Germania e mercati internazionali: la sfida perenne per restare competitivi

La Germania costituisce da tempo una delle economie più forti e competitive al mondo, ce lo mostrano i dati sulla competitività in cui risulta chiara la posizione tedesca messa a confronto con alcuni paesi europei.

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Il paese si impegna non solo ad essere competitivo sui mercati esteri esportando a prezzi vantaggiosi; la competitività si gioca anche in casa con migliaia di aziende che vendono prodotti non solo all’ingrosso ma anche al dettaglio giocando sempre al ribasso del prezzi.

Questo è chiaramente visibile in tv, alla radio e sui manifesti pubblicitari dove vengono dedicati importanti spazi al confronto fra prodotti e prezzi venduti ed imposti dalle diverse aziende venditrici. Che siano nazionali o internazionali importa poco, ciò che conta è che i prodotti vengano venduti al miglior prezzo possibile per il consumatore.

Tuttavia dietro tali strategie di competitività risiedono tanti interrogativi a proposito dei mezzi che la rendono possibile. Numerosissimi sono stati i paesi che per riuscire a competere hanno spostato intere catene produttive in aree in cui il costo del lavoro e la tassazione è più basso.

C’è da chiedersi dunque se questo valga anche per la Germania o se questo paese costituisca un’eccezione.

La Germania deve gran parte dei suoi risultati ad una serie di fattori che insieme hanno costituito un mix determinante: primo fra tutti il mercato del lavoro. I punti forza in questo contesto sono il basso costo della manodopera e l’importanza attribuita alla formazione.

Da dieci anni le istituzioni tedesche agiscono al fine di rendere flessibile il mercato del lavoro introducendo per esempio i Minijobs, ossia contratti di lavoro precario a bassa tassazione e non soggetti ad accantonamenti previdenziali ed assicurazione sanitaria. Questa novità ha portato ad un vero e proprio boom di assunzioni con 7,3 milioni di persone assunte nel 2013.  Il principio della flessibilità si è diffuso dunque in Germania ancor prima di arrivare in Italia e in altri paesi europei.

Alla flessibilità contrattuale si affianca la formazione. A parere degli industriali tedeschi è infatti importante non solo formare i propri lavoratori ma anche rendere possibile l’aggiornamento delle loro competenze. Da quest’ultimo intento ne sono derivate politiche pubbliche che hanno previsto la possibilità per le imprese di inserire i propri dipendenti in progetti di formazione finanziati dallo Stato che dal canto suo ha mostrato  la volontà di contribuire al successo economico del paese. Tale strategia di alternanza scuola-lavoro, avendo avuto molto successo, oggi  è esportata in tutta Europa.

Altri fattori importanti sono stati i sindacati e le loro politiche di collaborazione con le imprese. I sindacati tedeschi non sono infatti visti come corporazioni che agiscono in piena autonomia, al contrario lavorano sempre in collaborazione con le imprese, presiedendo i loro consigli di sorveglianza.

Questa collaborazione ha permesso un avanzamento di richieste salariali contenute fino al 2014 quando il presidente della Bdi (confindustria tedesca) attribuiva ai sindacati il merito di essere riusciti a stabilire accordi saldi con le industrie garantendo lavoro a buona parte della popolazione, sacrificando però spesso la qualità dei salari.

Tuttavia non mancano le difficoltà; il paese si trova infatti in una situazione in evoluzione dovuta principalmente alle richieste di aumento salariale avvenute soprattutto negli ultimi anni. Tali richieste non accennano a diminuire, anzi aumentano, e con esse gli scioperi e le manifestazioni di lavoratori che non accettano di vivere in tali condizioni; è importante ricordare infatti che all’aumento degli occupati è corrisposto un aumento di contratti a tempo determinato che non offrono più di 450 euro al mese al lavoratore. I ministri dichiarano di non essere fieri di applicare tali regole in un welfare state come quello tedesco; tuttavia le condizioni del mercato hanno finora reso impossibile l’avanzamento di soluzioni consistenti, arrivando ad un’escalation di rivendicazioni che hanno condotto nel 2016  ad una crescita vertiginosa del costo del lavoro, fatto che sta minando la competitività del paese.

Il grafico mostra più chiaramente come già a partire dal 2011 si sia registrata una crescita del costo del lavoro.

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A minare la competitività del paese si inserisce anche un aumento del valore della regolamentazione del mercato del lavoro compiuto dalla cancelliera Angela Merkel con l’introduzione dello stipendio minimo obbligatorio di 8,50 euro l ‘ora.

Parlando in percentuale, si è registrato un aumento del costo del lavoro del 2,4% ogni anno dal 2012(dati Ocse) mentre altri paesi quali la Spagna e la Grecia hanno al contrario registrato una certa contrazione:1,3% e 3,4% rispettivamente.

Ciononostante non sono mancati gli aiuti comunitari dall’Europa e in particolare dalla Bce che con le sue misure economiche atte a rilanciare l’economia nell’Eurozona  ha aiutato il paese ad ammortizzare gli effetti della crescita del costo del lavoro, garantendo la sua permanenza nella lista dei paesi più competitivi al mondo. 

Le dinamiche presentate ci mostrano che la persistenza della Germania nella top ten dei paesi più competitivi non è stata facile. Essere stata sulla cresta dell’onda per oltre dieci anni ha infatti richiesto uno sforzo immane, basato su politiche strategiche difficili che spesso hanno reso necessario il sacrificio del benessere di molti. Tale realtà dimostra che una posizione di supremazia sul mercato è sempre mutevole e mai stabile e per questo è necessario un quotidiano impegno per restare competitivo sui mercati nel lungo periodo.

Rimane da chiedersi: cosa avverrà nei prossimi anni? Sarà la Germania in grado di sopportare l’ascesa di nuovi paesi sul mercato? E in che modo? I dati e l’evidenza ci daranno risposta. Per adesso non rimane che osservare.

Rita Blandino


 

 

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