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Claudia Fauzia, il femminismo terrone spiegato da La Malafimmina

Abbiamo intervistato Claudia Fauzia, l’attivista dietro La Malafimmina, tra questione meridionale e femminismo, importanza del linguaggio inclusivo e la rivoluzione contro il patriarcato.


A volte si sente il bisogno di esternare qualcosa che è rimasto sopito per tanto tempo, di scoprirsi e dare voce ad una parte di sé, una parte della propria identità. Questo è un po’ quello che è riuscita a fare Claudia Fauzia, conosciuta su Instagram con il nome di La Malafimmina. Palermitana, laureata in Economia e specializzata in Studi di Genere, Claudia Fauzia si batte per fare conoscere il cosiddetto femminismo terrone, che considera non solo l’essere donna ma anche l’essere una donna del Sud come un fattore importante nella lotta per l’equità; equità raggiungibile solo approcciandosi al femminismo in un’ottica intersezionale, che tenga conto anche della lotta contro l’abilismo, il razzismo, l’omobitransfobia e della questione meridionale: in poche parole, come sottolinea lei stessa, un femminismo che si rivolga a «una collettività di soggetti oppressi». 

Da due anni Claudia Fauzia raccoglie sulla pagina Instagram contenuti e riflessioni riguardo questa tematica; è stata vincitrice del premio Rosa Parks 2022 della Human Rights Youth Organization (HRYO) e lo scorso settembre ha anche organizzato la prima edizione del Malandrina fest, un festival femminista siciliano dedicato proprio al dibattito sulla lotta transfemminista.

Il femminismo terrone: il progetto di Claudia Fauzia

Abbiamo intervistato Claudia Fauzia per conoscere meglio il progetto e discutere delle tematiche da lei trattate, partendo proprio dal femminismo terrone.

«Femminismo terrone, in poche parole, significa lottare per l’equità da un punto di vista meridionalista» afferma Claudia, che vuole denunciare l’invisibilizzazione delle lotte che ci sono state e che ci sono ancora nella nostra terra. «Da donna del Sud – continua l’attivista siciliana – si fatica a prendere la parola, anche in ambienti femministi. Era importante essere unite per la lotta contro le diseguaglianze, ma senza fare nome delle diseguaglianze interne nel Paese, come se non le vedessimo».

Per questo motivo ha deciso di avviare il progetto, che si è definito col tempo. «Volevo che si rivolgesse a una collettività, le istanze che porto avanti mi piacerebbe che fossero collettive, che rispondessero a delle esigenze e bisogni di tutte noi». Un vero e proprio bisogno di comunità che partisse dal basso, dal Sud, dall’essere terroni.

«Per me riuscire a portare persone che magari hanno prospettive leggermente diverse ma che prendono posizione come persone femministe del Sud è importantissimo, questo per me è l’apice del progetto». Un progetto che ha ricevuto una reazione estremamente positiva e che ha condotto anche lei alla scoperta di altre tematiche che facevano eco, ma che prima di parlarne ad alta voce sembravano non esistere.

La questione meridionale nella lotta femminista 

Focalizzandosi sulla questione meridionale da un’ottica femminista, La Malafimmina parte osservando che «Le persone del Sud sono del 45% più povere rispetto a quelle del Nord, e questo, in un sistema capitalista, fa un’enorme differenza. Dal punto di vista economico non ti puoi permettere non soltanto di comprarti il vestito all’ultima moda, a volte non ti puoi permettere nemmeno di studiare, o comunque hai un’istruzione di serie B perchè non puoi accedere a certe facoltà. Mentre, da un punto di vista più culturale, secondo me il femminismo si deve fare carico dell’esistenza di una discriminazione interna. […] Esiste una discriminazione che non è in chiave razziale, non è neanche in chiave classista, o meglio è tutte queste cose, nei confronti di ciò che viene definito terrone; non è solo una questione di classe perchè ci sono molte persone del Sud agiate, però anche esse continuano a subire una certa discriminazione in termini di essere considerati ignoranti, analfabeti, criminali, o inclini all’illegalità».

