Emergenza carceri, vecchi problemi e nuove soluzioni

Emergenza carceri, vecchi problemi e nuove soluzioni

Il problema del sovraffollamento delle carceri torna ad allarmare. Al vaglio le possibili soluzioni per fronteggiare la situazione emergenziale.


“Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso”. Così scriveva Cesare Beccaria nel celebre libro ‘Dei delitti e delle pene’, facendoci dono di un insegnamento a cui ancor oggi, probabilmente, non sappiamo dare il giusto valore. Ce lo dimostrano i dati dei suicidi in carcere, che hanno superato la soglia dei 50 da inizio 2024 e che sono indici sintomatici di un malessere diffuso tra la popolazione carceraria e di un sistema penitenziario che non funziona.

Che gli istituti di pena in Italia siano afflitti da gravi problemi strutturali non costituisce una novità. Risale ormai ad un tempo non così recente la sentenza ‘pilota’ emessa nell’ambito della causa Torreggiani e altri c. Italia, con cui la Corte di Strasburgo, preso atto della violazione sistematica da parte dello Stato dell’articolo 3 CEDU, che vieta la tortura e le pene e i trattamenti inumani o degradanti, ha condannato l’Italia a risarcire il danno subito dai ricorrenti, nonché ad adoperarsi al fine di predisporre “un ricorso o un insieme di ricorsi interni effettivi idonei ad offrire una riparazione adeguata e sufficiente in caso di sovraffollamento carcerario”.

E tuttavia ancora oggi, a distanza di oltre 10 anni, la situazione pare non essere molto migliorata. Il sovraffollamento delle carceri italiane torna ad essere oggetto del dibattito politico, rappresentando un problema da risolvere al più presto e in via definitiva, al fine non solo di non ingolfare ulteriormente il contenzioso italiano presso la Corte EDU, ma anche e soprattutto di migliorare la qualità della vita all’interno delle case circondariali.

Emergenza carceri, vecchi problemi e nuove soluzioni

Negli ultimi anni, infatti, si è registrato un numero sempre più elevato di suicidi e di atti di autolesionismo nelle carceri, che hanno visto protagonisti non solo detenuti, ma anche agenti di polizia penitenziaria. I dati degli ultimi anni sono allarmanti: lo scorso anno si sono tolte la vita in carcere almeno 71 persone, mentre nel 2022 il numero di suicidi in carcere è stato di 85. Le cause si rintracciano nelle condizioni di vita all’interno delle carceri italiane che, come denunciato da molte associazioni, sono insostenibili per molti. 

Proprio al fine di porre rimedio, almeno momentaneamente, ai problemi connessi alla eccessiva densità della popolazione carceraria, è stata presentata lo scorso 24 giugno alla Camera la proposta di legge firmata dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti, redatta insieme a Rita Bernardini e all’associazione “Nessuno Tocchi Caino”, avente ad oggetto la cd. liberazione anticipata speciale.

La proposta è quella di portare i giorni di liberazione anticipata da 45 a 60 per ogni semestre di pena scontato, con l’inserimento di un regime temporaneo, per i due anni successivi dall’entrata in vigore della legge, che prevede invece uno sconto di pena pari a 75 giorni per semestre di pena per i condannati che abbiano già usufruito della liberazione anticipata a decorrere dal 1° gennaio 2016.

Il Ministro Nordio, pur preso atto della drammatica situazione all’interno delle carceri, ha etichettato la proposta come segno di “una resa dello Stato”. In tutta risposta, l’On.le Gianchetti ha sottolineato, durante il corso del suo intervento alla Camera, che la liberazione anticipata speciale non è in nessuna parte equiparabile ad un indulto. A ben vedere, infatti, la proposta interverrebbe su un legge già esistente e che consente al detenuto che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione di ottenere una detrazione sulla pena da scontare. 

Nonostante la piena conformità della proposta legislativa al principio rieducativo della pena, sancito dall’articolo 27 della nostra Costituzione, permane la contrarietà dell’Esecutivo, il quale nel frattempo ha varato un nuovo decreto legge, il n. 92/2024, ribattezzato ‘carcere sicuro’, allo scopo di dare una risposta alla situazione emergenziale appena delineata. 

In particolare il decreto, entrato in vigore lo scorso 5 luglio, prevede quanto segue: l’assunzione di nuovi agenti di polizia penitenziaria e di dirigenti penitenziari; lo snellimento delle procedure per ottenere il beneficio della liberazione anticipata, ma non un aumento dello sconto di pena; un incremento del numero dei colloqui telefonici; l’istituzione, presso il Ministero della giustizia, di un elenco delle strutture residenziali idonee all’accoglienza e al reinserimento sociale dei detenuti, al fine di favorire l’accesso alle misure penali di comunità, nonché altre modifiche al codice di procedura penale volte a migliorare l’efficienza del procedimento penale e la semplificazione in tema di misure alternative.

Il decreto Nordio, così strutturato, costituisce sicuramente un apprezzabile tentativo di risolvere la situazione emergenziale nelle carceri attraverso modifiche che vanno ad incidere sulla vita all’interno degli istituti di pena. Lo scopo, come ribadito più volte dallo stesso ministro, è quello di “umanizzare” la pena detentiva, senza però “concedere sconti”.

Ed invero, seppure il sovraffollamento degli istituti incida notevolmente sulla qualità di vita dei carcerati, dire che esso costituisce l’unico problema non corrisponderebbe al vero. Basti pensare, ad esempio, alla frequenza e alle modalità con cui i detenuti hanno la possibilità di rapportarsi ai propri cari. Risale, infatti, proprio a quest’anno la sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 l. 26 luglio 1975 n. 354 nella parte in cui non prevede la possibilità per il detenuto di essere ammesso a dei colloqui privati con il coniuge, l’unito civilmente o il convivente, quando non vi ostino ragioni di ordine o sicurezza, in tal modo dando valore al diritto all’affettività del detenuto.

Se da un lato, però, è estremamente importante attenzionare certi aspetti della vita intramuraria, in situazioni emergenziali quale quella attuale bisogna anche fare i conti con i numeri e con il tempo che passa, scendere a compromessi per far fronte ad una drammatica realtà in maniera rapida. È proprio per questo motivo che il decreto Nordio non è stato accolto con l’entusiasmo sperato, in quanto ritenuto poco coraggioso rispetto ad un problema tanto grave.

In conclusione, non può che auspicarsi una soluzione che ponga definitivamente fine ad un problema ormai tutto italiano. La situazione è drammatica da tempo e, senza soluzioni a lungo termine, diventerà sempre più difficile da gestire. La liberazione anticipata speciale, se approvata, potrebbe dare respiro agli istituti di pena, rappresentando un primo passo verso una maggiore attenzione ai detenuti. Un carcere che costringe chi vi si trova ristretto a vivere in condizioni disumane va cambiato, non solo in virtù di un imperativo morale che ci impone di trattare con dignità ogni essere umano, ma anche in quanto ciò comporta persistenti violazioni dei diritti umani riconosciuti dalle Carte internazionali e della stessa funzione rieducativa della pena. E dove c’è disagio, non può esserci rieducazione.

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