Trump.

Nel frattempo, mentre le indagini continuano, Trump decide di licenziare proprio Comey il 10 maggio. Una mossa alquanto chiacchierata dall’opinione pubblica internazionale, vista la scelta di togliere di mezzo chi stava dirigendo esattamente quella indagine. Ma Trump non si fa spaventare da nulla. Quando arriva il mandato di comparizione per Flynn, arrivano le preoccupazioni di essere direttamente coinvolto. Ma Donald ammette su Twitter, il suo diario di vita preferito, di aver condiviso insieme al ministro degli esteri Lavrov delle informazioni riservate sul terrorismo, sottolineando che aveva il pieno diritto di farlo. La Casa Bianca aveva sempre negato che fossero intercorsi simili rapporti e lo staff viene colto impreparato. L’ammissione risuona, secondo alcuni, come una conferma della particolare vicinanza tra i due, ma non scalfisce minimamente l’ostentata sicurezza del presidente.

Ecco che il 17 maggio arriva a sorpresa la nomina dal Ministero della Giustizia di Robert Mueller, ex direttore dell’FBI per 12 anni, ora Procuratore Speciale sul Russiagate. Il suo compito sarà indagare e supervisionare il lavoro svolto dagli investigatori. Il Ministro Jeff Sessions ha scelto di non interferire, lasciando che fosse il suo vice Rod Rosenstein ad eseguire la nomina.

Al centro delle valutazioni, la condotta del Presidente a proposito delle conversazioni con l’ex capo dell’FBI sulla situazione di Flynn, in cui il numero uno della Casa Bianca potrebbe aver fatto pressioni per bloccare l’indagine. A parlarne per la prima volta, sempre il Washington Post. Lo stesso Mueller nominerà ad agosto un Grand Jury a Washington, atto letto come sintomo di accelerazione dell’indagine stessa.

Arriva il turno di Jeff Sessions: dinanzi al Senato il Ministro nega di aver intrattenuto rapporti e conversazioni con il russo Kislyak, quando altre fonti dicono l’esatto opposto. Lo stesso Flynn che dapprima aveva dato la disponibilità a testimoniare con la promessa di immunità, finisce con il chiudersi dentro una coltre di silenzio.

Comey poi, licenziato da Trump, scrive in un memorandum che il Presidente gli aveva chiesto un incontro nel mese di febbraio proprio per insabbiare l’intera indagine. È il New York Times a pubblicarlo a maggio. Comey parla di specifiche richieste in merito a Flynn che appare sempre al centro della vicenda. Il Tycoon nega ogni cosa. Secondo il quotidiano, la richiesta di Trump è stata documentata da Comey dopo l’incontro faccia a faccia con il numero uno dell’FBI nello Studio Ovale, avvenuto a febbraio. Il Presidente suggerì tra l’altro a Comey di prevedere il carcere per i giornalisti che pubblicavano informazioni classificate.

Subito arriva la smentita dalla Casa Bianca. Ma i sospetti mettono nei guai non solo il presidente ma anche chi gli è particolarmente vicino: spunta il nome del genero Jared Kushner. La notizia del possibile coinvolgimento arriva proprio quando il Presidente è impegnato a Taormina per il G7. Il marito della figlia Ivanka, infatti, dopo l’elezione di Trump ne è divenuto uno dei suoi più noti consiglieri e, anche per questo, su di lui le perplessità che possa essere a conoscenza di particolari e fatti rilevanti.

Dopo il G7, un’altra tempesta per Trump: secondo la stampa americana, sempre Flynn avrebbe acconsentito alla commissione investigativa del Senato nel dare i documenti in suo possesso sul Russiagate. Il presidente, forse per cercare di spostare l’attenzione, decide di licenziare un’altra ‘pedina’, ovvero, Mike Dubke, il direttore dell’apparato comunicativo.

