L’equivoco della prevedibilità: Nye e la “mezza egemonia” degli Stati Uniti

L’equivoco della prevedibilità: Nye e la “mezza egemonia” degli Stati Uniti

Metamorfosi del secolo americano dalla eredità del secondo mandato di Trump al congresso: nuove sfide della politica estera e la percezione della linea progressista.


Nel dibattito sulla presunta fine della supremazia americana, il politologo Joseph S. Nye Jr. (in Is the American Century Over?, con introduzione di Angelo Panebianco) smonta l’idea dell’America come “egemone assoluto”. Nye chiarisce che il concetto stesso di egemonia globale è un mito storico dove gli Stati Uniti non hanno mai esercitato un controllo totale ed egemonico sull’intero pianeta (il blocco sovietico, la Cina e l’India ne sono rimasti a lungo fuori), configurandosi come una “half-hegemony”, un primato di risorse militari, economiche e di soft power capace di guidare l’ordine internazionale senza mai dominarlo in modo assoluto.

Un elemento centrale emerso nella condotta diplomatica e commerciale di Washington, imposto all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC/WTO) con il blocco della nomina dei giudici dell’Organo di Appello, è il paradosso della calcolata imprevedibilità.

Gli Stati Uniti non agiscono al di fuori di schemi logici, ma utilizzano l’imprevedibilità stessa come uno schema d’azione sistemico e deliberato per limitare il più possibile le regole multilaterali che percepiscono come penalizzanti. La tenuta futura di questa primacy americana non dipende solo dai dati quantitativi d’opinione (come il 40% di percezione favorevole rilevato dal Pew Research Center in diversi paesi partner), ma da un paradosso strutturale: le nazioni alleate e i mercati globali continuano a fare affidamento sulla stabilità dell’architettura americana, pur dovendo costantemente ricalibrare le proprie strategie di fronte a una leadership statunitense che si muove in modo incerto e transazionale.

L’equivoco della prevedibilità: Nye e la “mezza egemonia” degli Stati Uniti

È possibile avere come sfidante la Cina e il blocco BRICS?

Un punto cardine dell’analisi delle più recenti dinamiche geopolitiche riguarda la reale capacità dei concorrenti di soppiantare Washington. La tesi che la Cina o il blocco dei BRICS possano automaticamente inaugurare un “Secolo Cinese” soffre di un determinismo debole.

Sebbene Pechino abbia compiuto passi da gigante sia sul piano tecnologico che industriale, la sua ascesa per sostituirsi alla leadership americana rimane fortemente condizionata dai propri limiti e reticenze interne:

  1. Gli squilibri demografici e le disuguaglianze: la Cina affronta un rapido invecchiamento della popolazione e profonde disparità economiche tra le province costiere e l’entroterra rurale;
  2. Le tensioni del modello economico: l’elevato indebitamento degli enti locali, le bolle del settore immobiliare e il controllo pervasivo del Partito Comunista sul settore privato e sull’innovazione rappresentano una palla al piede che rischia di causare una trappola del medio reddito;
  3. La debolezza del soft power e sfidanti isolati: a differenza degli Stati Uniti, che traggono potere da un’ampia rete di alleanze storiche, la Cina e i paesi BRICS costituiscono un aggregato eterogeneo privo di coesione ideologica e istituzionale.

In questa prospettiva, la Cina non possiede la forza autonoma per travolgere il sistema globale da sola, una vera risoluzione e un’affermazione del modello cinese potranno verificarsi solo ed esclusivamente in presenza di un prolungato e profondo ribasso interno degli Stati Uniti ovvero una crisi sistemica delle istituzioni democratiche americane.

Gli strumenti giuridici di rottura nella seconda amministrazione di Trump

La matrice storica di questa prassi risale al Tonnage Act del 1789, la prima grande legge tariffaria dell’Unione, con cui il Congresso fondò la protezione dell’industria nazionale imponendo tasse differenziate sulle merci e sui bastimenti stranieri.

Nel corso del Novecento, questo potere daziario si è evoluto attraverso leggi d’emergenza nate per scenari bellici o di grave crisi nazionale: il Trading with the Enemy Act (TWEA) del 1917, nato durante la Prima Guerra Mondiale per sequestrare beni e bloccare il commercio con i paesi ostili; la Section 232 del Trade Expansion Act del 1962, che permette al Presidente di imporre dazi unilaterali su beni chiave (come acciaio e alluminio) invocando generiche minacce alla “sicurezza nazionale”; l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977, che concede poteri straordinari di sanzione e blocco finanziario in presenza di un'”emergenza nazionale”.

