Tunisia, la storia si ripete: democrazia a rischio

A più di dieci anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini, che ha dato inizio alla stagione delle Primavere Arabe, il delicato equilibrio politico della Tunisia è a rischio.


La discesa autoritaria della Tunisia è iniziata lo scorso 25 luglio, giorno della festa della Repubblica, quando il presidente Kaïs Saïed, democraticamente eletto nel novembre 2019, ha annunciato – “in linea con l’ordinamento e l’art. 80 della Costituzione” – la sospensione del parlamento per 30 giorni, la revoca dell’immunità ai deputati e lo scioglimento del governo, con la destituzione del premier Hichem Mechichi.

L’obiettivo di Saïed è superare l’impasse politica che ha paralizzato la Tunisia dopo le ultime elezioni. Le elezioni del 2019 hanno portato, infatti, alla formazione di un parlamento fortemente frammentato, diviso in ben 30 diverse liste elettorali tra le quali spiccano il partito islamista moderato di Ennahda, il partito islamista radicale di Al Karama, il partito del magnate televisivo, condannato più volte per riciclaggio e corruzione, Nabil Karoui, e i sostenitori del vecchio regime guidati da Abir Moussi.

Questa eterogeneità ha determinato una forte instabilità, con alleanze temporanee e poco produttive, nonché un braccio di ferro continuo che ha ovviamente ostacolato qualunque tentativo di rilancio dell’economia, impedendo la  realizzazione delle riforme richieste dal Fondo monetario internazionale.

Ma si tratta di un obiettivo di facciata, almeno parzialmente. Saïed non ha di fatto gradito il tentativo del premier Mechichi di nominare, attraverso un rimpasto, un governo politico indipendente dal potere presidenziale, ridimensionando così l’influenza sull’esecutivo dello stesso Saied, il quale ha rigettato la nomina di alcuni dei ministri avanzando accuse di corruzione e di conflitto di interessi e vietato loro di partecipare alla cerimonia di giuramento.

Reale obiettivo dell’azione di Kaïs Saïed sarebbe, dunque, quello di impedire il passaggio da un sistema puramente presidenziale, in cui il Capo dello Stato gode di fatto di pieni poteri, pressoché illimitati, a un sistema simile al semi-presidenzialismo francese. 

Kais Saied

Colpo di Stato costituzionale?

Saïed, professore di diritto costituzionale e outsider della politica tunisina, ha attuato quello che è stato definito un colpo di Stato “costituzionale”, appellandosi all’articolo 80 della Costituzione in virtù di un paventato “pericolo imminente” che minaccia il Paese.

Ma di costituzionale le azioni di Saïed hanno ben poco. Vincent Geisser, islamologo e politologo francese, ha spiegato che «da qualsiasi prospettiva la guardiamo, è chiaro che l’applicazione dell’articolo 80 è anticostituzionale. Abbiamo superato il quadro costituzionale perché sia i discorsi dei sostenitori di Saied che del presidente stesso sono al limite, non si fa più riferimento al testo ma alla volontà popolare. Ormai non si parla neanche più dei 30 giorni previsti dall’articolo 80».

La maggioranza dei partiti politici, concorde con quanto affermato dallo studioso francese, ha immediatamente rigettato l’annuncio di Saied, accusando il presidente di interpretare a suo favore la Costituzione e di stare quindi agendo al di fuori della legalità. 

Ma, nonostante i legittimi dubbi sollevati da più parti, dal momento che in Tunisia la Corte Costituzionale non è mai stata istituita, è complicato scardinare giuridicamente quanto affermato dal presidente tunisino.

E la popolazione?

La decisione di Kaïs Saïed era stata accolta con gioia e felicità da gran parte della popolazione tunisina, che si era riversata in Avenue Habib Bourguiba, nella capitale, per festeggiare la svolta presidenziale. La reazione della gente non deve stupire. «Il parlamento ha perso ogni tipo di legittimità con un livello di fiducia estremamente basso», ha commentato Amine Bouzaiene dell’Osservatorio Democratico Al Bawsala. 

Il giorno prima dell’annuncio di Saïed migliaia di tunisini si erano radunati davanti al parlamento per protestare contro i fallimenti del governo e la cattiva gestione della pandemia. Il Covid ha avuto un ruolo fondamentale nell’aumento dell’acredine dei tunisini nei confronti della propria classe dirigente. Secondo l’OMS la Tunisia detiene, nel mondo arabo e in Africa, il record per numero di morti e tassi di infezione da Covid. E questo nonostante le rigide misure attuate, come il coprifuoco in tutto il Paese in vigore dalle 20 alle 5 di mattina.

La situazione sanitaria ha avuto ripercussioni drammatiche sulla già grave situazione economica. Il tasso di disoccupazione nazionale è al 18% e il debito pubblico rappresenta il 100% del PIL. Il Paese ha un prestito di 4 miliardi di dollari concesso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) in cambio di consistenti riforme fiscali e strutturali, funzionali a realizzare ingenti tagli alla spesa pubblica e alle sovvenzioni statali.

