La riforma costituzionale ha obiettivi condivisibili, ma adotta soluzioni pasticciate e controproducenti

Il referendum costituzionale del 4 dicembre è la consultazione popolare più importante degli ultimi anni di storia politica dell’Italia. Gli italiani andranno al voto su una delle più ampie riforme della Costituzione mai proposte, e dal risultato dipendono anche la stabilità dell’attuale governo e il futuro politico del premier Matteo Renzi. Tra personalizzazione del voto e dibattito pubblico inquinato nel merito dalle polemiche e dai conflitti tra i due schieramenti, un dato è certamente oggettivo: la materia su cui si andrà al voto è complicata. Da alcune recenti analisi di Nando Pagnoncelli, emerge che solamente un italiano su dieci dichiara di conoscere nel dettaglio cosa prevede la riforma costituzionale, altri dichiarano di conoscere le modifiche in parte, mentre alcuni non ne sono completamente al corrente. Nel complesso – lo ricordiamo – le modifiche riguardano 47 articoli della seconda parte della Costituzione.

Dopo aver scritto cosa prevede la riforma costituzionale in generale e aver focalizzato l’attenzione anche sui legami con l’Italicum, abbiamo deciso di addentrarci tra le ragioni dei favorevoli e dei contrari al referendum.

quesito
(Il quesito del referendum)

Per quanto riguarda i contrari, abbiamo posto alcune domande a Paolo Caretti (costituzionalista dell’Università degli Studi di Firenze, tra i firmatari del Manifesto del No), che ringraziamo per aver risposto:

Quali sono i punti critici della riforma?

Il cuore della riforma è rappresentato dall’abbandono del bicameralismo perfetto e dalla modifica dei criteri riparto delle competenze tra Stato e Regioni. Sul primo punto, l’obiettivo che ci si propone è quello di dare voce alle esigenze delle autonomie regionali e locali nella sede nella quale si assumono  decisioni ispirate ad interessi di carattere nazionale ma destinati a condizionare l’esercizio dei poteri dei governi locali (si pensi ad una legge statale sul governo del territorio e i suoi riflessi sulle competenze regionali in tema di programmazione territoriale o a quelle comunali in materia urbanistica). È da molto tempo che si discute di questa ipotesi e la sua realizzazione sarebbe certamente un rilevante completamento della nostra forma di Stato regionale, in grado di contenere i conflitti centro-periferia attraverso una previa mediazione delle diverse esigenze in gioco. Le soluzioni che la riforma prevede al riguardo rendono questo obiettivo pressoché irraggiungibile. Si pensi alla composizione del nuovo Senato (sulle cui modalità regna ancora la più totale incertezza: si aspetta una legge dello Stato e tante leggi regionali quante sono le Regioni) che prevede che i futuri senatori (consiglieri regionali e sindaci) mantengano obbligatoriamente anche le cariche “di partenza” con tutti gli oneri che esse comportano. In certi casi si tratterà di tre cariche diverse (si pensi ad un sindaco di Città metropolitana che contemporaneamente sia anche sindaco del Comune capoluogo e che diventi senatore). Riusciranno davvero a svolgere in modo soddisfacente questa somma di funzioni? Io credo di no soprattutto se guardiamo ai compiti del nuovo Senato che sono tutt’altro che marginali. Per 17 tipi di leggi importanti (si pensi alla ratifica dei trattati europei) il Parlamento continuerà ad essere paritario come oggi; per le altre leggi al Senato spetta il compito di esaminarle e proporre eventuali modifiche alla Camera dei deputati. Non solo, ma al nuovo Senato viene anche conferita la funzione, importantissima sulla carta, di operare la valutazione della resa delle politiche pubbliche dello Stato, della efficienza e produttività dell’azione della pubblica amministrazione, nonché la valutazione delle politiche pubbliche dell’Unione europea in relazione allo sviluppo dei territori regionali. Da un altro punto di vista, va sottolineato che singolarmente tra le leggi che restano bicamerali e sulle quali il Senato può incidere non ce n’è nemmeno una che riguardi materie di interesse regionale o locale e dunque anche l’effettivo coinvolgimento delle istanze locali nelle decisioni di livello nazionale non si vede come possa essere realizzato. In sintesi, un nuovo Senato che pare destinato ad essere una scatola vuota.