L’uso combinato di queste norme permette alla Casa Bianca di scardinare il principio del libero scambio multilaterale, trasformando la politica commerciale in un’arma tattica d’impatto.

L’equivoco della prevedibilità: Nye e la “mezza egemonia” degli Stati Uniti

Come le crisi hanno plasmato la dottrina Trump

L’impatto delle guerre e delle crisi regionali non ha solo modificato la stabilità geopolitica globale, ma ha attivamente retroagito e alimentato la visione politica di Donald Trump e del suo elettorato, consolidando l’idea che gli impegni internazionali degli Stati Uniti rappresentino un costo insostenibile e un cattivo affare.

Sul fronte Medio Oriente (Iran, Palestina e Israele), secondo i report dell’International Crisis Group, il fallimento percepito dei “cambi di regime” e la perdurante presenza militare americana nell’area hanno alimentato nel discorso trumpiano la retorica contro le “endless wars” (guerre infinite).

L’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) in favore della “massima pressione” unito al sostegno incondizionato a Israele tramite gli Accordi di Abramo (che hanno scientemente bypassato la questione palestinese), è stato presentato all’opinione pubblica interna come la prova di una politica pragmatica che rigetta la mediazione multilaterale. Inoltre La successiva riesplosione dei conflitti nell’area ha rafforzato nell’elettorato conservatore l’idea che il Medio Oriente sia ingovernabile intrinsecamente e che gli USA debbano agire solo per determinati interessi tattici.

Sul fronte Eurasia (Russia e Ucraina), la prolungata guerra in Ucraina è diventata il principale terreno di scontro dell’opinione pubblica americana sull’utilità dell’assistenza estera. La narrazione di Trump ha trasformato gli aiuti militari a Kiev in un simbolo degli sprechi di Washington a scapito delle frontiere interne tale scetticismo ha incrinato la percezione della NATO, spingendo la narrazione repubblicana a considerare il conflitto non come una difesa dei valori democratici, ma come un’incapacità dell’Europa di farsi carico della propria sicurezza.

Passando all’America Latina (Venezuela), l’inefficacia delle sanzioni unilaterali contro il regime di Maduro ha dimostrato alle opinioni pubbliche internazionali i limiti della coercizione economica americana, che ha finito per spingere il Paese tra le braccia di Pechino e Mosca, alimentando al contempo i flussi migratori verso il confine sud degli Stati Uniti, tema di attuale propaganda interna.

Per quanto riguarda Africa e Global South, la riduzione della presenza diplomatica e cooperativa americana nel continente africano ha creato un vuoto sfruttato da Russia e Cina. Negli studi dell’ISPI, l’Africa emerge come il luogo in cui la percezione della leadership americana si è maggiormente logorata: l’opinione pubblica locale percepisce gli USA come un attore disinteressato allo sviluppo reale e focalizzato solo sulle proprie dinamiche elettorali interne.

Quali sono le prospettive dell’Unione Europea?

Le decisioni prese a Washington e l’instabilità nei teatri di crisi hanno posto l’Unione Europea davanti a un bivio storico. Come sottolineato dai dossier dell’ISPI e dalle analisi del Financial Times, l’Europa si trova schiacciata tra la minaccia di dazi americani sui settori manifatturiero ed energetico e la necessità di garantire la propria sicurezza strategica a fronte del disimpegno statunitense.

La spinta verso l’autonomia strategica europea non è più una scelta teorica, ma un’esigenza di sopravvivenza geopolitica. Se gli Stati Uniti operano all’interno di uno schema di imprevedibilità calcolata, l’Unione Europea non può più permettersi di considerare l’ombrello di sicurezza transatlantico come un fattore scontato.

In conclusione, la riflessione di molti studiosi è che il “Secolo Americano” non sta crollando sotto i colpi di un unico rivale esterno, perché né la Cina né il blocco dei BRICS possiedono ancora la forza strutturale interna per sostituire l’architettura americana.

La metamorfosi in corso è il risultato di una “mezza egemonia” che ha deciso di agire in modo tattico, imprevedibile e nazionalista. Il futuro dell’ordine internazionale non vedrà l’emergere di un nuovo impero globale ma una fase di riassestamento multipolare in cui l’America rimarrà il fulcro del potere globale pur in un contesto di instabilità e frammentazione.

di Alessandra D’Errigo

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