Donne in Turchia: ritorno al passato

“La nostra religione ha definito il posto delle donne nella società: la maternità. Porre donne e uomini sullo stesso piano è contro natura. La loro costituzione è differente. Perché alle donne non è richiesto di fare lo stesso lavoro degli uomini, come nei regimi comunisti. Mentre le madri godono di una posizione alta, la più alta. Che solo loro possono raggiungere. Non si può spiegare questo alle femministe. Loro non accettano la maternità. A loro non interessa”.

Queste parole del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ad un meeting tenutosi ad Istanbul nel 2014 dedicato al tema “Donne e giustizia”, chiarivano la sua idea delle pari opportunità. A queste dichiarazioni fecero seguito parole di indignazione di attiviste per i diritti delle donne, deputate e donne del mondo dello spettacolo. Oggi, la situazione delle donne è peggiorata soprattutto a seguito del fallito golpe del mese scorso: la Turchia si rivela sempre più maschista ed islamizzata e la presenza di donne nello scenario politico, nel mondo del lavoro e dell’economia è scarsissima.

Un ciclo di violenze sta investendo il paese e le parlamentari dell’Hdp, il Partito democratico dei Popoli, affermano che il golpe non è stato tentato per la democrazia ma per il potere. “Il golpe, l’arretratezza dell’Akp, i raid jihadisti, tutti hanno come target le donne”, scrive l’University Women’s Collective.

Eppure la Turchia non era così. Quando fu fondata, nel 1923, Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna, volle distruggere i legami col passato, specie con l’Impero Ottomano, consacrando il passaggio da uno stato islamico ad uno laico. Egli riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale, proibì l’uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici (legge abolita solo negli anni 2000, dal governo dell’AKP), proibì l’uso del Fez e del turbante, troppo legati al passato regime. Le donne nel 1934 ottennero i diritti politici e durante le elezioni generali del 1937, furono elette deputate 18 donne, che rappresentavano così il 4,5% dell’Assemblea Nazionale. Nello stesso periodo, alle donne francesi non era stato ancora concesso il diritto di voto e le inglesi, che avevano combattuto violentemente per i loro diritti politici, avevano raggiunto soltanto una piccola rappresentanza in Parlamento, tra lo 0,1% e il 2,4% tra il 1934 e il 1935. Mai più, però, fu raggiunto un numero così alto nelle elezioni successive. Atatürk incitava gli uomini a favorire l’emancipazione femminile e sosteneva che la nazione, per garantire un rapido progresso, doveva mobilitare tutte le sue forze e aveva bisogno del contributo delle donne, perché ogni società è fatta in eguale misura da uomini e donne. Dalla nascita della Repubblica tante sono state le associazioni femministe. Spesso, le idee portate avanti dalle donne sono state incanalate in un’ideologia di partito, ma la voglia di emanciparsi da un marchio politico le ha condotte a lottare al di fuori di un canale prestabilito per far emergere problemi comuni a tutte. Una delle più grandi manifestazioni, a cui parteciparono oltre 3.000 donne, si tenne ad İstanbul nel 1987 per protestare contro la violenza fisica sulle mogli: per la prima volta le donne protestavano contro qualcosa che le riguardava direttamente. Queste proteste continuarono con una campagna di condanna per le molestie sessuali nei confronti delle donne sul posto di lavoro, per strada e a casa. Nel 1989 ad Ankara si tenne il Primo Congresso Femminista, che stilò un documento, in cui si affermava che l’oppressione femminile è molteplice e che tutte le istituzioni sociali dominate dall’uomo hanno soggiogato il potere delle donne, i loro corpi e le loro identità.

Da quando Erdogan è al potere, l’islamizzazione avanza e le donne si sentono meno al sicuro.

Nel 2015, secondo alcune associazioni in difesa della donna,i femminicidi sono stati 300, e nei primi sei mesi del 2016 si è già arrivati a 123. Dopo l’omicidio di Ozgecan Aslan, studentessa uccisa e bruciata per aver resistito a uno stupro, alcuni uomini in minigonna avevano sfilato per Istanbul al grido e all’hashtag di «Indossiamo una gonna per Ozgecan».Un modo per richiamare l’attenzione su un fenomeno, quello delle violenze sessuali, aumentato del 400% dal 2002 e cioè da quando l’Akp è al potere.

Le politiche dell’Akp non sono pro-donne, gli esponenti del partito parlano in modo ostile nei confronti del mondo femminile e il vice-premier sostiene che sia peccaminoso persino ridere. I Paesi che non rispettano le proprie donne sono condannati al fallimento.

Oggi più di ieri le donne turche sono in pericolo.

Francesca Rao


 

 

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