Una riforma costituzionale che guarda al futuro per superare il passato

Il referendum costituzionale del 4 dicembre è la consultazione popolare più importante degli ultimi anni di storia politica dell’Italia. Gli italiani andranno al voto su una delle più ampie riforme della Costituzione mai proposte, e dal risultato dipendono anche la stabilità dell’attuale governo e il futuro politico del premier Matteo Renzi. Tra personalizzazione del voto e dibattito pubblico inquinato nel merito dalle polemiche e dai conflitti tra i due schieramenti, un dato è certamente oggettivo: la materia su cui si andrà al voto è complicata. Da alcune recenti analisi di Nando Pagnoncelli, emerge che solamente un italiano su dieci dichiara di conoscere nel dettaglio cosa prevede la riforma costituzionale, altri dichiarano di conoscere le modifiche in parte, mentre alcuni non ne sono completamente al corrente. Nel complesso – lo ricordiamo – le modifiche riguardano 47 articoli della seconda parte della Costituzione.

Dopo aver scritto cosa prevede la riforma costituzionale in generale e aver focalizzato l’attenzione anche sui legami con l’Italicum, abbiamo deciso di addentrarci tra le ragioni dei favorevoli e dei contrari al referendum.

Per quanto riguarda i favorevoli, abbiamo posto alcune domande a Stefano Pizzorno (avvocato dello Stato, tra i firmatari del Manifesto del Sì), che ringraziamo per aver risposto:

Quali sono i punti di forza della riforma costituzionale?

Anzitutto la revisione del Titolo V. Ho indicato questo aspetto per primo perché a mio avviso costituisce una vera emergenza nazionale. Nel 2001 si è allargata a dismisura la competenza legislativa delle Regioni con effetti catastrofici sulla razionalità del sistema e l’aumento a dismisura del contenzioso tra Stato e Regioni dinanzi alla Corte Costituzionale. Ogni singolo contenzioso produce un effetto paralizzante. Per fare un esempio quando si sono erogati contributi economici a favore di un settore, il contenzioso ha messo le imprese destinatarie in una situazione di grave incertezza. Spendere i soldi ricevuti? Con il rischio poi di doverli restituire in caso di successo del ricorso delle Regioni e di rischiare il collasso economico? La riforma mette razionalità nel sistema: Come? In primo luogo elimina la nozione stessa di competenze concorrenti; mai più materie in cui lo Stato e la Regione legiferano insieme, ma materie o dello Stato o della Regione. Inoltre riporta allo Stato competenze essenziali come il trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, le grandi reti di comunicazione, i porti di interesse nazionale e internazionale (attualmente per una rete che attraversa più regioni occorre il consenso di tutte, oltre il consenso di tutti gli enti che la Regione stessa individua. Risultato: per ottenere tutte le autorizzazioni per una variante di valico, ci vuole, quando ci si riesce, lo stesso tempo che una volta si impiegava per la realizzazione completa dell’Autostrada del Sole). Poi ancora riporta allo Stato materie che ci sono costate richiami dalla Commissione Europea per mancato raggiungimento degli obiettivi. Esempio, le politiche attive del lavoro: nella nostra legislazione statale indichiamo principi come formazione continua del lavoratore che abbia perso il lavoro, però poi resta tutto sulla carta perché le Regioni non fanno la normativa di dettaglio. Infine, riporta allo Stato una materia essenziale per il nostro sviluppo economico come il turismo; molti hanno letto che l’Italia spende più di Francia e Spagna per promuovere il nostro turismo in Cina ma raccoglie meno risultati perché noi ci presentiamo come singole regioni senza un marchio unitario; pochi sanno che a un certo punto lo Stato ha stanziato delle somme per sostenere la competitività delle nostre imprese turistiche. Tutti contenti verrebbe da dire. Manco per sogno: ricorso della Regione Veneto che temeva che quei soldi potessero rafforzare la competitività delle Regioni confinanti a discapito del Veneto (ricorso poi vinto dal Veneto). Domanda: può il nostro Stato svilupparsi in una situazione di questo genere? Tralascio, perché mi servirebbe un trattato, le altre materie. Un piccolo accenno sulla tutela della salute; abbiamo talvolta farmaci diversi per le stesse patologie da Regione a Regione e spesso questi farmaci sono incompatibili l’uno con l’altro; così se il paziente si trasferisce in un’altra Regione, dopo aver iniziato la terapia, non può far altro che ricorrere a cure private.

