“Ho il dovere di avere coraggio”: Gaetano Costa, il giudice lasciato solo
L’assassinio del giudice Gaetano Costa resta ancora oggi un omicidio di mafia per il quale non ci sono stati colpevoli condannati.
Correva l’anno 1942 quando Gaetano Costa vinse il concorso di Magistratura, ed il 18 giugno 1942 fu nominato Uditore inizialmente presso il Tribunale di Roma e successivamente al Tribunale di Caltanissetta, dove esplicherà le sue funzioni per trent’anni.
Costa, appena indossata la sua amata toga, si occupò prevalentemente di reati di natura mafiosa. Proprio per la sua capacità intuitiva e innovatrice del metodo di indagine, il 28 marzo 1969 fu convocato a Roma, dove rese una relazione alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia.
Afferma Costa: «la campagna era l’unica fonte di ricchezza, e come tale era oggetto di contesa delle varie cosche mafiose, il controllo del feudo portava anche al controllo della banda che operava nel feudo, il controllo della banda comportava la possibilità di intimidazioni (…) ma dopo la riforma agraria, lo scorporo dei feudi, la campagna si è impoverita e non rende più, date le mutate condizioni,la mafia quella che intendiamo soprattutto come sopraffazione, sopraffazione in spregio alla Giustizia ed alla Legalità, se per delitti di mafia intendiamo tutto questo debbo dire che ci sono sintomi preoccupanti nell’ambito della Pubblica Amministrazione, peculato, interessi privati, omissioni ed abusi di ufficio».
La nomina a Procuratore Capo di Palermo
Dal 9 Febbraio 1978 Costa fu immesso alla carica di Procuratore Capo di Palermo. Ma proprio per la sua lotta alla mafia, si fece visibile l’ostilità del Palazzo di Giustizia, con il dott. Pizzillo che evitò l’applicazione del rito consuetudinario “ del possesso anticipato” ritardando così per mesi l’immissione al ruolo del nuovo Procuratore Capo.
Il giudice non ebbe timore di denunciare le ostilità e le condotte ostative nei suoi confronti, e lo dichiara con parole incisive e profetiche nel suo discorso di insediamento. «Vengo, in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali per quanto , per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia , d’interlocutori ostili e pieni di riserve , si giungerà fatalmente alla lite».
Costa, trascorse i suoi ultimi tre anni nella Procura di Palermo, città devastata dalla ferocia mafiosa, con omicidi eccellenti: il 9 maggio 1978 venne ucciso il giovane attivista antimafia e militante della Nuova Sinistra Peppino Impastato; il 26 gennaio 1979 venne ucciso il giornalista Mario Francese, cronista giudiziario presso il Giornale di Sicilia; il 21 luglio 1979 venne ucciso il dirigente della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano; il 25 settembre vennero uccisi il Giudice Cesare Terranova, insieme all’amico il Maresciallo di Polizia Lenin Mancuso; il 6 gennaio 1980 venne ucciso Piersanti Mattarella Presidente della regione Sicilia; il 5 maggio 1980 venne ucciso Emanuele Basile, Capitano dei Carabinieri, impegnato in un indagine sul traffico di droga.
Palermo versava in uno stato di terrore, ed il Procuratore Capo Costa, venne convocato a Roma dal ministro di Grazia e Giustizia Tommaso Morlino, per esporre una relazione sulla situazione in cui versava Palermo. Costa dichiarò: «la mafia si può vincere colpendola nelle ingenti ricchezze accumulate, nella sua ingente forza finanziaria, nei suoi forzieri, nei suoi canali ingegnosi attraverso il quale passa il flusso di questi ingenti ricchezze Grondanti di sangue, molto sangue, di quello versato dalle vittime».
Le indagini di Costa: follow the money
Le indagini del Procuratore Capo Costa, si basavano sul metodo Follow the money, rilevavano la convivenza pacifica della mafia con la corruzione e con altre forme di criminalità. Costa, con le sue indagini cercava di concentrare l’intervento giudiziario sulle zone grigie, colpendo allo stesso tempo le ricchezze derivanti dalle stesse attività criminali, traffici delittuosi organizzati a livello internazionale.
