L’eredità di Mosul ai suoi figli

Il 9 luglio Mosul (in arabo conduttore) ha potuto per un attimo aprire i polmoni. La città è stata proclamata libera dall’Isis. Libera dagli attacchi, certo, ma attaccata a quelle macerie di morte, città rimasta fantasma e vuota. Abitata da vite in rovina con creature dissacrate sulle spalle, o mano nella mano, o in braccio, o in grembo. Mosul, che di figli morti ne ha colme le radici, è anche la culla di tutti quei figli della “nuova generazione”. Qui non c’è nulla al 2.0 che non sia il numero di cadaveri, solo con più zeri. Mosul non ha nulla di nuovo se non una “tradizionale disperazione”, un dolore genetico e un’eredità di ricordi: l’unico patrimonio di un mondo al lastrico.

Proprio nelle fasi finali della battaglia condotta per la liberazione della città di Mosul, le truppe irachene hanno trovato diversi bambini che strisciavano tra i calcinacci. “I 650mila ragazzi e ragazze che hanno vissuto l’incubo della violenza a Mosul hanno pagato a un prezzo terribile e hanno sofferto orrori indicibili negli ultimi tre anni. Cicatrici così profonde richiederanno tempo per guarire”, ha dichiarato Hamida Ramadhani, vice rappresentante dell’Unicef in Iraq. La condizione dei minori è stata tormentata da violenze e tentativi di indottrinamento da parte dei miliziani jihadisti, in particolare verso i figli dei terroristi morti nei combattimenti. Ed è questo ciò che succedeva nel complesso scolastico nel distretto di Zuhur di Mosul: imparare un’educazione mortale. I problemi aritmetici nei libri di matematica usano situazioni di guerra, mentre le copertine presentano kalashnikov disegnati con una combinazione di numeri. I libri di storia invece si concentrano esclusivamente sull’espansione islamica. Un altro libro di testo intitolato Inglese per lo Stato Islamico insegna le parole ricorrendo a termini militari come esercito, bomba e cecchino. La parola donna è rappresentata da una figura nera senza forma che indossa il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi.

Dopo tre anni vissuti sotto l’Isis, secondo l’organizzazione internazionale Save The Children, i bambini manifestano gravi danni psicologici. Sono così profondamente segnati dai ricordi di estrema violenza e deprivazione da vivere in una condizione di costante paura per la propria vita. Lo studio rivela che “tutti quelli coinvolti nell’indagine hanno mostrato chiari segni di stress tossico, che può avere un impatto permanente sulla loro salute mentale e fisica e interrompere il loro sviluppo. La perdita di persone amate rappresenta la principale causa di sofferenza: il 90% ha riportato la perdita di almeno un membro della famiglia a causa di morte, separazione durante la fuga o sequestro […] unito alle scene di grave violenza alle quali hanno assistito, dall’omicidio al bombardamento della propria casa, compromette la loro salute mentale: la maggioranza ha raccontato di non riuscire a dormire o di avere incubi, spesso così vividi da tormentarli durante il giorno”. Quasi tutti i bambini con i quali gli esperti hanno parlato hanno presentato un comportamento “robotico, rivelandosi incapaci di giocare o mostrare emozioni”.

L’uomo nero è la guerra, le favole sono finite bruciate, i sogni d’oro sono incubi ad occhi aperti. La città di Mosul ha cinque ponti – e da ciò deriva la sua etimologia – di cui il secondo è chiamato “ponte della libertà”, unica vita eterna che l’Iraq può condurre.

Gaia Garofalo


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