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Ci sono altri aspetti considerati minoritari e magari ignorati dal dibattito pubblico?

Un aspetto totalmente assente dal dibattito è il miglioramento della qualità della legislazione che è strettamente collegato con il superamento del bicameralismo paritario. Giuliano Amato ha paragonato la situazione del governo che presenta un disegno di legge alle Camere a quella di un naufrago che affida la propria sorte a un messaggio contenuto in una bottiglia. Nessuna certezza che quel disegno di legge arrivi in porto e nessuna certezza sui tempi. Ecco perché si governa essenzialmente con decreti legge. I decreti legge però producono già effetti e devono essere convertiti con legge. I parlamentari sanno che quello è un treno che arriva a destinazione e parte l’assalto; decreti legge che partono con venti articoli lievitano a 100 con i contenuti più svariati e leggi pessime. Cosa fa la riforma? Introduce un meccanismo che garantisce al governo una corsia preferenziale per i suoi disegni di legge che siano essenziali per l’attuazione del programma. Entro 70 giorni dovranno essere approvati o respinti. Il Parlamento potrà fare tutte le modifiche che vuole ma sempre restando sul tema; se si parla di ricerca scientifica, gli emendamenti dovranno riguardare la ricerca scientifica, non come adesso in cui ci si può infilare norme sugli edifici o sulla droga. Anche per i decreti leggi stesso criterio; le leggi di conversione potranno apportare modifiche ma sempre in maniera omogenea. Mi soffermo poco sul superamento del bicameralismo paritario perché ampiamente dibattuto. Due vantaggi: procedimento più snello per l’approvazione delle leggi; niente più rischi di maggioranze diverse tra i due rami del Parlamento. Un accenno comparatistico: Matteo Renzi in un incontro televisivo con un celebre costituzionalista, ha detto che solo l’Italia e la Romania hanno un sistema a bicameralismo paritario, in cui ogni Camera è il doppione dell’altra. Si è sbagliato. La Romania è stato l’unico Stato delle decine sorte dalla dissoluzione del mondo comunista a rivolgersi al modello italiano ma dopo un po’ di anni l’ha abbandonato. Attualmente, per quanto mi risulta, un modello siffatto esiste solo in Bosnia Erzegovina, motivato dalle vicende peculiari di quello Stato in cui le tre etnie – bosniaca, croata e serba – rappresentate nella Camera dei Popoli, vogliono avere il veto su tutte le deliberazioni dell’altra Camera e vogliono avere la possibilità di togliere la fiducia al governo. Italia e Bosnia-Erzegovina.

Perché molti criticano il legame tra riforma e Italicum?