Ad animare la folla in favore delle decisioni di Saïed non è stata, o comunque non solo, la fiducia nei confronti del presidente ma la crescente frustrazione nei confronti dell’attuale classe dirigente tunisina, incapace di salvaguardare quanto raggiunto con la Rivoluzione dei Gelsomini.

La situazione attuale

A nove mesi dalla svolta autoritaria, nessun progresso è stato registrato e la svolta radicale promessa non è mai avvenuta. La maggior parte degli indicatori sono ancora negativi e in alcuni casi sono addirittura peggiorati rispetto a prima di luglio.

La corruzione, uno dei più gravi problemi che affliggono la Tunisia, continua a dilagare all’interno del Paese. Secondo il rapporto annuale di Transparency International sul Global Corruption Perceptions Index – che misura il grado di corruzione nei settori pubblico e governativo in 180 Paesi del mondo utilizzando un indice di punteggio composto da cento gradi – le azioni del presidente Saied hanno avuto un effetto contrario rispetto alle promesse avanzate dallo stesso.

Ed infatti la Tunisia viene descritta come un “esempio sfortunato” in quanto sono state proprio le recenti misure politiche ad indebolire i sistemi di controllo e responsabilità, causando nei cittadini un aumento del timore di denunciare la corruzione.

Dal punto di vista economico, dopo aver ritardato gli incontri con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) inerenti al pacchetto di salvataggio urgente e dopo aver accusato lo stesso FMI e la Banca Mondiale di “ipocrisia” per aver appoggiato le lobby politiche ed economiche corrotte, recentemente Saied ha dovuto cambiare strategia, sostenendo, adesso, che solo un’ancora di salvezza dell’FMI potrebbe salvare la Tunisia dalla profonda crisi che sta attraversando.

L’euforia della popolazione ha lasciato rapidamente spazio a dubbi e preoccupazioni. E Kaïs Saïed non ha reagito bene alle critiche mosse nei suoi confronti. Sfidare pubblicamente il presidente e la sua presa di poteri speciali significa rischiare di trovarsi in tribunale, afferma Eric Goldstein, direttore ad interim per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch. Secondo l’organizzazione, le autorità tunisine stanno perseguendo tutti coloro che avanzano critiche nei confronti del presidente e che utilizzano l’espressione “colpo di Stato” per indicare la sua presa di potere dello scorso 25 luglio.

Nei confronti dei dissidenti, giudicati in tribunali civili e militari, vengono adoperati tutti gli strumenti repressivi pre-rivoluzione, rimasti in vigore a causa dell’assenza di una Corte Costituzionale che abrogasse il sistema repressivo del vecchio regime. Questo ha comportato che tutte le leggi repressive, comprese quelle che criminalizzano le critiche alle istituzioni, sono rimaste in vigore nonostante la previsione, nella Costituzione tunisina del 2014, della tutela della libertà di parola.

L’ultima mossa repressiva in ordine di tempo è l’incarcerazione dell’ex capo dell’Ordine degli avvocati nazionale tunisino Abderrazak Kilani lo scorso 2 marzo. Kilani è stato arrestato apparentemente per aver litigato con agenti di polizia che negavano all’avvocato l’accesso presso una struttura ospedaliera per visitare un cliente. Ma dietro il suo arresto c’è di più. Kilani, durante l’alterco con la polizia, avrebbe infatti criticato l’operato del presidente e adesso rischia fino a sette anni di reclusione.

Human Rights Watch ha definito l’accaduto “inquietante”, sottolineando che «l’incarcerazione di Kilani, insieme a mettere dozzine di critici agli arresti domiciliari o impedire loro di viaggiare, è un messaggio scioccante che conferma che non c’è sicurezza per chi critica la presa del presidente Saied oltre il potere».

Per riconquistare il favore dei propri elettori Saïed ha fatto due importanti promesse, da realizzare entrambe entro la fine dell’anno corrente. In primo luogo, ha promesso nuove elezioni nel dodicesimo anniversario della Rivoluzione dei Gelsomini, il 17 dicembre. In secondo luogo, una nuova legge elettorale e modifiche alla Costituzione del 2014. Nel frattempo, a gennaio è stata lanciata una consultazione popolare: i cittadini hanno avuto la possibilità di indicare come dovrebbe essere la nuova legge elettorale e quali dovrebbero essere le modifiche da apportare alla Costituzione. 

A pochi giorni dalla chiusura della consultazione, però, ha partecipato all’iniziativa meno del 6% dei tunisini, sintomo della frattura sempre più ampia tra cittadini e presidente.

(Foto di Copertina – Anadolu Agency)

Alessia Lentini

Classe 1993, laureata in giurisprudenza e appassionata di politica. Polemica per natura, scrivere mi aiuta a mettere ordine al mio "caos calmo".