Kamala Harris e le armi, un approccio tradizionale?
L’approccio all’uso delle armi da fuoco negli Stati Uniti torna ad essere un argomento centrale, attuale e di non facile comprensione per chi lo guarda dall’esterno.
Quella delle armi è una tematica sviscerata in ogni suo angolo eppure tremendamente complessa, con confini molto labili e talvolta scivolosi, come dimostra la recente intervista concessa ad Oprah Winfrey della candidata democratica presidentessa Kamala Harris. «If someone breaks in my house, they’re getting shot», questa la frase che ha colpito maggiormente nell’ambito di un’intervista durata quanto una partita di calcio e nella quale sono stati toccati vari contenuti rilevanti alle nostre latitudini un po’oscurati da tale affermazione.

Cosa dobbiamo aspettarci realmente da un eventuale avvento della Harris alla Casa Bianca rispetto alla tematica? La frase pronunciata è realmente etichettabile come una gaffe o è possibile credere che la campagna della vicepresidente Usa sia pianificata in ogni virgola?
Kamala anche nel recente confronto con il candidato repubblicano Donald Trump si era espressa contraria a togliere le armi ai cittadini. È evidente che si tratta di un argomento difficile anche da declinare a tutto tondo tenuto conto che ha risvolti di natura politica, economica, sociale e via dicendo. Provando ad inquadrarla nella prospettiva del diritto alla vita e alla sicurezza della persona l’ultimo rapporto stilato da Amnesty parla chiaro: nel 2022 ogni giorno negli Usa sono morte per ferite d’arma da fuoco circa 132 persone e peraltro gli afroamericani hanno un tasso 12 volte superiore a quello dei bianchi.
Il Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America protegge il diritto dei cittadini statunitensi di detenere e portare armi e rappresenta nella società americana un simbolo di indipendenza e libertà.

La cultura delle armi è infatti profondamente radicata nella storia statunitense. Nel corso della colonizzazione del Nord America, le armi furono essenziali per la sopravvivenza, la difesa personale e anche purtroppo per lo sterminio dei nativi. Hanno poi svolto un ruolo cruciale nella guerra d’indipendenza contro il Regno Unito.
La conseguenza è che sono ben pochi i politici che sostengono una forte riduzione della vendita delle armi ed in genere ai conservatori sbilanciati a favore del diritto di possederle, si contrappongono i progressisti puntando a un maggiore controllo e a una più efficace regolamentazione.
Per questo e molto altro, sarebbe poco realistico aspettarci una totale discontinuità nell’eventuale ascesa alla presidenza di Kamala Harris, per quanto il suo approccio sia più rassicurante rispetto all’irruente spregiudicatezza di Trump, non certo percepibile come paladino dei diritti civili.
Kamala proviene dalla middle class ed è figlia di genitori attivi nel movimento per i diritti civili, protagonisti di una storia fatta di migrazione, determinazione e ideali. Nel 2004 è stata tra le prime persone elette negli States a poter celebrare matrimoni omosessuali ed è una fervente sostenitrice della libertà delle donne di prendere decisioni libere, ad esempio in merito al loro corpo.

È candidata per il partito democratico e certamente incarna idee democratiche, ragione per cui quando afferma di possedere lei stessa un’arma da fuoco, di sostenere il Secondo Emendamento e nello stesso tempo di battersi per leggi ragionevoli sulla sicurezza, non dobbiamo cadere nella tentazione di apostrofarla come ambigua e contraddittoria. È semplicemente americana.
Per quanto possa sembrare inverosimile nella nostra cultura, negli Usa portare un’arma da fuoco è un diritto a prescindere dai limiti dell’azione di legittima difesa. È un diritto in sé, parte del progetto costituzionale, nato da una rivoluzione, di una società libera.
L’auspicio e la ragionevole aspettativa che possiamo avere è che con Kamala la questione delle armi da fuoco possa assumere connotati più controllati, legiferati e che contribuisca ad innalzare il focus sul diritto alla vita.
Connotati ragionevoli, come lei stessa afferma in più di un intervento, e che la questione venga affrontata con la volontà di contenere gli impietosi numeri correlati ad uccisioni e a quella balorda iniquità sociale che spesso ne consegue, ma anche proponendo un modello culturale propenso a disintossicare la società americana da uno dei suoi demoni più resilienti: la paura di non sentirsi sicuri neanche nei luoghi di lavoro o tra le proprie mura.
Una frase attribuita al celebre pensatore francese Alexis de Tocqueville recita: «quando il cittadino è passivo è la democrazia che si ammala». Proviamo a renderlo meno passivo e meno impaurito quel cittadino, possibilmente informato, aperto di mente ed ottimista.