Le acque non si calmano per Donald e, a giugno, al terremoto mediatico si aggiunge la testimonianza dell’ex capo dell’FBI, James Comey, una testimonianza che tiene incollati agli schermi gli occhi di mezzo mondo. L’8 giugno Comey giura al Senato ed afferma che, secondo lui, non ci sarebbero dubbi sull’interferenza russa nelle elezioni americane. Ma dice anche altro. Parla di bugie di Trump sia riguardo l’FBI che riguardo se stesso. Il mondo rimane lì, immobile ed attento, ad ascoltare le parole di Comey e le sue parole ad alto potenziale di rischio per la strada concreta verso l’impeachment. «Quando diventai direttore dell’FBI nel 2013, capii che sarei stato al servizio del Presidente», ha affermato Comey. «e capii che sarei potuto essere licenziato dal Presidente per qualsiasi motivo o per nessuno». I motivi a sostegno del licenziamento non sono molto chiari allo stesso che lo dichiara apertamente dinanzi al Senato. «Avevo la sensazione che qualcosa stava per accadere e capivo che dovevo stare molto attento. Ricordo che pensavo che ci potessero essere sviluppi inquietanti». Prima tanto apprezzato dallo stesso Trump e poi accusato di aver gestito male la vicenda delle e-mail di Hillary Clinton. «L‘Amministrazione Trump ha scelto di diffamare me e l‘FBI, e ha mentito su di me e sull’FBI», ha sparato Comey «L’FBI è onesta. L’FBI è forte. E l’FBI è e sempre sarà indipendente», ha affermato un po’ provato ma risoluto. «Non c‘è alcun dubbio che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane». Comey, alla fine, dichiara anche di aver provveduto a consegnare al procuratore Robert Mueller ogni documento da lui redatto relativo agli incontri avuti con Trump.

Trump tuona bollando le parole dell’ex direttore come false. Nel giorno del 71esimo compleanno di Donald entra in scena sempre ancora una volta il Washington Post riportando la possibile estensione dell’inchiesta sul Russiagate. Lo scoop riguarda il coinvolgimento ufficiale di Trump nell’indagine ormai più chiacchierata del momento: l’accusa? Ostruzione alla giustizia. Centrale sarebbero stati sia il licenziamento di Comey che, soprattutto, le sue affermazioni dinanzi alla commissione intelligence in Senato. L’eventualità, infatti, diventa ora più concreta. Comey, ha parlato di pressioni del Presidente per far cadere l’indagine su Michael Flynn. La mossa di Trump in seguito alla pubblicazione del Post, è in piena linea con il suo stile. E’ lui stesso, infatti, a confermare lo scoop scrivendo su Twitter: «I am being investigated for firing the FBI Director by the man who told me to fire the FBI Director! Witch Hunt». Si inizia, così, a parlare più concretamente di impeachment.

Trump attacca chi sta conducendo le indagini. Ma non finisce qui, perché a luglio, ad essere coinvolto è anche Donald Trump Jr., figlio del presidente. Questo ammette di aver incontrato un’avvocatessa vicina a Mosca appena prima delle elezioni, con tanto di mail pubblicate. Nello specifico, a giugno del 2016, Donald Jr. avrebbe ricevuto offerte in cambio di materiale che potesse compromettere la figura dell’avversaria del padre. Poco dopo, però, egli ammette di non aver mai detto nulla al padre, cosa confermata dal presidente stesso.

 Nel frattempo, al Congresso giunge il primo atto formale di richiesta di impeachment di un deputato democratico. Il deputato in questione è texano ed è Al Green, il primo parlamentare del Congresso degli Stati Uniti ad aver chiesto formalmente l’impeachment per Trump. «Il presidente non è al di sopra della legge. Ha commesso un atto che può prevedere l’impeachment e deve essere accusato. Fare altrimenti, significherebbe per alcuni americani perdere il rispetto per le nostre norme sociali», ha scritto Green.

Intanto, esce un’altra indiscrezione, stavolta dalla CNN: nella notizia si parla di una mail a disposizione di chi sta indagando al Congresso, dove si evidenzierebbe il riferimento all’organizzazione di un incontro proprio con Vladmir Putin risalente al periodo precedente al voto.

