Terranova e Mancuso: uomini dello Stato uccisi per il loro coraggio
Due uomini legati da un’amicizia profonda e dalla stessa missione, Cesare Terranova e Lenin Mancuso lottarono contro la mafia negli anni più difficili della storia italiana. Nel settembre del 1979, un agguato mafioso pose fine alle loro vite, ma non al loro esempio. Oggi la loro memoria resta viva come simbolo di coraggio, giustizia e impegno civile.
Cesare e Lenin amici uniti dallo stesso destino
Nato il 15 Agosto del 1921 a Petralia Sottana, Cesare Terranova fu una figura importante e concretamente attiva nella lotta contro la mafia.
Entrò in magistratura poco dopo essere rientrato dalla guerra e dalla prigionia, assumendo il ruolo di Pretore a Messina e poi di Giudice Istruttore presso il Tribunale di Palermo, nel 1958. Proprio qui istituirà importanti processi contro la mafia come quello contro Luciano Leggio – conosciuto come Liggio – e La Barbera.
Sarà negli anni sessanta che i destini di Terranova e Mancuso si incontrarono. Quest’ultimo, entrato in Polizia, si occupò sin da subito di indagini e contrasto alla mafia, divenendo per eccellenza poliziotto antimafia. Fu Maresciallo della Squadra Mobile di Palermo assegnato alla scorta del magistrato.
Amici nella vita privata e stretti collaboratori nel lavoro, lottarono uniti operando sempre con coraggio e forte senso del dovere. Insieme indagarono sul difficile caso del mostro di Marsala, un serial killer di tre bambine.
Terranova e la politica
Nel 1971, Terranova decise di prendere una pausa dalla magistratura chiedendo un’aspettativa per candidarsi nelle liste del PCI; ottenne due mandati consecutivi.
In questa esperienza ricoprì ruoli importanti nella Commissione Antimafia tra il 1972 e 1979, apportando il suo contributo di esperto giurista e conoscitore del fenomeno mafia. Insieme a Pio La Torre, Terranova iniziò a porre le basi della futura legge antimafia 646/1982, la cosiddetta Rognoni-La Torre.
Nel giugno 1979, dopo aver rifiutato la proposta di candidarsi per il Parlamento europeo, mise fine alla sua esperienza politica. Ritornò così in magistratura per continuare “il suo lavoro” – così lo definiva – sul sistema mafioso, assumendo il ruolo di Consigliere Istruttore. Un ritorno in magistratura voluto anche dall’amico e collega Gaetano Costa, Procuratore Capo di Palermo.
Terranova, profondo conoscitore della realtà siciliana, era solito ribadire che: «la mafia è una sola ed ha una sua continuità, si succedono i capi, cambiano i sistemi operativi, cambiano gli obiettivi di lucro ma la mafia è sempre la stessa».
L’agguato
Erano le 8.30 del 25 Settembre del 1979, quando il giudice Terranova uscì dalla propria abitazione per recarsi in ufficio. Il maresciallo Mancuso lo attendeva a bordo della Fiat 131; quella mattina il giudice decise di mettersi alla guida, percorrendo una via secondaria tra via Rutelli e via Amicis ma la strada era bloccata.
Capirono subito che stava succedendo qualcosa di preoccupante ma non ebbero tempo di reagire: la loro auto fu subito circondata da tre uomini muniti da armi da fuoco. Spararono circa trenta colpi. Mancuso con coraggio si fece scudo con il suo corpo per proteggere il giudice, ricevendo otto colpi. Morirà dopo due ore in ospedale. A Terranova, i due Killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli alla nuca.

«La granitica amicizia con Terranova ebbe come estremo epilogo l’atto di coraggio di mio padre che, nella fase dell’agguato, benché colpito per primo, facendo scudo con il suo corpo all’amico Cesare, ricevette gran parte del piombo a lui destinato» ricorda Carmine Mancuso, il figlio di Lenin. Un episodio per il quale il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli conferì alla memoria la medaglia d’oro al valor civile.
La vicenda giudiziaria
Il 17 marzo 2000 la Corte d’Assise di Reggio Calabria emetterà la sentenza di condanna per Liggio, ritenendolo responsabile e mandante dell’omicidio. Verranno condannati inoltre Giuseppe Giacomo Gambino, Vincenzo Puccio, Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia come esecutori materiali della strage.
Le condanne sono diventate definitive nell’ottobre 2004.
Le famiglie delle vittime innocenti di mafia
Le famiglie , subito dopo la strage, divennero parte attiva e concreta nella lotta contro la mafia.
La vedova Terranova, Giovanna Giaconia, insieme alle vedove Caterina Mancuso e Rita Bartoli Costa, si unirono nell’Associazione Donne Siciliane per la lotta contro la mafia, portando avanti progetti di legalità anche e soprattutto nelle scuole.
Il figlio del Maresciallo, Carmine, fondò l’Associazione per Onorare la Memoria delle Vittime Innocenti di mafia, con l’obiettivo di mantenere sempre viva la memoria delle vittime, poiché senza memoria non si può avere giustizia.
Di Ivana Costa


