Tra allevamenti intensivi e agonie silenziose, a nessuno importa dei pesci

L’acquacoltura consente in tutto il mondo di allevare miliardi di pesci in condizioni a dir poco pietose, prima che questi finiscano sui nostri piatti.


Se ne parla poco, se ne riempiono miliardi di bocche. Sembra un paradosso ma stiamo parlando del pesce, forse la categoria più sfruttata e maltrattata che l’uomo abbia mai allevato. Ricordando – forse ingenuamente – come il cibo di cui stiamo parlando sia prima di tutto una categoria di esseri viventi, va detto che, sia che si tratti di acqua o di terra, gli allevamenti intensivi costituiscono inequivocabilmente luoghi di sofferenza. E quelli che hanno a che fare con i pesci sono forse i più atroci. 

L’acquacoltura consente in tutto il mondo (nonostante legislazioni più o meno tutelanti i diritti degli animali) di allevare il pesce in condizioni a dir poco pietose, prima che questo finisca sui nostri piatti. Ma prima di andare a vedere come vivono la propria infausta fine miliardi di pesci in tutto il mondo – anche nell’insospettabile Unione Europea – vanno fatte alcune considerazioni non affatto scontate.

Poche tutele e tanta sofferenza

La Commissione europea, attualmente impegnata nella tutela degli animali come obiettivo prioritario, dovrà al più presto procedere a una revisione della normativa europea sul benessere degli animali, intervenendo soprattutto con l’inclusione della tutela dei pesci, finora i meno protetti dalle legislazioni nazionali e internazionali. 

I pesci – per chi ancora avesse dubbi, sarebbe bene rimandarlo all’infinita letteratura scientifica sull’argomento – sono animali capaci di provare dolore. Per questo motivo, tanto elementare quanto fondamentale per l’azione legislativa, i pesci meritano tutele decisamente maggiori.

Non sono cagnolini, non sono nemmeno gatti o altri animali più “social”, va bene, ammettiamolo: i pesci non sono esattamente il modello dominante di animale capace di far provare empatia. Le specie ittiche, forse a causa del loro aspetto, forse perché tradizionalmente silenziose, sono quelle percepite come tra le più lontane da noi. Per questo motivo non viene attribuita dignità e senzienza a quella che sembra un’esistenza utile solo a diventare scatolette di metallo, coloratissimo sushi o, ancora, ornamento da appartamento.

Sfruttare, e ancora sfruttare

Inchieste come quelle di Animal Equality mettono in evidenza realtà ittiche impressionanti, nello specifico nel cuore dell’Europa, nel Mediterraneo (ma non solo), anche se a scorrere velocemente una ricerca su Google sugli scoop giornalistici a proposito di “violenza”, “allevamenti” e “pesce” si fa presto a giudicare senza cuore solo gli allevatori indiani, cinesi e giapponesi. Troviamo così nei nostri mari sovraffollamenti, acque sporche, mangime pieno di antibiotici, pesci uccisi per asfissia, oggetto della mungitura a mano per l’estrazione delle uova, o di mutilazioni senza stordimento alcuno. 

Documentari come Seaspiracy hanno puntato riflettori su temi molto diversi e collegati da un unico filo insanguinato: non solo, quindi, il maltrattamento e la sofferenza di massa negli allevamenti ittici intensivi, ma anche l’inquinamento provocato dal commercio ittico, l’inconsistenza e la fattuale inesistenza della cosiddetta “pesca sostenibile”, il rischio ambientale dovuto allo sfruttamento dei mari agli attuali ritmi spinti dal profitto senza confine.

In sintesi, come per il resto delle risorse disponibili sul nostro Pianeta – esaurite sempre più precocemente rispetto all’effettivo fabbisogno mondiale – anche l’utilizzo di mari e oceani come enormi open bar porterà danni irreversibili ben oltre lo stravolgimento della nostra sanissima dieta da manifesto pubblicitario.

I pesci soffrono tantissimo

Le gabbie esistono sia a terra che in mare e la maggior parte di queste ultime si trovano lungo le coste: per i pesci la vita in condizioni di estremo sovraffollamento va avanti per anni, quelli giusti per raggiungere il peso sufficiente al passaggio conclusivo della macellazione. Nelle vasche solo raramente si trovano accorgimenti ambientali e i pesci nuotano in cerchio in strutture lisce, asettiche, illusioni di un nuoto libero e continuo.

Il tasso di mortalità è solitamente molto alto, alcune stime relative agli allevamenti nel Mar Mediterraneo parlano di circa il 20 per cento, come scrive il portale dell’associazione Essere Animali, una delle più impegnate in Italia nei diritti degli animali. Inoltre, gli allevamenti intensivi di pesci che si trovano in mare rilasciano nell’ambiente numerose sostanze inquinanti, inclusi mangimi, feci, farmaci e antibiotici.

I pesci allevati in questi mega impianti di vasche – a centinaia per ogni stato, almeno per quelli mediterranei – vengono pescati e raccolti, si dimenano e si feriscono all’interno delle grosse reti che li prelevano per sempre da quei pochi metri di vita conosciuta. Gli individui che restano nel fondo muoiono venendo schiacciati dal peso degli altri. Ed è solamente l’inizio di una lunga trafila.

I momenti di agonia sono tanti e ripetuti nel corso della permanenza dei pesci all’interno di cassoni contenenti acqua e ghiaccio e, successivamente, nei rulli che li selezionano durante interminabili minuti di soffocamento. Non servirebbe sottolinearlo, ma i pesci vivono grazie all’ossigeno che recuperano dall’acqua: né il ghiaccio né l’affollamento estremo delle ceste permettono una condizione di respirabilità e sopravvivenza. 

Come se non bastasse, la macellazione arriva spesso quando gli individui sono ancora coscienti. Si tratta di una pratica che è stata condannata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale e dalla Commissione Europea, ma in Occidente si continua a parlare di acquacoltura come l’alternativa sostenibile rispetto alla pesca industriale. 

Non si sente un grido di paura, un gemito di dolore, nulla, ed è stato studiato e provato il comportamento assolutamente senziente degli abitanti dei mari: in un’immane sofferenza silenziosa, ogni giorno, in ogni allevamento, migliaia di pesci stretti in una marea boccheggiante vengono portati via dall’acqua, senza nessun diritto.


Daniele Monteleone

Caporedattore, responsabile "Società". Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. Ho un amore smisurato per l'arte, tutta.