Tempo di lettura: 3 minuti

L’11 settembre cileno: quando gli Usa freddarono la democrazia

Condividi

 

Nell’altro 11 settembre della storia, il colpo di stato in Cile rovescia il governo di Allende instaurando una dittatura di terrore, tortura e oppressione.


L’11 settembre è un giorno emblematico nella storia contemporanea. Ha segnato momenti di cesura nell’agenda politica internazionale e intercontinentale. Nella narrazione dominante della storia, è il giorno in cui si ricorda l’attentato terroristico alle Torri Gemelle del 2001 e la commemorazione delle sue 2.974 vittime. Ma l’11 settembre ci ricorda molto di più.

La narrazione dominante ci impone spesso dei limiti alle ricorrenze, alle vite e alla stessa storia; plasma la conoscenza e la consapevolezza della storia, ammassando gli eventi in un dedalo di ricorrenze confuse e fluide. 

Una data scomoda per l’umanità intera. 11 settembre 1973, il giorno in cui moriva in Cile Salvador Allende, e con lui la democrazia del Paese dell’America Latina. Laureato in medicina e fondatore del Partito Socialista Cileno, Salvador Allende è stata una figura carismatica della vita politica cilena e fulcro nella costruzione e definizione del socialismo mondiale.

Il colpo di Stato, capeggiato dal generale Augusto Pinochet e appoggiato dagli Stati Uniti, depose il governo democraticamente eletto guidato dal Presidente Allende. Solo tre anni prima, il 3 novembre del 1970, il leader del Partito Socialista Allende, ormai al suo quarto tentativo elettorale, era stato eletto presidente del Cile con il 36% dei voti. Per quanto non possa considerarsi una vittoria schiacciante, era riuscito a sconfiggere, almeno momentaneamente, le pressioni degli Stati Uniti.

Timorosi che un altro Paese passasse dalla parte dell’Unione Sovietica nel pieno della Guerra Fredda, gli Stati Uniti avevano attivato, già prima dell’elezione di Allende, una serie di azioni di influenza e spionaggio per impedirne l’elezione. Dopo Cuba, persa ormai nella rivoluzione del 1959, gli USA non potevano permettersi che l’avanzata comunista si diffondesse nei Paesi del sud America.

I finanziamenti alle campagne politiche dei partiti dell’opposizione non furono però sufficienti e dopo l’elezione di Allende gli USA furono costretti a passare alla fase due, al fine di evitare che il Paese potesse diventare «comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo […] la questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli», come dichiarato da Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato durante la presidenza di Richard Nixon. 

Alla guida di un’ampia coalizione di sinistra, l’Unidad Popular, Allende iniziò subito a muoversi per realizzare un nuovo socialismo democratico, che lui stesso definì “Una rivoluzione che sa di empanada e vino rosso”. Vennero aumentati i salati e le tutele sociali, approvata una riforma agraria volta a una più equa redistribuzione delle terre e annunciata la sospensione del pagamento del debito estero. Venne inoltre introdotto il divorzio e legalizzato l’aborto.

Le misure messe in campo dall’amministrazione Allende stavano minacciando non solo gli interessi ideologici, ma anche quelli economici degli Stati Uniti. Fortemente interessati alle aziende del rame, gli Usa persero il controllo di questo mercato quando Allende lo nazionalizzò, espropriando le due principali aziende – non a caso statunitensi – del loro monopolio. 

Per rispondere alle politiche socialiste messe in campo da Allende, gli Usa cominciarono ad esercitare una crescente pressione economica; l’amministrazione Nixon boicottò l’economia cilena imponendo un embargo e facendo crollare il prezzo del rame, finanziando infine i gruppi dell’opposizione.

Il boicottaggio statunitense destabilizzò fortemente l’economia nazionale, sollevando altresì ribellioni e malcontenti. Il clima teso dell’ultimo anno aveva lasciato intendere che qualcosa di grosso sarebbe presto accaduto, ma il Presidente Allende non demorse e in segno di fiducia all’apparato militare, notoriamente suscettibile di corruzione e golpe, nominò il 23 agosto del 1973 il generale Augusto Pinochet a capo dell’esercito.

La mattina dell’11 settembre, con il bombardamento delle sedi radio e tv di Santiago del Cile, le forze armate capeggiate dal generale Pinochet iniziarono “l’Operazione silenzio”, volta a destituire il Presidente Allende. Carri armati e aerei presero d’assalto il Palacio de la Moneda, sede del governo cileno, il cui il Presidente Allende e il Gap (Gruppo di Amici Personali) si erano riuniti.

Anche quando le forze armate dichiararono di aver preso il controllo, Allende rifiutò di dare le proprie dimissioni e, dopo aver ordinato al Gap di abbandonare il palazzo, con un colpo di fucile AK-47, mise fine alla sua vita. Nel suo discorso di addio, emesso da radio Magallanes del Partito comunista cileno, Allende parlò alla nazione per l’ultima volta: «le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento».

Con il colpo di Stato cileno del 1973, consumatosi in un solo giorno, si insediò alla guida del Paese il generale Pinochet, che avviò uno dei regimi più violenti e repressivi che l’America Latina abbia mai conosciuto. Al fine di restaurare la chilenidad e “salvare la democrazia dal totalitarismo marxista” una giunta militare capeggiata da Pinochet venne messa alla guida del Paese. Sciolta l’Assemblea Nazionale, la giunta militare estromise tutti i partiti parte dell’Unidad Popular, imponendo da subito una serie di restrizioni alla libertà individuale dei cittadini. 

Con la DINA, Direccion Nacional de Inteligencia, una polizia segreta con facoltà quasi illimitate, censura, repressione, sparizioni forzate, furono all’ordine del giorno. La resistenza del Cile venne repressa nel sangue, così come sindacalisti e contadini che avevano appoggiato le riforme socialiste. 

I numeri della famigerata dittatura di Pinochet lasciano esterrefatti: circa 15 mila assassinii, più di duemila tra detenuti e desaparecidos, 164 mila cileni esiliati. Anche se le azioni del presidente sono state giudicate, portando alla condanna di Pinochet per crimini contro l’umanità, il sistema di ineguaglianze e oppressione economica presente nel Paese resta intatto anche ora.

L’11 settembre è dunque un giorno di attentati effimeri, violenti, sanguinosi, mortali. Ma anche attentati alla libertà, alla vita, all’autodeterminazione e alla democrazia. È il giorno in cui gli Stati Uniti freddarono la democrazia in Cile; quanto si sentano responsabili di tutto ciò è poco chiaro. Certo è che “la storia li giudicherà”, come leggiamo nelle parole dell’ultimo discorso di Allende. 

Anche se la storia egemonica è tale da aggirare interi continenti e numerose popolazioni, bypassando storie di vita e di morte, interrando tutto nel contenitore dei ricordi superflui, di Salvador Allende resterà il suo esempio di lotta, di forza e di coraggio, di un uomo che ha pagato con la vita la lealtà al popolo.


 

Condividi
Martina Costa

Martina Costa

Responsabile di "Stay Human". Laureata magistrale in Cooperazione e Sviluppo, sostengo e lotto per un’informazione libera, la tutela dei diritti umani, la parità di genere e i processi di ristrutturazione sociale dal basso.

error: Content is protected !!