La mia risposta è netta. Per motivi di campagna referendaria. Secondo me non c’è alcun nesso. Se si vuole criticare l’Italicum padronissimi, ma la riforma costituzionale non c’entra nulla; questa si limita a eliminare il Senato come lo conosciamo oggi e a sostituirlo con una Camera delle Autonomie che non dà più la fiducia al governo. La critica che si fa è questa: se il governo conta su una maggioranza stabile alla Camera (si tratta di 24 seggi in più rispetto alla maggioranza semplice non di centinaia) e se viene meno il contrappeso del Senato, ecco l’uomo solo al comando. Punto primo: il Senato non è un contrappeso; se ci sono maggioranze diverse, il governo va immediatamente a casa; se c’è la stessa maggioranza ovviamente non può impedire nulla come non l’ha mai impedito. Se si presenta una legge come il lodo Alfano (su cui si può essere d’accordo o meno) e c’è una forte volontà politica di farla passare, quella passa, giusto il tempo del doppio passaggio. Non è un contrappeso, è un rallentatore. Il contrappeso è la Corte Costituzionale che poi boccia, com’è avvenuto in quel caso, la legge. Punto secondo: C’è un enorme provincialismo. Non ci si rende conto che il mondo è cambiato e che siamo pieni di contrappesi che non esistevano al tempo della Costituzione del 1948 e che condizionano l’attività del governo ad ogni passo, ogni giorno, tanto che parlare di uomo solo al comando è puramente ridicolo. Il contrappeso vero si chiama diritto sovranazionale. Qualche esempio per capirci. La legge sulla buona scuola con cui si assumono 100.000 precari. Nessuno sa che quelle assunzioni sono state necessitate perché la Corte di Giustizia dell’Unione ha statuito che il precariato, anche nella scuola, può durare non più di tre anni. Recentemente ci stiamo dando da fare per assicurare a ciascun detenuto nelle carceri italiane lo spazio di tre metri quadri. Perché? Non l’abbiamo mai fatto malgrado tutte le denunce e scioperi della fame. Adesso però la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia perché nelle nostre carceri non è assicurato quello spazio. E dobbiamo farlo. Probabilmente il governo tra poco dovrà anche rivedere il contributo che varia da 80 a 200 euro sui permessi di lungo soggiorno degli stranieri perché la Corte di Giustizia ha statuito che non si può mettere. Diciamoci la verità: più che l’uomo solo al comando, il governo, alle prese con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, tutto il diritto comunitario, assomiglia a quel bambino che in un libro diventato film, diceva: io speriamo che me la cavo. Ecco perché ci vuole stabilità di governo: perché occorre andare nei posti dove ormai si forma il diritto e far valere, con conoscenza adeguata dei dossier, che non si improvvisa, gli interessi italiani.

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In merito alle polemiche sul quesito elettorale, in Uk esiste una Electoral Commission indipendente che si occupa di gestire tutto il processo elettorale, incluso il modo in cui vengono presentati i quesiti sulle schede, crede che ciò sia possibile anche in Italia, magari in un futuro non troppo remoto? 

Dico la verità: a me sembra che il quesito rispecchi abbastanza fedelmente lo spirito della riforma e sia chiaro con alcune eccezioni. Ad esempio, la revisione del Titolo V: in che senso revisione? Non si specifica che si diminuiscono le competenze delle Regioni e si aumentano quelle dello Stato. In realtà nessuna formulazione potrà sostituire una corretta informazione. Comunque al di là delle vicende attuali io sarei del tutto favorevole ad un organismo come l’Electoral Commission britannico. Non vorrei però trovarmi, vista l’indole italica a tutto indicare, a quesiti chilometrici, che renderebbero l’elettore assolutamente confuso.

Nel frattempo, dagli ultimi aggiornamenti sui sondaggi politici elettorali il NO è ancora avanti sul Sì, il M5S è in recupero sul PD ed è dato inoltre come vincente negli eventuali ballottaggi.

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Nota biografica: Stefano Pizzorno è un avvocato dello Stato, appartiene a un corpo amministrativo di 300 professionisti che hanno il compito di rappresentare lo Stato italiano dinanzi a tutti i giudici italiani e sovranazionali, in particolare dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. L’Avvocatura dello Stato è il punto di riferimento per tutte le questioni di ordine giuridico che interessano le amministrazioni statali. Pizzorno si occupa in particolare di immigrazione, ordine pubblico e problemi legati alle carceri. Ha recentemente rappresentato la presidenza del Consiglio nel processo a carico dei vertici dell’azienda Menarini. Ha al suo attivo decine di pubblicazioni in tema d’immigrazione, diritti civili e altro. Si definisce come tecnico più che come un politico.

Giuseppe Di Martino


 

 

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