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Come cambia il riparto delle competenze tra Stato e Regione?

Su questo secondo punto, cioè la ridefinizione dei criteri di riparto delle competenze tra Stato e Regione, l’obiettivo dichiarato era quello di razionalizzare il sistema attuale al fine di ridurre i conflitti tra legislatore nazionale e legislatore regionale. Ebbene, anche su questo piano le soluzioni proposte vanno in tutt’altra direzione. Si procede ad uno straordinario riaccentramento del potere legislativo, attribuendo ben 21 macrosettori alla competenza esclusiva dello Stato e riducendo la competenza regionale ad una legislazione su poche materie e di sostanziale attuazione di quella statale. Non solo, ma anche in queste poche materie lo Stato si riserva di intervenire quando lo richieda la tutela dell’interesse nazionale. Si sostiene che questo drastico ridimensionamento della competenza legislativa regionale sarebbe compensato dalla presenza di rappresentanti regionali in Senato, ma, come ho appena detto, in nessuna delle materie che interessano la competenza regionale il Senato ha una vera possibilità di condizionare le decisioni della Camera dei Deputati. In questo modo si finisce per snaturare il ruolo dell’ente Regione che da sempre è stato ente di programmazione e legislazione, mentre si aumentano anziché ridurre i casi di possibili conflitti con lo Stato: si pensi all’intreccio che permane tra competenze statali e regionali in materia di  sanità, di turismo, di attività culturali, di governo del territorio e così via.

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Credete che possa esserci una svolta autoritaria dell’esecutivo, in particolare risultante dal combinato disposto tra riforma e Italicum?

Quanto ai possibili rischi di una svolta autoritaria indotta dalla riforma, credo che i timori al riguardo siano eccessivi. Tuttavia credo che vada sottolineato che gli effetti della nuova legge elettorale sulla riforma porterà inevitabilmente ad un ulteriore rafforzamento del governo a danno del Parlamento, ma soprattutto cambierà la natura della nostra democrazia: da una democrazia parlamentare nella quale ha avuto sempre un peso importante il confronto parlamentare tra forze politiche diverse ad una democrazia nella quale si valorizza al massimo il momento elettorale e si consegna al vincente una delega in bianco per cinque anni, libero di operare le scelte che vuole con il minor contrasto possibile nell’unica Camera politica che rimarrebbe e nella quale, col il premio di maggioranza previsto, potrebbe contare su una solidissima  maggioranza. Per tutte queste ragioni credo in modo convinto che la riforma proposta vada nettamente respinta.

Nel frattempo, dagli ultimi aggiornamenti sui sondaggi politici elettorali il NO è ancora avanti sul Sì, il M5S è in recupero sul PD ed è dato inoltre come vincente negli eventuali ballottaggi.

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Nota biografica: Paolo Caretti è professore emerito di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze. Ha insegnato a Sassari, Siena, Perugia, Macerata e Firenze (1981-2014), oltre che in numerose Università straniere. Ha dedicato il suo impegno scientifico soprattutto al tema della forma di governo nella prospettiva dell’integrazione europea (Bin, Caretti, Pitruzzella, “Profili costituzionali dell’Unione Europea”, il Mulino, 2015) e dei diritti di libertà (Caretti, “I diritti fondamentali”, Giappichelli, 2012), con particolare riferimento alla libertà di informazione (Caretti, “La libertà di informazione e di comunicazione”, il Mulino, 2014).

Giuseppe Di Martino


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