In tutto ciò, anche Zuckerberg dice la sua, ammettendo che dal 2015, anno in cui Trump per la prima volta annuncia la sua corsa alla presidenza, i falsi account di Facebook riconducibili agli hacker russi hanno speso ben 100.000 dollari di pubblicità. Twitter segue a ruota il suo simile rendendo noti i 274.000 dollari di spesa sempre per la pubblicità e i circa 200 account aperti nel 2016, tutti riconducibili a società russe. Hacker russi, insomma, che avrebbero provato ad abbattere la Clinton per favorire l’elezione dell’attuale presidente. L’ipotesi risuona esattamente in questi termini. Emerge sempre da Facebook che, sempre nel caldissimo periodo incriminato, i post originati dalla Russia sarebbero passati davanti agli occhi di ben 126 milioni di americani.

La Clinton, in tutto ciò, non ha ancora fatto la mossa che alcuni attendono: non ha, infatti, contestato la legittimità dell’avvenuta elezione di Trump. Intanto, ad ottobre, l’ex capo della campagna nominato da Trump, Paul Manafort, si è costituito dinanzi ai Federali, dopo l’incriminazione e la richiesta di consegnarsi. Sia su di lui che sul suo ex socio Rick Gates, pendono ben dodici capi d’accusa tra cui anche la cospirazione contro gli USA. La parola anche ad un ex collaboratore, George Papadopoulos, che ammette una sua collaborazione con il Cremlino per oscurare i democratici. Sembra andare di male in peggio per Trump.

La sua l’ha detta anche Vladimir Putin che, sentitosi chiamato in causa, ha escluso il coinvolgimento della Russia nella vicenda elettorale americana. Le polemiche contro le parole di Trump, dichiaratosi concorde con il numero uno russo, sono arrivate subito e lo hanno costretto ad una veloce correzione.

Recentemente è giunta la confessione di Michael Flynn che, davanti al tribunale per un patteggiamento, ha confessato di aver mentito all’FBI relativamente ai rapporti intercorsi con l’ambasciatore russo Kislyak. «Accetto la piena responsabilità delle mie azioni», ha affermato. Secondo ciò che è emerso, sarebbero il genero del presidente Trump, Jared Kushner, e l’ex consigliere K.T. McFarland, le persone coinvolte nel team di transizione che avrebbe chiesto all’ex consigliere della Sicurezza nazionale americano Michael Flynn di incontrare l’ex ambasciatore russo a Washington, Sergei Kislyak, lo scorso dicembre. Ne è seguita la sua formale incriminazione da parte di Robert Mueller che ha formulato l’imputazione basandosi sulle sue «false, fittizie e fraudolenti dichiarazioni». Flynn, da parte sua, si è detto pronto a testimoniare contro il presidente americano, «collaborando pienamente» alle indagini del procuratore speciale.

Ciò che non si sa ancora è se Trump fosse effettivamente a conoscenza dell’attività dell’ex generale con la Russia. Chiaramente, l’ipotesi affermativa potrebbe peggiorare le condizioni di Trump. Ma, arrivati a questo punto, quindi, cosa rischia Trump?

Molto conseguirà, chiaramente, dalla testimonianza di Flynn e dall’entità dei legami intrattenuti con il Cremlino. Se da questa o dalla prosecuzione delle indagini Donald dovesse venirne fuori come direttamente coinvolto, il rischio di impeachment sarebbe chiaramente maggiore.

Ricordiamo che l’impeachment è un rinvio a giudizio di un pubblico ufficiale (il presidente in questo caso), qualora ci sia l’eventualità che lo stesso abbia commesso comportamenti illeciti nell’adempimento e nell’esercizio delle sue funzioni. La Costituzione americana precisa che il Congresso può avviarla per «tradimento, corruzione o altri crimini e delitti». Finora, dall’accusa ne sono usciti soltanto due presidenti americani: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998. Gli altri presidenti si sono dimessi prima: tra questi, Richard Nixon nel famosissimo scandalo del Watergate, nel 1974.

Al momento, Trump sembra non rientrare in questi parametri. Ma certo è che gli ultimi accadimenti potrebbero peggiorare la sua posizione. Non si può effettivamente ipotizzare nessun coinvolgimento diretto del Presidente per cui possa parlarsi davvero di impeachment ma, in ogni caso, rimangono comunque poco plausibili le sue eventuali dimissioni, soprattutto ora che conosciamo meglio Donald. Ed in quella che sembra proprio un’avvincente pellicola cinematografica, non ci resta che attendere il prossimo episodio.

Roberta Testa


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