La tecnica delle indagini bancarie e finanziarie fu applicata per la prima volta da Costa nel “Processo Spatola”, questo ebbe inizio con il rapporto delle indagini della Polizia Giudiziaria del 6 maggio 1980, a cui fecero seguito la convalida di numerosi arresti da parte del Procuratore Capo Costa, poiché il Questore Immordino nel suo rapporto scrisse della presenza di un solido rapporto tra Rosario Spatola, i Gambino di New Nork e gli Inzerillo in quanto detenevano il monopolio di eroina nel mondo. Per tali ragioni, Costa convoca immediatamente una riunione con i suoi Sostituti e propone di emettere 55 mandati di arresto per tutti i soggetti coinvolti, ma tutti i sostituti si dichiararono contrari alla decisione, uno di loro con arroganza gli rispose “se li firmi lei”.
Fuori dalla sala riunione, ad aspettare c’erano gli avvocati dei criminali coinvolti e le loro famiglie. I sostituti fecero intendere che tutti erano contrari e che Costa era il solo a voler firmare i mandati. Costa, fu dunque lasciato solo a firmare i 55 mandati di arresto, e consapevole dei rischi che correva non volle mai la scorta e diceva «di non voler mettere a repentaglio la vita di altri uomini per il suo lavoro, e che morto un magistrato, vi è un altro pronto a continuare il suo lavoro – e continuava – ci sono persone che hanno il diritto di avere paura, altre hanno il dovere di avere coraggio. Io ho il dovere di avere coraggio».
L’attentato
Il 6 agosto la famiglia Costa era alla vigilia delle partenze per le vacanze a Vulcano. Erano le 19 circa quando Costa uscì da casa per recarsi alla bancarella dei libri in via Cavour. Alle 19.15 circa arrivò alla bancarella, sfoglia i libri da comprare, romanzi gialli, la sua passione. Alle 19.23 l’affollata via Cavour tace di colpo al rumore degli spari. Un giovane era sceso da un’Autobianchi A11 e aveva esploso tre colpi con un revolver Smith & Westen, dandosi poi alla fuga.
Il Giudice Costa cadde a terra, rimase da solo sul marciapiede, i soccorsi arrivarono dopo circa venti minuti, il Giudice era ancora vivo, irriconoscibile. Morirà alle 20.11 all’ospedale civico di Palermo.
Il processo
Solo dopo tre anni dalla morte del Procuratore Capo Costa, fu spiccato il mandato di cattura contro un unico imputato, “il palo” Salvatore Inzerillo. Nel 1983 a Palermo iniziano a parlare alcuni pentiti come Don Masino Buscetta e Salvatore Contorno. Raccontano ai giudici palermitani che l’omicidio del giudice Costa fu eseguito per ordine di Totuccio Inzerillo, cugino dell’unico imputato. Totuccio, però, non è più imputabile, in quanto ucciso l’11 maggio 1981 dal clan dei corleonesi.
La tesi fornita dai pentiti fu che il capomafia volle vendicarsi per i 55 mandati di arresto firmati da Costa.
Contro tali tesi, andò la famiglia Costa. La moglie del giudice, la Baronessa Rita Bartoli Costa e la figlia Valeria rinunciarono a costituirsi parte civile. Rita Bartoli disse: «non posso accettare questo processo che mi offre come unico imputato l’ultimo straccio. Il mio non è un gesto di rinuncia, ma la pretesa di ottenere giustizia fino in fondo».
Si costituì parte civile il figlio, l’avvocato Michele Costa e scrisse al Tribunale di Catania: «non si è mai voluto indagare nella direzione giusta. I veleni della Procura di Palermo sono stati decisivi, determinanti per l’omicidio di mio padre». L’8 ottobre 1991, alla fine di un lungo processo, il Tribunale di Catania assolse l’unico imputato, Salvatore Inzerillo. L’assassinio del giudice Gaetano Costa resta dunque un omicidio di mafia per il quale non ci sono stati colpevoli condannati.
di Ivana Costa


