Separazione delle carriere, politica e magistratura a confronto
A Montecitorio l’esame in Commissione Affari costituzionali del ddl di firma governativa per la separazione delle carriere. Accese le proteste delle toghe.
Approda al vaglio della Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati il disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere che il Governo ha elaborato, nonostante l’insuccesso referendario del giugno 2022.
Obiettivo, questo, al centro dei programmi elettorali delle forze politiche facenti parte dell’attuale Esecutivo e in direzione del quale i lavori parlamentari sembrano aver subito una notevole accelerata, specie a fronte delle recenti vicende giudiziarie che vedono coinvolti l’ex governatore della Regione Liguria Giovanni Toti e la sorella della premier Giorgia Meloni.

Al centro del dibattito, in particolare, non solo e non tanto la previsione di distinti concorsi per l’accesso rispettivamente alla magistratura inquirente e a quella giudicante, ma anche e soprattutto la previsione di due distinti organi di autogoverno, ritenuta indispensabile dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio per arginare la “degenerazione correntizia” del CSM e della quale lo stesso Guardasigilli si è sempre rivelato convinto sostenitore.
Chi guarda con favore alla realizzazione del proposito di riforma invoca la necessità di riequilibrare i rapporti tra le due anime della magistratura ed evidenzia come, negli ultimi anni, vi sia stata una particolare influenza degli Uffici di Procura nelle determinazioni dei giudicanti, con buona pace della terzietà e dell’imparzialità del giudice.

Sono in tal senso emblematiche le parole dell’Avv. Mario Scialla, coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense, secondo il quale «il giudice, soprattutto all’esterno, deve apparire imparziale, senza appartenere allo stesso corpo e procedere con la stessa carriera di una delle parti del processo». A risentirne sarebbe anche il principio di parità delle parti, ritenuto vanificato proprio dalla tendenziale, intima affinità tra giudice e p.m. che si appaleserebbe agli occhi di chi calca quotidianamente i corridoi dei palazzi di giustizia.
Non mancano, tuttavia, le risposte di Via Arenula e della magistratura associata, la quale inneggia al “complotto contro le toghe”, promuove incontri e iniziative volte all’arresto della revisione e vede nel testo licenziato da Palazzo Chigi non già una riforma della giustizia, quanto piuttosto un attacco diretto alla magistratura. Eloquente, al riguardo, quanto scritto su Il Sole 24 Ore dal Dott. Salvatore Casciaro, Segretario dell’ANM, ad avviso del quale «con l’obiettivo, demagogico, di ridurre il grado di “politicizzazione” della magistratura ordinaria, il d.d.l costituzionale vuole, in realtà, colpire al cuore l’associazionismo giudiziario, quasi fosse non un diritto costituzionale ma un male da estirpare».
Si fa riferimento, in particolare, all’involuzione che, in caso di esito positivo dell’iter costituzionale, verrebbe a subire la figura del pubblico ministero, esposto – come dimostrerebbe l’esperienza dei Paesi “separatisti” – alle direttive del Governo: un chiaro tentativo, quindi, di minare dal profondo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Ebbene, non desta preoccupazione lo scontro di vedute su un nuovo, possibile statuto costituzionale dei magistrati. Allarma, piuttosto, l’aspra lotta tra poteri dello Stato, caratterizzata dal reciproco intento di esclusione nella formulazione di scelte così importanti per i futuri assetti del nostro sistema democratico.
Ciò che occorre, dunque, è abbandonare le logiche corporative che, da una parte e dall’altra, si annidano nella confutazione reciproca delle argomentazioni e rendersi partecipi, al contrario, della costruzione di un clima di leale collaborazione, proteso alla conservazione e al rafforzamento di quelle garanzie che, prima ancora degli ordini professionali e delle categorie, interessano primariamente quanti, parafrasando Carnelutti, subiscono il peso del giudizio.