Proprio queste discriminazioni devono essere prese in considerazione nella lotta femminista, poichè sono parte integrante dell’esperienza di alcuni soggetti e alcune identità. «La sfida più grande del femminismo di oggi è riuscire ad abbracciare la complessità delle nostre identità perché più diventiamo, più si complica. Quindi, il femminismo odierno deve stare al passo con queste trasformazioni, altrimenti risulta essere un femminismo antiquato, che non riesce a rispondere alle esigenze di adesso».

Se bisogna cambiare le cose, bisogna partire dal femminismo, e in questo Claudia crede molto. «Io sostengo che il movimento femminista sia alla base della rivoluzione, il movimento più potente che esista al mondo. È rivoluzionario in tutte le sue forme e da lì deve partire, ma deve essere un femminismo che risponde alle nostre esigenze, se no è superfluo».

Quindi, chiedendole quali sono attualmente le mancanze, le esigenze delle persone del Sud che il femminismo deve prendere in considerazione, Claudia menziona subito la mancanza di risorse e la loro non equa distribuzione, ma anche le scarse opportunità, universitarie e lavorative, nonché gli eventi culturali che non raggiungono le regioni sotto Napoli.

 Â«Inoltre – prosegue – manca qualcuno che rappresenti le istanze meridionaliste e che si possa fare carico della lotta contro la discriminazione delle persone meridionali .Siamo sempre stati dipinti come succubi, ma non è andata così», sottolineando che esiste una narrazione storica distorta.

A questo proposito aggiunge: «Noi ci siamo convinti che siamo un popolo che si adatta e si adagia alle cose che succedono ma è una grande bugia; le lotte fatte in Sicilia sono state tantissime e tutte sedate nel sangue. La narrazione di noi stessi come popolo inerme, non adatto alla lotta, è una grande bugia. Noi siamo invece persone che abbiamo sempre lottato per i nostri diritti. Ci manca, poter continuare a farlo, la libera espressione della rivoluzione». 

La mappatura dell’attivismo femminista al Sud

A dimostrazione del fatto che l’attivismo femminista del Sud esiste e lotta da anni, Claudia evidenzia come la Sicilia sia «la seconda regione per enti femministi dopo il Lazio. Ci sono tantissime realtà qua al Sud, molto forti e molto radicate, che stanno lottando tantissimo». Ciò che manca è fare rete, conoscersi e capire cosa si sta facendo. Ragion per cui La malafimmina si è occupata di mappare le realtà femministe del Sud, progetto molto importante che mette luce su tutte le realtà che portano avanti la causa femminista da tempo, ma che sono poco conosciute e vengono spesso ignorate.

Un “rivoluzionario” femminile sovraesteso

Ma quando si fa comunicazione nei social, il linguaggio gioca un ruolo molto importante e una delle scelte linguistiche è stata quella di utilizzare il femminile sovraesteso, oltre al neutro. «La decisione è provocatoria a radice del fatto che il Parlamento italiano non ha ratificato l’uso del femminile in parole esistenti nella lingua italiana che declinavano quelle professioni al femminile piuttosto che al maschile» commenta a riguardo Claudia, che sottolinea anche quanto la gente privilegiata sia così restìa al cambiamento. «Tutto deve rimanere com’è per garantire il loro status, quindi è quasi logico che all’interno del Parlamento non si voglia inserire il linguaggio al femminile». 

I risultati elettorali e la riconferma del patriarcato 

Infine, si è anche discusso delle ultime elezioni, sia regionali che nazionali, di un risultato che ha un po’ scoraggiato ma che non ha colto poi tanto di sorpresa. Claudia Fauzia riconosce quanto la situazione sia molto tragica, ma quanto di certo questa non segni una novità nel nostro Paese in tema di diritti, che vacillano già da parecchio tempo. «Come soggetti oppressi penso che noi resistiamo da sempre. Se è vero che Renato Schifani è salito adesso al potere, non è vero che è salito adesso il patriarcato. C’è da sempre, da sempre siamo in questa società e da sempre resistiamo». Claudia ha le idee chiare sul da farsi, nel presente e nel futuro: «L’unica cosa che ci rimane da fare è resistere. Resistere in senso partigiano».


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Matilde Mancuso

Classe 1995. Appassionata di letteratura, diritti umani, cinema e musica, nella mia vita non può mancare una tazza di tè e il prossimo viaggio programmato.