Pride, pinkwashing e Palestina: la verità scomoda dietro i diritti LGBTQ+ in Israele
LGBTQ+ in Israele: Pride, pinkwashing e Palestina sono temi intrecciati che non possiamo più ignorare. La retorica inclusiva serve spesso a coprire violenze e occupazioni, anziché contrastarle. Difendere i diritti significa schierarsi anche contro il genocidio in corso a Gaza.
Giugno è il mese dell’orgoglio LGBTQ+, e in molte città d’Italia e del mondo si marcia per i diritti, la visibilità, la libertà. Ma mentre sventoliamo bandiere arcobaleno e celebriamo la diversità nei cortei, a Gaza continua un genocidio in modo incessante e diabolico. E proprio in questo contrasto si rivela una delle ipocrisie più violente del nostro tempo: credere che la lotta per i diritti LGBTQ+ possa separarsi da quella per la giustizia in Palestina.
Da decenni, Gaza è teatro di una delle più gravi catastrofi umanitarie contemporanee. Migliaia di morti, infrastrutture civili distrutte, ospedali bombardati, intere famiglie e generazioni estinte. Eppure, la questione palestinese fatica a trovare spazio nell’agenda dei movimenti occidentali per i diritti civili.
Ma se c’è una cosa che la storia dei movimenti LGBTQ+ ci ha insegnato, è che nessuna liberazione è reale se non è condivisa, che se non siamo tutti liberi, non lo è nessuno. Non possiamo parlare di orgoglio, se ignoriamo chi non ha neanche il diritto alla vita.
Pinkwashing: diritti LGBTQ+ come propaganda
Negli ultimi anni, Israele ha investito molto nella costruzione della propria immagine come «unica democrazia gay-friendly del Medio Oriente». A Tel Aviv, i Pride sono sponsorizzati dallo Stato. Campagne di marketing mostrano soldati inclusivi, coppie gay sorridenti, bandiere rainbow accanto a quelle israeliane.
Tutto questo ha un nome preciso: pinkwashing. Ovvero, l’uso strumentale dei diritti LGBTQ+ per ripulire l’immagine di chi viola sistematicamente da secoli, l’esistenza della Palestina. Come se garantire diritti a una parte della popolazione, selezionata e funzionale al potere, bastasse a giustificare l’apartheid, l’occupazione militare e, oggi, un vero e proprio genocidio. Il pinkwashing serve a creare un finto dilemma morale: «siete con le persone gay o con i terroristi?». Ma questa è una falsa alternativa nonché una domanda qualunquista. Essere queer e stare con la Palestina non è una contraddizione: è coerenza politica e umana.
Essere queer e palestinesi: doppia resistenza
Chi pensa che i diritti LGBTQ+ in Palestina non esistano, spesso ignora (o censura) le voci delle persone queer palestinesi. Organizzazioni come AlQaws da anni raccontano un’altra realtà: quella di chi resiste ogni giorno, non solo all’omolesbobitransfobia, ma anche alla violenza coloniale israeliana.
La condizione delle persone LGBTQ+ a Gaza o in Cisgiordania non può essere separata dal contesto di oppressione in cui vivono: check-point, embargo, droni, carenza di farmaci, censura, povertà. Non è «la religione» il problema, come molti amano semplificare: è il colonialismo, il militarismo e il capitalismo globale a rendere la vita impossibile.
In molti casi, chi è costretto a fuggire da Gaza per il proprio orientamento sessuale o identità di genere, finisce poi criminalizzato o sfruttato anche nei Paesi d’asilo.
Diritti veri, non brandizzati
Oggi più che mai è necessario riappropriarci di un Pride intersezionale, politico, solidale. Non possiamo accettare che il nostro orgoglio è le nostre battaglie vengano brandizzate da aziende che finanziano guerre o governi complici di massacri. Non possiamo sfilare accanto a chi sostiene il genocidio, solo perché mostra il logo rainbow una volta all’anno.
Essere parte della comunità LGBTQ+ ,ma anche solo sostenerla, significa anche prendere posizione. Rifiutare il pinkwashing, boicottare gli eventi sponsorizzati da istituzioni complici, sostenere attivamente le voci queer palestinesi, informarsi, educarsi e costruire ponti di lotta vera.
Non possiamo accettare che l’arcobaleno venga usato come fumo negli occhi. Se il nostro lavoro di consapevolezza non include chi viene bombardato, affamato, cancellato, allora ogni cosa è inutile, è vuota di significato. E non dobbiamo permetterlo.


