Estate 2026, caldo record e disastri climatici: l’ONU avverte “il pianeta è in zona di pericolo”
L’estate 2026 non è ancora finita, ma ha già lasciato un segno. Incendi, siccità, tifoni, alluvioni lampo, grandinate al Centro-Nord: il conto che la natura presenta è lungo, e stavolta non c’è modo di far finta di non vederlo.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha scelto parole nette per descrivere quello che sta accadendo. La minaccia portata dal «super-El Niño», un fenomeno meteorologico di proporzioni eccezionali destinato a raggiungere il suo apice entro la fine dell’anno, sta spingendo il pianeta in una zona di pericolo per gli eventi estremi ad esso collegati. A lanciare l’allarme è stato proprio Guterres, che ha segnalato che «El Niño sta assumendo proporzioni enormi sotto i nostri occhi».
Un’estate di primati che nessuno voleva
Tra ondate di calore, siccità e incendi, l’estate 2026 ha continuato a segnare nuovi primati. Secondo Copernicus, giugno e luglio sono stati i più caldi mai registrati in Europa occidentale. La temperatura media globale ha raggiunto i 16,90°C, ovvero 1,47°C sopra la media stimata dell’epoca preindustriale. Per capire cosa significhi concretamente: ogni decimo di grado in meno riduce il rischio di eventi atmosferici estremi e di altri danni legati al cambiamento climatico. Siamo quasi al limite.

Giugno e luglio hanno visto l’estensione di masse d’aria subtropicale dal Nord Africa verso il Mediterraneo e l’Europa occidentale, portando temperature superiori ai 40 gradi in Spagna, Portogallo, Italia e Balcani. Il caldo non è stato un’anomalia: è diventato la norma.
Incendi, siccità e tifoni: il mondo brucia su più fronti
Le condizioni calde e secche hanno favorito a luglio un’attività degli incendi eccezionale nell’Europa occidentale, sia per superficie bruciata sia per emissioni. Il Copernicus Atmosphere Monitoring Service sottolinea come la stagione degli incendi stia progressivamente estendendosi verso nord. Le condizioni calde e secche hanno favorito a luglio un’attività degli incendi eccezionale nell’Europa occidentale, sia per superficie bruciata sia per emissioni. Il Copernicus Atmosphere Monitoring Service sottolinea come la stagione degli incendi stia progressivamente estendendosi verso nord.
Gli effetti non si fermano ai confini del continente. L’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ha diffuso dati allarmanti: gli effetti di El Niño potrebbero rivelarsi i più intensi degli ultimi 70 anni e prolungarsi almeno fino a febbraio 2027.
Nel frattempo, dall’altra parte del globo, in Asia orientale tifoni e piogge torrenziali hanno causato frane ed evacuazioni in Cina meridionale, Taiwan e Filippine. In Indonesia sono già bruciati oltre 107.000 ettari di territorio, mentre nel Canale di Panama il transito navale è stato ridotto di oltre il 10% per la mancanza di piogge. Il paradosso dell’estate 2026 è che il pianeta, allo stesso tempo, brucia e annega.
Le catastrofi composte: quando tutto accade insieme
Gli esperti hanno un nome per questa nuova realtà: compound disasters, catastrofi composte. Da tempo i climatologi sostengono che il rischio maggiore non risieda soltanto nell’aumento della frequenza degli eventi estremi, ma anche nella loro contemporaneità.

Le cosiddette compound disasters si verificano quando incendi, caldo estremo, siccità, alluvioni o altri fenomeni colpiscono nello stesso periodo o in rapida successione.Questi eventi concatenati producono impatti economici, sanitari e sociali molto superiori alla semplice somma dei singoli disastri.
L’ONU: “Il pianeta si trova in acque inesplorate”
Ieri il messaggio dell’ONU non ha lasciato margini di ambiguità: «El Niño sta assumendo proporzioni gigantesche. La scienza non lascia spazio a dubbi: il pianeta si trova in acque inesplorate e quelle acque si stanno riscaldando. Le temperature continuano a salire e il mondo si trova nella zona di pericolo delle condizioni meteorologiche estreme».
Le acque inesplorate di cui parla Guterres non sono una metafora. Sono i mari che circondano le nostre coste, sempre più caldi, sempre meno riconoscibili. Sono i fiumi che esondano dopo settimane di siccità. Sono le foreste che bruciano mentre discutiamo di se e quando intervenire. La domanda non è più se ci sarà un’emergenza climatica, ma per quanto tempo ancora faremo finta di non vederla.


